sabato 16 agosto 2008

Cronache dal Campo: Day 7 - 5 agosto

Il rifugio Porro del CAI di Milano si raggiunge brevemente (in 1h30') dal Lago di Neves, e molto meno brevemente da Riobianco. Essendo, però, che Riobianco è - praticamente - ad uno sputo sopra di noi, non c'è scelta per quanto riguarda l'itinerario, il che ci permette una sveglia abbastanza tarda, alle ore 7.00. Come al solito, ci sono persone che mancano completamente l'obiettivo-abbigliamento: ci sono ragazze con shorts così short da essere poco più che mutande; considerate le ragazze, noi non avremmo di che lamentarci, non fosse che avrebbero mangiato del freddo allucinante; e quei due tre riottosi che, scalassimo l'Everest, comunque verrebbero con scarpettine che li metterebbero in difficoltà anche a camminare in un giardino. Le prime maledizioni mi arrivano quando, in luogo della comoda strada fortestale che da Rio Bianco doveva portarci alla Malga Göge (2048 m), lavori di costruzione di una condotta forzata ci costringono a tagliare strada e tornanti, e si sale decisi e stringendo i denti nel bosco. Più su, ripresa la strada, c'è ancora la possibilità di tagliare, ma chissà perché nessuno mi segue nella mia impresa; e, quando arrivo a Gögealm, vedo, lungo i ripidi zoccoli glaciali che ci separano dall'evidente insellatura dove deve trovarsi il rifugio, i nostri corridori che, cascasse il mondo, devono metterci metà del tempo segnato sulle guide.

Io, in realtà, sto salendo ben poco in salute. Non so se i crauti del giorno prima, perché la colazione credo di averla fatta giusta - ma in due o tre occasioni devo fermarmi e convincere il vomito ad andare o su o giù. Il colpo di grazia arriva arriva, appunto, alla sella, quando in lontananza (20', 30', ad occhio) si staglia il rifugio contro il cielo, ed il vento gelido mi schianta, costringendomi a cambiare maglietta e ad infagottarmi, causa shock termico. Arrivo al rifugio ai limiti del cadaverico, e mi precipito all'interno, a mangiare caldo, e cose calde. Ma ci vorrà comunque un'ora per riacquistare un corretto rapporto con la temperatura esterna E come facciano quelli a stare fuori, mistero. Viene il momento del ritorno, e - consigliati dal rifugista, come da programma, ma tratti in inganno da un'errata lettura della tabella dei tempi - affrontiamo la traversata (bellissima, alti tra pietraie moreniche) per il Tristensee, e poi il tuffo da 2300 a 1400 m in poco più di un'ora; il che ha spezzato gambe, distrutto ginocchia, incrinato menischi; ma miracolosamente con tutti, anche i più placidi, abbiamo disintegrato il tempo previsto di discesa e siamo riusciti a prendere al volo l'autobus - l'ultimo autobus della giornata. E poi è stato coniato il miglior insulto del campo, Casati ti strappo quelle basette da Lupin, benché sia una settimana che vado ripetendo essere da Francesco Giuseppe.

A casa, tutti distrutti, ed infatti dormono fino all'ora di cena (grosso errore da parte nostra, lasciarglielo fare) e dopo cena praticamente solo la preghiera, altro errore. La serata è la peggiore che la cronaca ricordi, fino ad oggi. Man mano che il tempo passa, sempre peggio. Sarà che siano stanchi loro di fare i "bravi", o io di non dormire, o che stessi male (per una volta, mi sarà concesso) e che fossi meno disposto a tollerare gente per corridoi e scale; o che, infine, il rispetto per i malati - il contagio è arrivato nella mia camera, attenzione - ci faceva essere più rigidi, fattosta che si è urlato parecchio. La nottata fa registrare unache una probabile rottura di amicizia di vecchia data, quando due ragazze, nel fare le stupide, hanno finito per spingersi sul pianerottolo e giù per una rampa di scale, di schiena a rotoloni. Prima notte in cui ho patito il freddo - vade retro, contagio!.

Alba tersissima.

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