Che il blog non incontri più i miei interessi al punto di dedicargli l'ora al giorno necessaria per scrivere qualcosa d'intelligente, cosa che tentavo di fare almeno fino a prima dell'estate, è evidente e sotto gli occhi di tutti. Non pensavo, però, che sarei arrivato al punto da non avere chissà che interesse per le cronache del campo, ché il campo c'è stato, dal 30 al 3, a Morlupo (più o meno) presso Roma. Niente cronache, dunque. In compenso, un progetto più o meno completo per trovare uno scopo alla vicenda di Lui, che - nei tempi necessari, che non saranno brevissimi - dovrebbe diventare una specie di romanzo.
Qualche sprazzo è già stato pubblicato "in diretta" sul blog, eccone i link:
1910, Kant
1917, Igiene del Mondo
1920, Fert Fert Fert
1921, Giovinezza
Bene. Ora torno a lavorarci.
lunedì 4 gennaio 2010
Lui
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lunedì 5 gennaio 2009
Foto dal campo
È stata caricata negli album web di Amisù una selezione delle foto scattate durante il campo invernale, tra il 30 dicembre ed il 2 gennaio.
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Cronache dal Campo. Due - Multimedia
Ho finito le parole da spendere. Finito? - vi piacerebbe; in realtà ho finito le parole che si possono rendere pubbliche, ma non certo tutto quello che si può comunicare sul campo.
Per cominciare, ho quasi concluso il caricamento sul canale youtube di aaaamisu dei video che mi sono stati consegnati. Ovviamente, poiché il canale raccoglie i video di tutti i campi, bisogna fare attenzione a quelli aggiunti più di recenti.
Ve ne offro un assaggio, e cioè il passaggio tra il 2008 ed il 2009
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domenica 4 gennaio 2009
Cronache dal Campo. Due: Giorno IV - 2 gennaio
Essere buoni è solo un modo più sottile di essere cattivi
Da un albero cattivo non nascono frutti buoni. E viceversa. O viceversa.
Il peggior albero della storia ha dato il frutto più buono
Il male è forse un modo più sottile del bene.
È così finalmente arrivato l'ultimo giorno. La cosa più straordinaria di questi campi è che anche da parte nostra, pur essendo sempre oberati di lavori ed incarichi ed attività ed affanni, si riesca a trovare tempo e modo per la riflessione. Certo, non il mattino dell'ultimo giorno.
Tutti si alzano discretamente in orario, ma non hanno ancora finito la colazione che già c'è da lavorare. Chi ha seguito le disposizioni date la sera precedente dovrebbe aver già preparata la borsa e sistemata la camera, ma ad averlo fatto sono in pochissimi. Nel frattempo, chiunque sia anche solo vagamente "a posto" viene dirottato in cucina per dare il colpo finale alla preparazione dei panini per Lucca. Già, perché nel ritorno si passa da Lucca onde visitare il museo del fumetto (cosa c'entri con il tema del campo, che era "gli alberi" - e, come al solito, abbiamo relegato l'albero più importante di tutti in dieci minuti di preghiera del mattino -, abbiamo speculato sia perché i fumetti sono scritti su carta, e la carta si fa con gli alberi). Soddisfacente lo svolgimento delle pulizie, almeno qualcosa su cui non lamentarsi (o a ben vedere sì, perché abbiamo scoperto alla fine di tutto che c'era sempre stato un aspirapolvere), si parte. Lasciando alle nostre spalle le foreste casentinesi ancora imbiancate, ma un po' meno, perché nonostante si fosse a mille metri la notte tra l'ultimo ed il primo e la mattina del primo ha piovuto di brutto e parecchia si era sciolta, ci dirigiamo partendo a metà mattina verso Lucca, come all'andata facendo l'assurda tornantosa statale fino alle porte di Firenze. Così agli influenzati si aggiungono i nauseati.
Per questo tratto di viaggio, un'anonima (perlomeno, una il cui nome non sarebbe stato rivelato se non l'avessi strappato ad un testimone) ottiene la proiezione dell'imbarazzante Questa notte è ancora nostra...beh, almeno abbiamo conosciuto un film più brutto di Daredevil. Il commento critico del sottoscritto è: un film dove tutti si usano l'un l'altro, salvo poi arrabbiarsi e grandi urla e grandi pianti quando lo si scopre, ma poi tutti si amano, ma comunque non ne ottengono nulla. Si salva solo il fondamentale cameo di Giovanni Floris. Arrivati a Lucca tipo venti minuti prima dell'appuntamento al museo, decidiamo di perderne dieci realizzando una foto di gruppo che, più che una foto, sembra la preparazione di un'esecuzione di massa. Mangiamo rapidi il difficilissimo pane toscano ed andiamo a questo museo del fumetto. Due gruppi con altrettante guide per la visita alle esposizioni temporanee, più raffinate (e troppo raffinata la guida dell'autore, perché cento adolescenti dopo quattro giorni di bagordi la potessero affrontare), ed un continuo stillicidio di transfughi dal nostro gruppo alll'altro, che aveva una guida più accessibile, e poi ancora all'esposizione permanente di cose tipo Disney e la Pimpa, che almeno i bambini erano a loro agio. Situazione gestita da parte mia con rara liberalità. Ma non si illudano che, per me, dire se vuoi andare, va' escluda il giudizio su chi va e chi resta.
Un po' ammaliati dalla nostra guida, un po' impietositi dall'esigenza cronologica di lasciare a metà la visita, con un piccolo gruppo andiamo avanti fino in fondo, sostanzialmente uscendo dal museo all'ora in cui in teoria c'era il ritrovo dopo aver avuto il tempo di vedere la città. Ci infiliamo in un bar che riesce a farci fare tardissimo perché ha in lista il vin brulé e non lo sa fare, ed alla fine ho la certezza di aver bevuto un the all'aroma di vin brulé, cioè si è dimenticato di mettere il vino. Raggiungiamo di corsa il resto del gruppo che si sta infilando nei pullman e non si è neanche accorto di noi (o se n'è accorto ed ha deciso di lasciarci a Lucca).
Ormai dopo il tramonto del sole, partiamo alla volta definitiva di Scanzorosciate, affrontando le nebbie e la neve, caduta il giorno prima con una certa abbondanza, della Cisa. Cena piucchesoddisfacente in autogrill presso Parma, ed alterazioni varie per la clamorosa ignoranza in geografia autostradale non solo dei pargoli sedicenni, ma anche dei genitori, che siamo alla Cisa, siamo a Parma, siamo a Seriate, chiedono sempre indietro ah, tra quanto arrivate?. Dopo cena si tenta l'esperimento più difficile, cioè far seguire al nostro pullman Il Divo. Impresa fallita, e siamo stati anche oggetto delle critiche di quelli che l'hanno seguito, ma non si capisce niente di quello che succede queste cose le capite solo voi che le sapete già. Arrivo verso le dieci. Fastidioso constatare come, pur vedendoci che stiamo lavorando a scaricare i pullman ed a portare i materiali avanzati in oratorio, nessun genitore (neanche quelli "vicini") pensa di invitare i propri figli ad aiutarci. Ed alcuni si attaccano anche al clacson, perché intralciamo la strada attraversandola oberati di scatoloni!
Lunedì sera riunione di verifica. Prima possibile, foto e video in rete. Chi ha materiale me lo porti.
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Cronache dal Campo. Due: Giorno III - 1 gennaio
Essere buoni è solo un modo più sottile di essere cattivi
Da un albero cattivo non nascono frutti buoni. E viceversa. O viceversa
Il peggior albero della storia ha dato il frutto più buono
Quando la sveglia discretamente mi suona nel letto svegliandomi mi sembra di non essermi ancora addormentato. Sarà una lunga giornata. Abbondantemente saturato di caffeina vado alle lodi con gli altri mattinieri, tra i quali va segnalata una camera di ragazzi cui l'educatore della stanza aveva imposto l'obbligo di frequenza. Le lodi in quindici con tre breviari sono una faccenda un po' complicata, fortuna che i breviari hanno l'inserto "salmi per le lodi delle feste e delle solennità", e dunque ne abbiamo ricavati sei. Finite le Lodi, e saranno state le nove, avevo già esaurito la mia energia per la giornata. E bisognava assolutamente evitare di darlo a vedere.
I ragazzi che scendono alla spicciolata per la colazione sono ancora addormentati. E non è un modo di dire: uno che dormiva nella mia camera (e tra l'altro dormiva, non è uno dei produttori di casino) ha tenuto gli occhi chiusi fino all'ora di pranzo.
Nel programma della mattinata c'era una riflessione (per non arrivare in fondo al campo avendo usato un decimo delle pagine del libretto...), ed a dire il vero ascoltare la meditazione tutti pigiati nella sala da pranzo (che per qualche motivo era stata sistemata in modo poco razionale) è stato difficile; per non parlare della riflessione personale del seguito, che per carenza di spazi abbiamo fatto gomito a gomito.
A pranzo sono andato a raggiungere uno dei miei filthy minions (anzi, forse il loro capo), per avere aggiornamenti e suggerire di tenere sotto controllo un certo gruppo, che loro eh, ci siamo un po' persi di vista, sai dopo quell'episodio... ed io tieni d'occhio, che si prepara qualcosa
Dopo pranzo siamo scesi da Campamoli ad Arezzo, che è una buona ventina di minuti di tornanti e poi una strada decente. In molti avevano messo in conto l'ora-ora e mezza di viaggio come un indispensabile surplus di sonno, ma non avevano messo in conto la sottile perversione del curato, ben supportata dalla follia (vera) di una delle nostre adolescenti, che ha blaterato, strillato, cantato al microfono incurante delle bordate di insulti che le giungevano dal fondo pullman. Quando sono andato a lamentarmi, mi è stato detto «Meglio su di giri che quando è depressa. Prima che scappi», obiezione cui non si poteva replicare.
Ad Arezzo avevamo in programma un gioco che permettesse di conoscere la città; ma Piazza Grande dove avevamo posto il campo base era invasa da un cantiere di pavimentazione stradale, e ci siamo trasferiti al Prato dietro il duomo. Divisi nelle sette squadre-gruppi di lavoro-gruppi di servizio siamo partiti per i vari angoli della città alla ricerca di dettagli architettonici, insegne di osterie, eruditi tuttologi aretini. Insieme al Fanto con cui dividevo l'onere del gruppo siamo andati in cerca di dettagli architettonici in cui inserire membri della squadra, e cercare di trovare il modo più originale di farlo. La migliore è senz'altro quella delle persone che si spingono in alto, abbarbicate a cartelli stradali ed issati su un muro di cinta mentre cercano di raggiungere un lampione. Fortuna che dalla casa nessuno ci ha sparato addosso.
Qualche errore di calcolo ha affetto i tempi di gioco, che così abbiamo tutti interrotto più o meno a metà, e siamo andati in cerca di un luogo caldo anche perché nel frattempo il sole era tramontato e c'era poco da scherzare con la temperatura. Nello scendere, per ultimi perché ci eravamo fermati per accertarci che non arrivasse nessuno, siamo anche riusciti a sbagliare strada e ad uscire da Arezzo per la porta sbagliata - fortuna che c'è qualcuno ancora dotato di senso d'orientamento anche senza TomTom, ed arriviamo ai pullman. Il viaggio di ritorno a Campamoli è più tranquillo, anche se non possono mancare per noi preoccupazioni.
È un po' come la peste manzoniana, che da qualche tempo serpeggiava senza che si chiamasse con il proprio nome, ma l'epidemia che aveva attecchito tra gli adolescenti e gli educatori ormai aveva una dimensione abbastanza importante perché ne tenessimo conto nei nostri programmi. Si calcolava che in ogni stanza dei maschi ci fosse almeno un malato, e che un paio di ragazze seguissero a ruota. Come tanti professoroni discettiamo di come isolare l'epidemia senza chiamarla con il suo nome, o sulle ipotesi di contagio - come si trasmette, quale fetta della popolazione è più soggetta, se è possibile ipotizzare una predisposizione generica o è soltanto febbre benigna da strapass - ma arrivo solo io a mettere in luce il punto. Il punto è che, con un malato per stanza, possibilmente carismatico (ed era il caso dei più celebri), gli altri sarebbero stati più cheti. E si preparava già un piano mirato di inoculazione del baccillo.
La cena è stato un tentativo disperato di finire le provviste, o perlomeno di buttare via il meno possibile. Si ha un bel dire che prima o poi andrà messo in conto un percorso mirato, magari un campo, sul rapporto col cibo, ed invocare una guerra per tutti quei majamal che da un piatto di gnocchi ne prendono sì e no mezzo (gnocco), ma prima s'avrebbe da fare un bell'esame di coscienza sui conti del cibo, ché ormai sono quasi due anni che ne portiamo sempre troppo. Dopo cena, scartata per ragioni d'ordine pubblico la richiesta di andare subito a letto, che pure ce ne sarebbe stato bisogno, abbiamo organizzato un karaoke cercando di infilarci qua e là altre scuse per consumare provviste, tipo il panettone e la spuma nera. E, dopo aver mandato a letto gli adolescenti poco dopo mezzanotte, ci siamo messi a preparare panini per l'indomani (in teoria il pranzo era ciascuno per sé e Dio per tutti, ma con tutta quella roba che avanzava...). Affettare il pane toscano non è per niente facile, per quanto possa essere affilato il coltello. Coltello affilato da cui mi sono salvato per l'interposta presenza della mia unghia, che ora ha un'eroica cicatrice ma che se non ci fosse stata non avrei più il pollice.
Quando sono salito al piano la situazione era moderatamente calma; praticamente nessuno dei maschi era ancora a letto, ma abbastanza in dirittura d'arrivo e, soprattutto, con apparentemente poca voglia di fare casino. Tranne forse una camera, ma che rimanessero tra le loro quattro mura e non disturbassero gli altri. E, infatti, ci siamo addormentati tutti presto nonostante il concerto polifonico di russatori (noi avevamo un malato vero, ma anche gli altri erano belli raffreddati...).
Finché, nel pieno della notte, spalanco gli occhi e trovo in camera tre persone, che stanno per fare corona attorno al mio letto. Gli chiedo cosa stanno facendo, e scappano di fuori. Ormai svegliato nonostante fossero le tre e mezza, sento un gruppetto di persone che vaga per i corridoi. Dopo qualche minuto la mia porta si apre, e si affaccia uno dei colpevoli. Segnato. Poi un altro. Segnato con beneficio del dubbio. Lasciano aperta la porta, e dal rumore hanno sceso le scale.
Mi alzo. Metto gli occhiali e controllo il corridoio.
Emerge da un'altra camera la capocamerata, di quinta superiore. Era stata aperta anche la sua porta e chiedeva se fossi stato io a controllare. Beneficio del dubbio. Assicuro che "giustizia sarà fatta", e mi appoggio al muro subito dietro la porta delle scale. E aspetto. E, ripensandoci, mi vengono in mente mille modi più interessanti in cui avrei potuto gestire la situazione tutta.
Dopo qualche tempo, appare il primo della combriccola. Gli appaio a cinque centimetri dal volto. Di fronte a questo sgamo completo, sono sportivi, salutano e si infilano in camera. Attendo ancora a lungo onde assicurarmi che non ci riprovino, e finalmente torno a dormire.
Si scoprirà poi che uno, per eccesso di zelo ed aspettandosi la mia presenza, è rimasto nascosto nell'armadio del bagno (i bagni erano in comune) fino alle quattro e mezza, prima di rientrare. A parte che sono stati talmente furbi da venirmelo a dire, e quindi è come se l'avessi beccato, ma direi che penitenza più grande di rimanere chiuso per quasi un'ora nell'armadio del bagno, solo per non essere colto in flagranza di reato, è una punizione più crudele di qualsiasi altra avrei ritenuto adeguata (non più crudele di qualsiasi punizione io possa immaginare, e qualcuno lo sa bene). Poche ore ed è l'ultimo giorno.
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sabato 3 gennaio 2009
Cronache dal Campo. Due: Giorno II - 31 dicembre
Essere buoni è solo un modo più sottile di essere cattivi
Da un albero cattivo non nascono frutti buoni. E viceversa. O viceversa
Si preparava una lunga, lunghissima giornata, tutto il giorno nella casa di Campamoli a Stia. Come prima notte in un letto diverso non è che potessi aspettarmi chissà che riposo, ed infatti avevo iniziato a rigirarmi nel letto cigolante alle sei. Sceso un po' prima della sveglia, per fare colazione (o, meglio, la precolazione, ovvero il caffè) e mente locale con gli altri responsabili mattinieri. Poi, verso le 8.30, iniziano ad arrivare anche i ragazzi. Come avevamo già notato ai campi di quest'estate, in special modo i più giovani devono ancora entrare nell'ottica, tipo evitare di lasciare il proprio tavolo come un campo di battaglia che poi noi dobbiamo pulire.
Iniziamo, dopo la sistemazione, con il lavoro che renderà la mattinata piena ed intensa (e, in buona sostanza, il momento più forte di tutto il campo), cioè la riflessione in merito al racconto L'uomo che piantava gli alberi di Jean Giuno. Come prima cosa, il film d'animazione, premio Oscar 1987, sul cui sfondo viene letto il racconto; poi la riflessione personale, la riflessione a piccoli gruppi e la condivisione collettiva. Per la prima volta nella storia, abbiamo iniziato a vedere il film ed il lavoro in anticipo rispetto all'orario previsto, e di un quarto d'ora. Faremo nevicare.
Mai mi sarei aspettato il tenore ed i temi della faccenda, tra l'uomo che piantava gli alberi e Nomadelfia del giorno prima, visti dagli adolescenti. Tant'è che quella che, alla fine, pensavo fosse una peculiarità del nostro gruppo (vai a vedere i casi della vita, e poi avevamo un trascinatore che ha praticamente portato la discussione sui "suoi" temi), è saltata fuori anche nelle restituzioni di quasi tutti gli altri. Avevo solo un'adolescente del mio gruppo, e cioè di quinta, mentre gli altri erano necessariamente più giovani. Ho praticamente dovuto mettere da parte le mie riflessioni perché, nonostante tutti gli sforzi fatti, non c'è stato verso di condurre in quei paraggi il discorso, e probabilmente ora incombono come una spada di Damocle su quelli del gruppo di quinta, per i prossimi incontri. Invece, quello che gli adolescenti hanno forte è il senso della crisi, della messa in crisi...insomma c'è crisi, c'è crisi.
Il pomeriggio dovrebbe essere praticamente libero. In teoria si potrebbe scegliere di organizzare una camminata con chi vuole, ma camminare sulla strada che sale al passo non è propriamente esaltante, mentre per andare nei boschi si fa una bella fatica anche con le ciaspole, perché la neve è "vergine" (fatte salve le mille orme di animali selvatici, ungulati e cinghiali) e si sprofonda comunque. Tra l'altro, a tentare la mia accidia c'è anche il gioco in scatola di "chi vuol essere milionario", che è un bel passatempo, una volta conclusa la discussione al calor bianco su come interpretare il regolamento assurdamente macchinoso. Faccio un paio di passeggiate, ad ogni modo. La prima nel tratto di foresta sopra la casa, in teoria per raggiungere una chiesina sull'altro versante del poggio...ma il bosco è molto rado, la neve rende presto impossibile interpretare il tracciato del sentiero e, tutto sommato, dovrebbe essere una bella passeggiata per tutti, e dunque rientro. Più tardi, mentre il sole tramonta, provo invece a scendere sotto la strada. Purtroppo, essendo l'unica mappa dei sentieri incorniciata ed appesa al muro, si tratta sempre di procedere a memoria della cartina in posti che non si conoscono, tra i labili segnavia coperti di neve, e piuttosto che correre il rischio di imbarcarmi in un giro troppo lungo per il tempo che è a mia disposizione, improvviso un traverso sulle orme di un cervo (se con quelle quattro zampette e tutta la sua mole ci passa lui, figuriamoci io) per passare, sotto la strada, da "a valle della casa" a "a monte della casa", e ce la faccio anche, pur arrivando in casa stravolto, e poco prima della messa. Si tira avanti bevendo il caffè freddo avanzato dal pranzo o dalla colazione, quello che è, mentre la suora prova i canti come al solito una sesta abbondante sopra la nota standard. Durante la messa di ringraziamento, che non possiamo fare nella finitima cappellina perché troppo piccola, abbiamo questa specie di Te Deum autogestito in cui chi vuole esprime il proprio ringraziamento per il 2008. Appena finita la messa, spediti gli adolescenti a prepararsi per il Cenone a Tema (come avevo già accennato, il Gioco delle Coppie), noi ed io in particolare a confrontarsi con il problema più grosso di sempre, e cioè come sistemare i tavoli. Nel frattempo, due quattordicenni piangenti stanno attendendo i genitori, perché sono proprio malate, ma malatissime (cosa vera con beneficio d'inventario per una, per l'altra senz'altro no) e quindi devono tornare a casa. Considerato l'ora cui arrivano a prenderle, i genitori passeranno un bellissimo capodanno sul raccordo di Bologna-Casalecchio. Al tavolo d'onore siedono gli educatori, vestiti da Puffi - con Gargamella e Madre Natura - le signore cuoche (in questa due giorni sempre più relegate in cucina e meno ai gruppi, purtroppo), ed i due mitici autisti dei pullman, di cui uno cuoco, importante presenza in cucina. I due erano quasi uno stereotipo dell'autista del pullman, impagabile.
Quando le coppie scendono per la cena ci accorgiamo della grande disomogeneità del modo di interpretare il tema da parte degli adolescenti; tra quelli che lo vedono come un fastidioso dovere, una stramberia da cercare di eludere ad ogni costo ed una bella occasione di divertirsi. Dobbiamo così prevedere, accanto al premio per la coppia più bella, anche qualche premio singolo per le coppie non altrettanto omogeneamente belle (dal "membro n.1 vestito molto bene e membro n.2 che non ha capito niente", alla nota di merito particolare anche se il compagno era buono). Tra una portata e l'altra abbiamo quindi fatto presentare singolarmente le coppie, sottoponendo loro alcune prove, mentre tutti i puffi davano voti che poi uno a caso avrebbe dovuto calcolare mentre gli altri si godevano il dolce. Tra i commenti raccolti dalla giuria, specie nel capitolo "menzione speciale", abbiamo dovuto stornare dal conto dei voti quelli dati alla persona più che al costume, poiché chi ha la 36 sta bene quasiasi cosa si metta addosso, ed inserire il "premio" coppia peggiore, per due "arabi" di cui lui vestito D&G lei in minigonna che non sarebbe sopravvissuta dieci secondi in un paese arabo senza essere lapidata. Premiate come migliori coppie Anni '30 e Renzo e Lucia (che riceveranno un abbonamento annuale a qualche specie di periodico cattolico), e preparare il brindisi di anno nuovo con spumante secco o dolce (il dolce che va molto più del secco, questi adolescenti non hanno gusto). Poi iniziano i balli, e sprofondo in un coma che nemmeno dare fondo alle scorte di caffè riesce a sanare. Dopo aver chiarito il programma per l'indomani e deciso a che ora porre fine all'agonia collettiva, salgo al piano superiore, nominalmente per assicurarmi che nessuno sparisca in camera, in pratica sperando di riuscire a infilarci qualche decina di minuti di sonno abusivo. Sonno che non viene portato a casa. Fine della festa alle ore 2.00, silenzio ottenuto in un intorno delle 3.25. Il programma prevedeva lodi facoltative alle 8.30, e colazione per tutti alle 9.00. Tanto sso'ggiovani.
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Cronache dal Campo. Due: Giorno I - 30 dicembre
Essere buoni è solo un modo più sottile di essere cattivi
Secondo anno di campi degli oratori, e secondo anno di Cronache dal Campo. Anche se questa volta saremo più sintetici del solito, complici il poco tempo, durante la quattro giorni appenninica, per scrivere e la voglia non stratosferica di ricordarne oggi i dettagli, siamo pronti. Come al solito, visto che io mi occupo di parole e non d'immagini, tutte le foto ed i video che auspicabilmente correderanno la descrizione sono attesi e verranno dall'opera di amici, colleghi, adolescenti compiacenti. Quindi la mia colpa starà solo nella scelta.
Sveglia alle 5.30, partenza alle 6.30. Così, almeno, secondo la tabella di marcia. Quando si conviene nel parcheggio tra farmacia ed oratorio di Scanzo (e non voglio pensare a cosa ne pensino i residenti), al solito trascinando borsa scarponi e ciaspole in mezzo alla nebbia da Rosciate fin là, sono favorevolmente colpito dalla relativa puntualità degli adolescenti, che già in grande numero (da noi sempre di grandi numeri si tratta, ci portiamo in giro un centinaio di persone e la difficoltà più grande è sempre trovare un posto dove metterle) si sono radunati. E molto meno favorevolmente colpito dal fatto che stiamo caricando le valigie, ma non si sono ancora presentate le signore con i viveri, che per esperienza sono sempre troppi e, soprattutto, troppo ingombranti.
Ecco che arrivano. Secondo i miei calcoli avevamo in programma cinque pasti, e ci sarà roba da mangiare per almeno un giorno in più (ma anche come menù, non solo per quantità!). E non è che in un giorno cento persone mangino poco. Scuotendo la testa carichiamo casse di verdura, chili e chili di carne surgelata, e sfiziosità varie che vabbè che c'è di mezzo l'ultimo, ma.... Quest'anno la divisione sui due pullman è fatta con criterio, ma con un criterio che - come tutti i buoni criteri - non ha fatto i conti con la realtà, e cioè che, salvo avere improbabili pullman da 63 posti, nessuna divisione per classi d'età poteva essere efficace. Così un gruppo di eletti (anzi, di elette) di seconda è stato promosso sul campo a di terza, ed abbiamo riempito i due mezzi.
Con invidiabile puntualità, cioè alle 6.53 (certo che avevamo detto partenza alle 6.30, ma era un'ovvia manovra diversiva, si calcolava le 7.00), prima dell'alba, ci mettiamo in movimento e puntiamo verso la nebbiosa pianura. Per la ripartizione dei posti, io sono finito in fondo al pullman, tra una corona di adolescenti urlanti ininterrottamente per tutto il viaggio. Arriverò a casa ubriaco, la sera.
Per il pomeriggio abbiamo in programma la visita di Nomadelfia, a Grosseto, comunità fondata dal fu don Zeno Santini e nota per questioni quali l'autosufficienza (il tentativo fallimentare di, a onor del vero, dove per fallimentare si intende in senso tecnico)e l'assenza di proprietà privata. Troviamo neve sulla Cisa, e freddo quando ci fermiamo per la pausa-caffè della mattina. Risaliamo e proseguiamo il viaggio, trovando paesaggio più dolce e temperatura più mite quando ci fermiamo per pranzo. Visita alla comunità di Nomadelfia (e, maledizione, possibile che nessuno spieghi cosa mai ci sia di speciale in una parrocchia comunitaria?) per tutto il pomeriggio, durante la quale lo scetticismo degli adolescenti, ed anche dei G6 (che sarebbero i giovani non educatori) e degli educatori è palpabile. Nel frattempo scende la sera, limpidissima, e bisogna dire che con tutti i difetti che ha, è veramente molto bella vedere la croce di neon che galleggia sopra la macchia maremmana.
Ripartiamo, dirigendoci nuovamente verso nord, in direzione di Firenze; non per visitare di straforo una città in più, come molti credono, ma soltanto per mangiare in un posto scovato chissà come, dove si è mangiato molto bene ma ci è decisamente mancato il caffè. Sulla carta, la casa a Stia dove alloggeremo non è lontanissima, qualcosa tipo un'ora di viaggio, ma va' a capire come gli autisti, invece di scendere in autostrada ad Arezzo, viaggiare su una bella superstrada diritta fino a Stia e poi (e solo poi) impegolarsi nei dieci chilometri di tornanti che separano casa e paese, decidono di raggiungere Stia da Firenze con un'ora di tornanti in surplus (passando da Arezzo si sarebbe allungata parecchio in chilometri, inteso, ma non ci giurerei anche in tempo). Finalmente arriviamo ai 1000 metri della casa di Campamoli, già passate le ventitrè, ed appena saltiamo giù dal pullman affondiamo nei venti centimetri di neve. La casa è bella ed accogliente, ed anche il riscaldamento è stato acceso per tempo e vi si trova un gran bel tepore. La casa sembra un rifugio alpino, con tanto di mappa dei sentieri esposta. Nessuno dei quali sentieri è esaltante, in questa sconfinata foresta casentinese (anche parco nazionale) che ci ha già regalato, sulla strada, un tête à tête con un bel cervo maestoso. Ma meglio che non averne. Bisognerebbe provarli d'estate, a dire il vero.
Ci sistemiamo nelle camere. Oltre la casa principale, esiste anche una depandance con alcune camere. I numeri, purtroppo, non ci hanno permesso di dividere in maniera decente maschi e femmine, pertanto condividiamo lo stesso piano e stringiamo i denti. Ma, in tal senso, pensavo molto peggio. Abbiamo, nei limiti del saggio, messo nelle medesime camere ragazzi e ragazze di età diverse; come al solito, siamo molti educatori maschi, che quindi possono essere messi a presidio di ciascuna stanza, e per quanto riguarda le donne avevamo deciso per tempo di dare responsabilità personale al gruppetto di quinta superiore. Ricordando le difficoltà dell'anno precedente, oltre ad un paio di mosse che ci erano sembrate intelligenti, ero comunque abbastanza in apprensione. Ma, contro le mie aspettative, il mescolare grandi e piccoli, lungi dal far crescere più del dovuto questi, ha infantilito i primi, e quindi abbiamo avuto il casino "buono" (non per questo meno casino, o più ore di sonno. Ma con più tranquillità anche da parte nostra)
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domenica 6 gennaio 2008
Campo multimediale
Era ora, che aggiungessi alla mia lunga e sbrodolatissima cronaca del Campo al Trasimeno (partono delle buone mezz'ore a leggerla tutta, e sono raccontati tanti di quei dettagli che più che cronache dovrebbe chiamarsi log, come quei lunghissimi file di testo che accompagnano le istallazioni dei programmi, con tutti i file che vengono copiati e le chiavi di registro modificate), qualche supporto multimediale così, come giustamente dice Fabio, uno vede il campo senza bisogno di passare per la mia interpretazione.
Abbiamo così l'album fotografico che ho messo tra le mie foto, facendo un po' (immaginate quante sono tutte) di cernita tra quelle dei miei fratelli e quelle di Fabio, naturalmente, che si trova qui. Inoltre, grande novità di oggi, il canale video su Youtube, dove verranno caricati tutti i filmati di questi giorni.
PS: Se vedendo i video o le foto qualcuno ritenesse di doverne assolutamente conoscere i soggetti, si senta libero di farmi sapere. Morte alla privacy!
PPS: La suora non è libera...è sposata con Gesù!
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sabato 5 gennaio 2008
Cronache del Campo /7
Era già sera, e fu mattina. Quinto giorno. Ed ultimo!
Sveglia presto, perché per essere intorno a mezzogiorno a Vicchio, nel Mugello, dobbiamo partire da Torricella di Magione entro le 9.30, dopo aver sistemato tutto. Ed il lavoro sarà duro. Il servizio della mia contrada non è uno di quelli lunghi, ma senz'altro di quelli pesanti, perché dobbiamo trasportare tutti i materiali non personali dalla casa fino ai pullman, che sono nel parcheggio. Ed i viveri portati, come al solito, si sono rivelati troppi, perché ce n'è ancora una montagna da riportare indietro. E poi c'è da pulire tutte le stanze e gli spazi comuni, e controllare che non rimanga indietro niente. Io sono ancora decisamente seccato per la notte, in primo luogo perché ho individuato la camera (e l'educatore responsabile, quindi) che al completo si era riversata a Gomorra (oltre ad alcuni altri sparsi), e che non aveva sorvegliato a dovere, ed in secondo luogo per un fatto personale riguardante la camera Gomorra, che ho già ampiamente esposto al curato ed alla suora e non ci tornerò sopra, lettori curiosi!. E quindi immaginate voi con che garbo ho risposto ad una di quelle delle camere quando sono venute a dire che avevano trovato in camera loro due magliette da uomo e non riuscivano a capire di chi fossero. Nonostante i molti servizi partiamo in un ritardo accettabile, intorno alle dieci meno un quarto; alcuni di noi, definitivamente malati, partono col furgone per fare ritorno direttamente a casa, mentre con gli altri ci dirigiamo a Barbiana, per quel don là.
Dovevamo fermarci a Vicchio, ma per qualche motivo non meglio identificato andiamo in pullman fino a dove è possibile spingersi, e ci fermiamo al parcheggio di un'osteria affacciata su un laghetto artificiale gelato, con toscana veracia detto Lago della Baldracca, dove il gentilissimo oste ci accoglie per il pranzo al sacco, rifacendosi sulle scorte di bibite che gli esauriamo. E sul Chianti che, era ora, con altri educatori consumiamo con conviviale moderazione.
Prima di salire a Barbiana, i nostri furbissimi adolescenti pensano di giocare un po' con il lago gelato, ed una, cui certamente va la palma della furbizia, ci finisce dentro con tutta la gamba, e va cambiata. Nonostante sulle prime nessuno di noi volesse credere a tanta stupidità. La salita per Barbiana è una passeggiata di quattro-cinque chilometri su una stradella che se fossi il CAI di Firenze mi vergognerei di aver cosparso di segnavia, ed alla fine arriviamo a queste due case con chiesina (veramente microscopica, faremo una fatica indicibile ad entrarci tutti) e canonica-famosa scuola popolare. Ascoltiamo prima un'interessante testimonianza di uno dei suoi primi allievi - interessante non perché non ne conoscessimo in anticipo il contenuto, avendo visto il giorno prima ampi spezzoni dello sceneggiato, ma perché così abbiamo toccato con mano il clima che ruota attorno alla controversa figura sacerdotale. Visita alla scuola, ed incredibile mangiata di freddo, poiché non ci si stava dentro tutti. E scuotere la testa per l'imprecisione dei grafici riguardanti la composizione del parlamento in epoca fascista.
Come al solito, renderla più nera di quanto non fosse realmente. Più tardi, veloce messa in chiesa, anche perché ormai eravamo in condizione di non starci più dentro, e rapido passaggio dal cimitero, posto sul sentiero per il rientro.
Una discussione con la suora, perché è vero che è il don ad avere la mania di don Milani ed a vederlo come un esempio di vita sacerdotale, e su alcune cose si può anche concordare, ma la suora, al solito, vive o finge di vivere in un mondo rosa di buoni, e non vuole nemmeno concordare sul fatto che una così "grande" esperienza, sostanzialmente morta con lui e quindi sterile, che valore possa avere per il mondo di oggi? Se lui stesso non voleva che la sua scuola, che sarebbe stata decisamente interessante, continuasse dopo la sua morte, che uomo era - oltre a quel saccente megalomane che, possono girarla come vogliono, non smette di sembrarmi? E può dire quello che vuole sulla differenza tra il carisma del fondatore e quello della fondazione, ma per uno che non ha fondato niente mi sembra inadeguato.
Il viaggio di ritorno procede bene. Facciamo una sosta (che io avevo sconsigliato, ma meglio così) al Fini di Modena, e poi viaggiamo con il patema di questi cartelli luminosi che prevedono neve, ma nevicherà solo nella notte, una volta arrivati a casa.
Dopo aver scaricato i pullman nel parcheggio davanti all'oratorio di Scanzo, dopo aver dribblato saluti e baci, restiamo soli. Domenica prossimo incontro.
Il nostro pullman A, viaggio di ritorno.
NOTA: io non sto dormendo, ma ascolto la mia musica, tranquillo, finalmente
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Cronache del Campo /6
Arrivando all'ultima sera, tutti o quasi gli adolescenti si erano professati stanchissimi, distrutti, malati, assonnati, od in qualsiasi altra condizione che prevedesse l'immediato coricarsi. Al punto che, credo, sia stata questa la ragione che ha spinto la nostra organizzazione a prevedere l'immediato riposo, una volta arrivati alla casa.
Devo dire, anche se sembra facile con il senno di poi, che alcune dichiarazioni di stanchezza mi sembravano troppo caricate per essere veritiere, anche se venivano da adolescentini di prima superiore. Ed infatti. Il primo problema della serata, comunque, viene da quelli di quinta. Si sono riuniti praticamente tutti, maschi e femmine, di fronte alla mia stanza, e schiamazzano nel corridoio per chissà quali questioni sentimentali neanche fossero ipersensibili quindicenne (plurale di quindicenna dall'ovvio significato - thanks to Daniel per il suggerimento dei neologismi), e ci vuole del bello e del brutto per convincerli a parlarsi il mattino dopo, quando sarebbero stati più lucidi e riposati. Scacciate le due-tre giovani lacrimanti (storie di corna, pare) i maschi entrano anche nella propria camera, onde iniziare a fare uno stupidissimo casino - incontenuto dall'educatore della camera, che è già tre giorni che si lamenta che sono troppo grandi rispetto a lui e che fanno quello che vogliono.
E' in questo contesto che matura Sodoma, una delle due camere-tormento della notte. Durante un'irruzione per contenere l'incongrua confusione (s'ha da considerare che, per mezzanotte e mezza, le altre camere, per quanto potessero essere svegli gli abitanti, quiescevano silenti o quasi), infatti, mi trovo di fronte due di questi, biotti, mentre gli altri scattavano foto e giravano filmati. Altro grosso problema è il finto malato. C'è questo adolescente, che dire grande e grosso è un eufemismo, che non so se sia per problemi seri o per miope cuismo (pratica del cuà eccessivamente), che ad un certo punto dei campi, sia questo che quello di Spormaggiore di quest'estate, deve ammalarsi. Allora eravamo in montagna, ed aveva malissimo ai piedi, adesso era inverno ed aveva malissimo alla testa. E così il pomeriggio era rimasto a casa, invece di seguirci ad Orvieto. E la sera, mentre gli altri, quelli sì stanchi davvero, andavano a letto, lui saltava fuori, prima con la scusa di andare a prendere del miele in cucina, e dopo con la giustificazione che non aveva più sonno. Credo che siamo stati in due a levarlo da terra (levarlo solo metaforicamente, perché non credo che alcuno sia in grado di spostare di un solo centimetro questa montagna umana di criminale deficienza). Mi appoggio, nuovamente, al termosifone in testa al corridoio; blocco con lo sguardo uno della camera Sodoma che un paio di volte prova a mettere fuori la testa. Poi, temporaneamente, demorde. E vado in camera mia.
Lì è impossibile dormire, perché due dei miei compagni, con lo sporadico intervento di un terzo, stanno confessando inconfessabili risvolti della propria vita sentimentale, e di stare lì a sentire adulti grandi e grossi che fanno gli adolescenti proprio non ne ho voglia. E poi la loro voce ha forse coperto il rumore della porta tagliafuoco sulla tromba delle scale? Salto fuori; corridoio deserto e silente. La porta sulla scala d'emergenza è aperta - era aperta anche prima. Con due salti sono fuori ed entro al piano di sopra. Percorro rapido il corridoio (anche le ragazze sono zitte, ma la camera da tenere sotto controllo è la prima, in cima alle scale interne...e vi arrivo in tempo per bloccare tre adolescenti a metà scala. Tra cui il giovanissimo che faceva di tutto per accreditarsi come stanco morto.
E' evidente che nella camera di quelle ragazze ce n'è dentro qualcun altro, non fosse altro che per le risatine sceme che ne escono. Soltanto che sono ben nascosti, e - scegliete quale delle due giustificazioni ha più valore - se sia che sono troppo persona d'onore per dare mostra di non fidarmi della parola delle adolescenti, sì, ma comunque donne o sulla strada per esserlo, o che non ho nessuna voglia di imbarcarmi in polemiche con i vari giovani ed ardimentosi morosini per aver messo le mani tra le lenzuola delle Loro. Già mi era bastato sorprenderne una di quelle in deshabilles quando tardava per colazione.
Dopo aver ricondotto i tre fuggiaschi nelle loro camere, provo nuovamente ad andare a letto; ma la discussione è ancora in corso - e si è arrivati agli insulti. Provo ad adeguarmi, anche perché non è che possa stare in giro tutta notte aspettando che quelli si chiariscano. Ma il rumore che sento è casino di grado A. Salto fuori di nuovo, ed ancora mi trovo il corridoio già vuoto. L'avevamo detto che era un errore lasciare la nostra camera dalla parte opposta rispetto alle scale. Nuovamente salgo al piano di sopra. Il casino è localizzato nella camera 1, quella di fronte alle scale. Visto che è ben localizzato, e presumibilmente lo sarà ancora per un po', mi prendo lo sfizio di fare un controllo approfondito di tutte le altre. Silenzio, luci spente, tutto in regola. Se solo presso le donne fosse stata pretesa la regola, che evidentemente siamo riusciti a fare applicare solo ai maschi - troppo lassismo, troppo lassismo - di non chiudere dall'interno le camere, avrei potuto averne la certezza, ma a posteriori non mi ero sbagliato. Arrivo, allora, e mi appoggio al muro accanto alla porta della stanza 1 - stanza di cui si era iniziato a parlar male già nel pomeriggio - prima o poi qualcuno avrebbe fatto il passo falso di uscire, ed intanto avrei avuto modo di individuare le voci dei presenti. Non ho voluto chiedere perché, ad un certo punto, abbiano mandato fuori una ragazza a fare un giro di controllo, forse per vedere se c'era la strada sgombra per qualcun altro che volesse salire. Esce, guarda giù dalle scale, e prima di rientrare, voltandosi, si accorge che sono lì che la guardo truce. Te, scecc, c'è qui il Casati che vi ha sgamati tutti. E' meglio che usciate. Sarà meglio sì. Passano fuori uno alla volta, in modo che io abbia il tempo di memorizzare qualche volto. Non tutti, perché sono davvero troppi. Ne ho contati una decina, per una camera di otto ragazze. Di cui almeno due assolutamente fidanzate. E tra i maschi che ho buttato fuori non c'erano i morosi. Pensa te se io vado a pensare che i morosi non ci fossero davvero, perché va bene fidarsi, ma questo era impossibile. Ed invece, dopo ispezione più approfondita del solito, uno è saltato fuori, ma l'altro era effettivamente assente. Ci parlo io domani con quel poverino... E così la camera prende definitivamente l'appellativo di Gomorra.
Scendo nuovamente a letto. La discussione dei due si è spenta. Adesso posso dormire, anche perché nel giro dei dieci minuti prima che prendessi sonno non ci sono stati nuovi reati...
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venerdì 4 gennaio 2008
Cronache del Campo /5
Era già sera, fu mattina. Quarto giorno. 1 gennaio.
E' sempre un'esperienza singolare alzarsi il primo dell'anno senza mal di testa. Saranno le otto meno un quarto; un paio dei miei compagni di camera hanno intenzione, come me, di partecipare alla preghiera del mattino. Ci ritroveremo in una decina di educatori e tre ragazze. Di prima superiore. Che meritano il nostro plauso, e per la buona volontà e per il contegno tenuto nella gelida chiesina.
Scopro, mio malgrado, che la parte più urgente della sistemazione era stata fatta la sera prima, e che quindi è praticamente già pronta la colazione. Prima della preghiera ho anche scroccato un paio di tazze del primo caffè della giornata. Tutto benissimo. Dopo la preghiera, iniziano a scendere i primi dei ragazzi. Il latte tarda un po' a fare compagnia al caffè, e visto che sono rapido a perdere la pazienza inzuppo i cantucci avanzati dalla sera prima (e sono ancora tanti...come è tanta la crostata, nonostante l'impegno di Dario a finirla la notta, ma quella è un po' troppo dolce per i miei gusti) nel caffè. In tutto ne butto giù tre tazze intere. E, a ripensarci, capisco com'è che per tutta la giornata, e fino a notte inoltrata, sono stato il più sveglio e nervoso tra gli educatori ed i ragazzi.
Il programma della prima parte della mattina è semplice e fondamentale: trattasi in sostanza di riordinare tutto quello che era rimasto in giro dalla sera prima: decorazioni di vario gusto, residui di cibo scivolati dietro i tavolini, cravatte abbandonate sull'attaccapanni nella foga del ballo...alla nostra contrada della chiocciola tocca il salottino degli antipasti, il che è anche abbastanza semplice, perché non è molto grande...anche se mi devono spiegare chi ha avuto l'idea di tirar giù il sacco di sabbia per boxeur che penzolava in quella specie di sala giochi-tv-salottino (e fin qui ottima idea) per sostituirlo con una gruccia di bambù che decorava una parete, abbellita con fiori di carta realizzati anche con una certa maestria. Non che ci stesse male, in quell'universo kitch che era la casa, ma sarebbe stato più discreto levare il sacco e piantarla lì. Dopo metà mattina, quando i servizi si esauriscono, il curato si inventa un modo per passare il tempo che aumenti lo spessore della giornata. Guardiamo degli spezzoni dello sceneggiato RAI su don Lorenzo Milani, onde essere sufficientemente preparati per il giorno dopo, quando saremmo andati tra le quattro capre di Barbiana. Mangiamo molto presto, peggio che le galline, perché nel pomeriggio ed alla sera abbiamo in programma la visita ad Orvieto.
Non ero mai stato ad Orvieto. La funicolare, necessaria per salire in città dal parcheggio, è più rapida di quella di Bergamo ed è senza conducente. Però è su un binario singolo, e c'è una sorta di chicane intermedia per evitare la collisione tra la vettura che sale e quella che scende. Purtroppo Orvieto, nella nostra geografia mentale, felice espressione coniata dal don, era molto più vicina al Lago Trasimeno di quanto non sia in realtà, ed arriviamo in città verso le tre e mezza, con il famoso e bel duomo che - crediamo - chiude alle quattro. Inoltre, non è stata presa in considerazione la questione della cena, e lungo il percorso dalla stazione superiore della funicolare al duomo due nostri rappresentanti si fermano presso un fornaio per commissionare una montagna di pizza. Infatti, avevamo già avuto contatti con l'oratorio di Orvieto per gli spazi, e ci saremmo fermati lì a mangiare. Le nostre informazioni sull'apertura del Duomo sono, ovviamente, false. Per quel pomeriggio era in programma una messa gospel con il vescovo di Orvieto-Todi e le autorità cittadine nell'ambito della manifestazione Umbria Jazz (fatevi anche voi la nostra stessa domanda, che c'azzecca il gospel con il jazz...e non vale la risposta di Herbert le radici nere del jazz, perché allora voglio una messa gospel anche all'Heineken Jamming Festival - le origini nere del metal via rock via blues), ed il duomo sarebbe stato aperto non fino alle quattro, ma dalle quattro, per consentire l'afflusso dei numerosi fedeli. Chi vuole entrare lo fa, gli altri ci si sparpaglia liberi fino alle 18.00, quando con appuntamento di fronte al duomo saremmo andati nella vicina chiesa di San Bartolomeo per la messa. Mentre adolescenti e giovani si riversavano e sparivano nelle strette strade del centro, colme di bottegucce oscure, da quelle bellissime di prodotti gastronomici alle orrende kitcherie di ninnoli ceramici, accompagno la suora, insieme al segretario del vescovo di Orvieto che, evidentemente, gli fanno fare di tutto, prima dalle clarisse per lasciare il materiale della messa e vedere la chiesa, poi dall'altra parte della città per vedere l'oratorio, recentemente realizzato nel complesso del seminario oramai pressoché deserto e frequentato solo durante i pochi giorni di ritiro per i sacerdoti giovani, ed avere così la preziosa occasione di discutere sulle diverse esperienze pastorali di due diocesi così diverse (ed andarsene con la convinzione che non abbiamo che da ringraziare il Cielo per come sia buona la situazione della Chiesa bergamasca, nonostante il Secolo...). Dopo queste incombenze il giro, di un'oretta, per Orvieto al seguito del curato, che si infila in un negozio di stampa alternativa, in cui erano in vendita libri che credevo banditi da anni, come le opere di Bakunin o improbabili teorie complottarde circa le elezioni del 2006 (teorie complottarde di cui stavo elaborando una mia personale a fini narrativi, ma è un'altra questione), e ne esce con una biblioteca intera.
La chiesa in cui celebriamo messa è fantastica. Bella. Altro che chiese di geni di architetti moderni che sembrano fuori dei cinema multisala e dentro dei capannoni del Trevigiano; un gradevole e misurato barocco di scuola borrominiana, molto monastico con la sua bianca monocromaticità. Peccato per il freddo.
Ci trasferiamo poi dall'altra parte della città vecchia, all'oratorio, dove ci accomodiamo, invero un po' stretti, nel salone, appena pulito dopo la festa dell'ultimo (ed infatti, quando lo avevamo visto al pomeriggio, era ancora in aria e c'erano grossi avanzi di dolci, che purtroppo erano stati portati via), e riceviamo le teglie di pizza. Mangiamo con incredibile ordine - quanto tempo è passato da quando si gettavano come animali sulle pizze al metro -, anche se un po' poco, tanto che in molti opteranno per un dopocena altrettanto, se non più, sostanzioso (penso al kebab del gruppo Rosciate Rulez, ma non solo), e poi alcuni ardimentosi (o affamati) sfidano il freddo serale, mentre altri rimarranno all'oratorio fino all'ora del rendez-vous finale. Con il curato, la suora, le signore Cinzia e Chiara, ed un gruppetto intorno alla prima superiore siamo usciti in cerca del caffè o del dolce; per prima cosa abbiamo perso la suora e le primine davanti ad un cuoco che realizzava con sublime maestria crepes alla nutella (anzi, per amore di copyright, crema al cioccolato con nocciole), poi siamo entrati in una pasticceria dall'aria lussuosa per bere caffè, tisana, mangiare una fetta di torta (gli altri) e bere finalmente un buon whisky torbato (Laphroaig 10 yrs., che ha riscosso successo anche presso il don).
Dopo aver fatto un viaggio a vuoto all'oratorio, perché quelli che erano rimasti se ne erano già andati chiudendo tutto e riordinando, ci ritroviamo alla funicolare per il ritorno. Si arriva a Torricella di Magione in tarda serata, verso le 23 e 30, e si danno disposizioni di andare subito a letto (nonostante io avessi optato per le celebrazione di una compieta comunitaria). Il troppo caffè della mattina starà ancora facendo effetto, oppure il whisky mi avrà dato la carica che era necessaria, o qualche altro motivo, fattosta che sono in gran forma per la mia notte di sorveglianza. Metto il pigiama e mi appoggio con aria allo stesso tempo paternalistica e minacciosa al termosifone in cima al corridoio. Invito i miei colleghi ad andare a letto, se avessero voluto, ché tanto ci sarei stato io. Essendo l'ultima sera, e tutti provati, non fanno troppi complimenti.
Ed inizia la mia guerra personale.
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Cronache del Campo /4
Mi scuso, perché volevo aspettare di avere qualche foto della sera dell'ultimo prima di proseguire, ma né mio fratello né mia sorella, che facevano le foto, ne hanno qualcuna di decente, e non so quanto dovrei aspettare prima di recuperarne qualcun'altra. Poi metterò sul mio space le foto più significative ad uso e consumo di tutti. In barba alla privacy.
Salgo in camera, come dicevo, alle otto meno venti, devo fare la doccia e vestirmi. Quando arrivo in camera i miei coinquilini stanno già legandosi il nodo della cravatta; devo essere un po' teso. Mi invitano a rilassarmi, che ci sono ancora venti minuti. Non dovrò mica fare ancora la doccia? Allora sì, devo proprio agitarmi. Comunque ce la faccio. Vado nel panico solo quando le alette della camicia non ne vogliono sapere di stare simmetriche dietro al papillon. E scendo a messa.
E' proprio un bel colpo d'occhio, cento e passa persone vestite a festa che si assiepano in una cappella. E finalmente la suora che indossa l'abito vero del suo ordine. Omelia sull'autoironia, il vedere il mondo come dono, il vivere con gioia i doveri di ogni giorno. Dovrei forse stare più attento alla Messa, invece mi scopro a riflettere sul modo che le varie persone hanno di intendere abito elegante. L'impressione è che ad avere capito come funzionino queste questioni ci siano arrivati solo i più grandi. Alcuni educatori, certo, e gli adolescenti di quarta e quinta superiore, sono praticamente gli unici che possano vantare di essere in etichetta, come dice mia nonna. Non si può, comunque, essere troppo pignoli, come con quello di quarta che ha abito nero, camicia nera e cravatta nera. Mi sono vestito anch'io così, una volta. Per suonare ad una festa di Halloween. Anche perché i più piccoli sono abbastanza lontani dalla decenza. Passi per l'alternativo, che per ideologico rifiuto della società borghese è tre giorni che si veste da rapper della costa occidentale, e per stasera si è riempito di pacchiani catenoni con il simbolo del dollaro, ma il truzzo discotecaro che scende con una CAMICIA GESSATA (su cui già si potrebbe discutere) aperta fino all'ombelico è talente rivoltante che viene spedito a coprirsi, almeno fino a dopo cena. Tutto sommato, i maschi sono passabili. Emanuele, uno di noi educatori, si è anche fatto la barba, sacrificando un'opera cui attendeva da mesi...Discorso a parte per le ragazze. Era qualche giorno che sostenevo, anche con gli educatori, la differenza fondamentale che passa tra abito succinto ed abito da sera, ed incontravo una strenua resistenza al motto di "e noi concordiamo!", che può sembrare mi dessero ragione ma in realtà c'è un patente riferimento alla predica di Natale del mio parroco e significa, all'incirca, "ci piacciono le ragazze poco vestite". A parte il fatto che, a me, piacciono solo se sono belle, e per tirarne fuori di quelle quaranta la decina (abbondante, in effetti come oratorio non siamo messi male) che potrebbe incontrare il mio gusto non ero disposto a correre il rischio delle altre trenta, non volevo certo che la serata organizzata dal Casati potesse essere tacciata di istigazione alla concupiscenza. Insomma, queste ragazze (con qualche rarissima eccezione) non hanno idea di cosa sia un abito da sera. Con qualcuna è andata discretamente, altre erano pronte forse per andare a ballare in discoteca, concediamo pure una discoteca elegante...
Dopo Messa spiego cosa avremmo fatto per l'aperitivo. Panico totale per i numeri primi. Dopo un quarto d'ora di smarrimento totale permettiamo che entrino nella sala in cui è stato predisposto l'aperitivo-antipasto anche senza gruppetto, qualcuno ce l'aveva fatta ed il nostro intento, di evitare cioè un eccessivo assalto alle tartine, era riuscito.
Adesso arriva il momento peggiore. Sono già le dieci meno venti e dalla cucina comunicano che ci vorranno ancora venti minuti prima di aver pronto il risotto. Ci inventiamo che, per entrare e prendere posto, devono entrare in coppia con la consueta coda cui sono senz'altro abituati quando vanno in qualche discoteca fighetta. Ed infatti aspettano molto diligentemente fino che sono entrati tutti, più di un quarto d'ora senza lamentele. Il mio "perfetto" meccanismo di assegnazione posti si è incastrato, perché noi avevamo preparato con tutte le sedie in chiesa per la messa, e nel riportarle chi di dovere deve aver tenuto poco in considerazione i posti apparecchiati. Bisogna poi aggiungere che le sedie presenti erano decisamente ingombranti. I posti che saltano più facilmente sono quelli degli educatori che erano stati disposti a metà tavolata. Approntiamo un tavolino extra e ci arrangiamo in qualche modo. Grande irritazione per le palesi violazioni della casualità dei posti. Passino tra ragazzi (so' ragazzi, si dice appunto), abbiamo fatto di tutto, riuscendoci, per mettere vicino, ed al tavolo d'onore (maledizione, ci fosse almeno la foto del tavolo d'onore), le due coppie di educatori, ma le coppie tra educatore ed adolescente (devo inventare un modo, forse un apostrofo dopo ed, per indicare che adolescente va inteso femminile), oltre a poter benissimo essere guardate con sospetto (ma non ci volgio fare crociate prima che tra qualche mese la cosa mi venga rinfacciata), potevano almeno star separate per qualche ora e niente smancerie in pubblico. La palma del lassismo e della maneggioneria va al cugino assessore, bell'esempio di civismo, uomo di specchiata virtù. Io voglio solo sperare (ed è senz'altro così) che la mia commensale di sinistra fosse frutto del caso.
Durante la cena serviamo ai tavoli noi educatori, e quindi è tutto un mettere e togliere le bianche scossaline prese il giorno prima della partenza; ma tra una portata e l'altra facciamo un po' di conversazione, e specialmente il gioco del don e della suora, venduto come una competizione tra tavolate per accaparrarsi lo spumante per il brindisi. Il problema più grosso è che il tempo vola e le portate molto meno. Salta la distribuzione del dolce, verrà portato fuori al momento del brindisi...la frutta sciroppata, invece, latiterà e non ho ancora capito bene chi se la sia sbafata. Alle undici e venticinque dichiariamo conclusa la cena, mandiamo signori e signorine a rinfrescarsi (per qualcuno sarà togliersi la cravatta, per qualch(Una) educatrice mollare la gonna e vestirsi da strassera, per il truzzo di cui sopra mollare il distinto maglioncino crema e tornare a mostrare il petto implume a tutti), sparecchiamo tutto (discussione perché c'era un gruppo di adolescenti che aveva l'incarico di sparecchiare, ed infatti nelle due ore del pomeriggio era stato in pausa, ma qualche amicone ritiene che, poverini!, sarebbero gli unici che lavorano mentre tutti si divertono, e che quindi sia più giusto lavorare il doppio noi - neanche il curato riesce a fargli mutare consilium), liberiamo la sala e ci prepariamo a servire i dolci e lo spumante.
Mentre l'animazione di Herbert inizia lasciando libertà ai due adolescenti DJs io corro in dispensa a prendere le bottiglie, trovo i bicchieri e dispiego il servizio d'ordine a guardia delle bottiglie, ché qualcuno dei più agitati non ne faccia sparire alcuna. Arriva mezzanotte; arriva il 2008. Non voglio nemmeno sapere chi è stato a dare in mano ad un paio di quelli di quinta le bottiglie da stappare, che a momenti allagavano la casa di spumante appiccicaticcio (purtroppo la qualità lasciava un po' a desiderare). Li avrei puniti io, ma credo siano bastati gli insulti delle ragazze con il loro migliore (sempre nell'ottica di cui dicevo prima) vestito macchiato. Dieci minuti di lavoro duro a servire da bere, e poi un secondo di pausa. Esco, e dal lago salgono i fuochi d'artificio. Benvenuto ad un altro anno mediocre.
Poi torno dentro, in fin dei conti ho due balli prenotati (avevo richiesto alla mia commensale di sinistra il secondo, sapendo bene che per il primo era da mettere in conto la signora Pezzotta - che si risente ogni volta che le dò del lei e la chiamo "signora" e così insisto); ma, intanto che i due fanno la discoteca, non siamo certo nel genere di balli che la signora balla e che io intendevo. CassinaDJ fa un'house elettronica minimale abbastanza tediosa, a mio modesto parere, e quel bambo di mio fratello fa Lento Violento ed antica commerciale. Converte il curato al lento violento. E per fortuna non durano più di mezz'ora. Poi arriva Herbert con il suo feticcio dell'animazione e dei balli che neanche al peggiore villaggio vacanze...ne metto un video perché renda l'idea. A dire il vero, di saltare come un ossesso trascinato da questi adolescenti non ne ho gran voglia. Mi siedo nel salottino con quelli che sono spossati e vengono a tirare il fiato, ed intanto faccio onore alla crostata ed ai cantucci. E bevo pochissimo, giusto per finire le bottiglie onde evitare che rimangano lì e qualcuno ne abusi o, peggio, le rompa.
L'animazione non accenna a finire. Ed io mi stanco. Mi spiace per i balli che ho in carnet, ma se qui vanno avanti fino alle due o più tardi a fare i balli del CRE...che poi è vero, ballarli con l'animazione del loro autore è raro ed interessante, ma non fa comunque per me. Ed all'una e mezza saluto e vado a letto; non avevo smesso di saltare qua e là dalle tre per preparare la serata, il lebbrosario aumenta costantemente per dimensione e non voglio correre rischi. Ovviamente me ne pento subito, perché non ho fatto in tempo a buttarmi sotto le coperte che i balli d'animazione finiscono ed attaccano i balli veri. Ma ormai sono a letto. La festa finisce intorno alle due e mezza; tutti salgono, ma i miei colleghi staranno giù parecchio a mettere a posto, almeno per la colazione. Credo che sia l'unico momento del campo in cui ho lasciato fare le cose agli alri. Ovviamente i ragazzi fanno un po' di casino, ma niente che mi spinga ad alzarmi dal letto. Poi i miei colleghi mi diranno di essere stati su fino ad oltre le quattro, per contenerli. Mi sa che l'ultima sera sarà giusto che io faccia un po' il castigamatti. E che lasci dormire gli altri. Il primo dell'anno, preghiera facoltativa alle 8.00; sveglia per tutti alle 8.30.
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Cronache del Campo /3
E fu sera, e fu mattina. Terzo giorno. 31 dicembre.
Sveglia relativamente tardi, alle 8.00. Dopo l'esperienza di ieri avevo anticipato ulteriormente la mia personale; inutilmente, perché le due non si sono fatte vive. Così sono pronto prestissimo, mentre i corridoi del piano superiore sono ancora popolati da zombie che camminano ondeggiando. Ed esco dalla casa per fare due passi. E finalmente vedo il Lago. Già si era iniziato ad insinuare che questo fantomatico lago Trasimeno non esistesse, perché nessuno l'aveva mai visto. Appena arrivati era sera e non si vedeva nulla, il giorno prima al mattino c'era nebbia e la sera siamo tornati ancora che era buio. Finalmente oggi è una bella giornata di sole, senz'altro fredda, ma molto limpida. Ed il sole, da dietro le colline, si specchia sul lago.
Il tema della giornata di oggi è la Gioia. Sarà l'unico giorno in cui non ci muoviamo dalla casa. Il mattino passa tra i servizi ed un interessante momento di lavoro di gruppo; il pomeriggio sarà in buona parte libero, poi ci saranno due ore per preparare la serata, poi ancora un'ora per mettersi in tiro; alle 20.00 la Messa di chiusura dell'anno, nella chiesa annessa alla casa, a seguire cena e veglione.
Oggi il mio gruppo ha come servizio la cucina dopo pranzo, quindi al mattino non abbiamo da fare altro che pulire ciascuno la propria stanza. All'ora convenuta ci sparpagliamo per il lavoro. Non so con che animo qualche altro educatore li porta in giardino per la riflessione. Per quanto mi riguarda, fa troppo freddo. Rimaniamo in sala da pranzo, insieme ad altre due o tre contrade, a diversi angoli della stessa, per questo lavoro sulla gioia, finalizzato a trovarne una definizione condivisa ed una proposta per gli altri gruppi. Essendo in due educatori, ora, riusciamo a starci sopra meglio - certo, c'è chi parlerebbe in continuazione contenstando tutte le idee altrui e quello cui bisogna tirare fuori monosillabi con le tenaglie, ma nella nostra oretta e mezza si arriva, almeno, ad una conclusione. Dopo la condivisione, momento del pranzo. Ed il drammatico dopo pranzo.
Avvenne, cioè, che essendoci almeno tre ore, tre ore e mezza libere prima delle 17.00, i nostri adolescenti maschi avessero organizzato delle partite di calcio, nel cortile della casa. Ed un paio di quelli della mia squadra dovevano partecipare. Ma il turno di cucina è sempre molto lungo, specialmente se non si lavano i piatti come si deve e bisogna rifarli, e c'è voluto del bello e del brutto per trattenere i ragazzi che quasi piangevano perché non li si faceva giocare. Ovviamente hanno avuto tutto il tempo che volevano, dalle tre alle cinque.
Finito il servizio, inizia il tempo libero. Ah, che bello...Ci sono due ore per preparare i preliminari della cena. Infatti, gli animatori responsabili per la sera dell'ultimo eravamo Herbert (anche presidente dell'UPEE, pezzo grosso) ed io, e ci eravamo sostanzialmente divisi i momenti: precena e cena io, dopocena con annessa animazione lui. Ciascuno con reciproco sospetto dell'attività dell'altro. Mentre lui col suo computerino se ne sta in soggiorno a sentire un po' di balli per stasera, io mi faccio schemi su schemi per trovare il modo più razionale di disporre i tavoli per la cena, affinché ci stiamo tutti ed il colpo d'occhio non sia una caotica babele, prendo contatti (diciamo pure esaspero) le signore della cucina per capire il menu, il numero delle portate, se ci sono le tovaglie, dove sono i bicchieri, cosa si prepara per aperitivo, come mai non c'è più l'antipasto previsto...E così, dopo aver compilato almeno tre o quattro disposizioni alternative dei posti a tavola, dopo aver finalmente deciso che l'aperitivo non verrà servito in corridoio ma nel soggiorno, arrivano le 17, ora in cui tutti i ragazzi scendono (o rientrano, quelli che avevano ben pensato di fare un giro sul lungolago) per la distribuzione dei compiti. Con la difficoltà di dovere, allo stesso tempo, lavorare con la mia squadra per il nostro incarico (segnaposti ed assegnazione degli stessi) e supervisionare il lavoro di tutte le altre - tranne di quelle in cucina, che già devono lavorare anche in sala da pranzo - che così tarda ad essere sistemata. La cosa migliore del lavoro con la mia squadra è che ho finalmente imparato a fare le barchette di carta.
Per l'assegnazione dei posti, la mia mente contorta aveva partorito di far estrarre ad ogni adolescente un cartellino con un numero (pari per le ragazze, dispari per i maschi) preso dalla tabellina di un numero primo "complicato" (partendo dal 13, fino al 47). Prima dell'aperitivo, avrebbero dovuto ritrovarsi con tutti quelli della stessa tabellina; poi sarebbero entrati in sala da pranzo, accolti dagli educatori che avevano, al contrario, il posto assegnato in modo palese, avrebbero cercato il segnaposto che corrispondesse al proprio numero e si sarebbero ivi accomodati. In tal modo avremmo in un colpo solo evitato il formarsi dei soliti gruppetti di commensali ed ottenuto una disposizione di genere (opportunamente alternando numeri pari e dispari - essendo 41 le donne e 40 gli uomini) consona alle norme del galateo a tavola. Questa storia dei numeri primi manda un po' in panico, prima ancora dei ragazzi che lo scopriranno all'ultimo, la mia squadra che deve cimentarsi nella preparazione delle tabelline. E così, dopo aver preparato veramente alla svelta le barchette, si va nel panico per oltre un'ora nello scrivere i giusti numeri; si riescono a sbagliare le moltiplicazioni, poi ce ne deve essere uno che non ha svolto il proprio compito perché c'è tutta una tabellina mancante, ma non si capirà mai chi sia costui...poi si scopre all'ultimo che c'è anche un errore mio, e che ho dato disposizione di preparare meno segnaposti del necessario. Gli adolescenti fremono per andare a prepararsi alla gran serata, e rimaniamo io e gli altri educatori a fare le ultime cose; specialmente a sistemare ai tavoli i segnaposti. E continuo a girare per la sala da pranzo, sono stati apparecchiati più posti del dovuto, no - sono troppo pochi, e così salgo a prepararmi (e devo anche fare la doccia) che sono già le otto meno venti. Incubo.
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giovedì 3 gennaio 2008
Cronache del Campo /2
E fu sera, e fu mattina. Secondo giorno.
La sera prima siamo andati a letto molto tardi, anche perché abbiamo finito di cenare alle dieci passate, e poi s'è dovuto sistemare tutto, e preparare il pranzo al sacco per l'indomani, e poi era comunque la prima sera...E svegliarsi entro le sei e mezza (entro, perché alle sei e mezza è da dare la sveglia, e non tutti gli educatori possono permettersi di farsi buttare giù dal letto alla stregua degli altri ragazzi) non è facile. Fortunatamente non è facile neanche dormire, perché basta respirare che il letto a castello fa un baccano d'inferno. Mi alzo così intorno alle sei ed un quarto, facendo di tutto per non svegliare i miei compagni di stanza, e mi preparo diligentemente per essere pronto alle sei e ventinove, onde uscire a bussare alle porte di tutti quelli del mio piano spaccando il secondo. Stavo giusto finendo di fare il nodo alla cravatta (saranno state le sei e ventisette circa) quando sento un concerto di voci stridule e schiamazzi levarsi dalla cima del corridoio. Balzo fuori infuriato - perché nessuno si deve lamentare di essere svegliato in anticipo, onde evitare strascichi polemici - e trovo queste due ragazze (di cui cito le iniziali perché torneranno altre volte nel racconto, A. e S.) che, in piedi dalle cinque e mezza, a detta loro, hanno pensato bene di rendersi utili aiutandoci a svegliare tutti. Le scaravento fuori dal corridoio. E passo a dare la sveglia come si deve, ovvero bussando sulle porte dicendo semplicemente "Sveglia."
Essendo la prima colazione ci sono dei problemi di calibrazione, tipo che il caffè arriva un quarto d'ora dopo il latte e ci sono almeno dieci litri di tè che vanno sprecati perché non lo beve nessuno, o quasi. Mentre ragazzi ed educatori scendolo alla spicciolata ed il sole lentamente sorge in un mare di nebbia, che non si vede dall'altro lato della strada, si mette lentamente in moto la macchina per la partenza. Servizi di cucina, finire di preparare le ceste con i panini al sacco, si stabilisce che la distribuzione del pranzo avverrà in loco, e si sale sui pullman alle sette e mezza. Bisogna arrivare a Rivotorto, appena fuori Assisi, alle nove meno un quarto. In questi giorni i due autisti che ci hanno portato da Bergamo si fermano nel bed&breakfast accanto alla nostra casa, rimanendo sempre a nostra disposizione. Tutto il viaggio fino ad Assisi è immerso in una nebbia lattiginosa, tanto che dalla chiesa di Rivotorto non si capisce nemmeno da che parte sia questa famosa "Assisi" di cui si parla tanto.
Tema del giorno è la pazzia; è in programma, per il primo pomeriggio, un'inconsueta attività personale e di gruppo. Alla chiesa di Rivotorto celebriamo la messa alle 9.00, per poi essere trasportati fino ad Assisi, nella zona di San Damiano. Arriviamo che la nebbia non si è ancora sollevata dalla pianura, ma ormai ne siamo fuori e ci rendiamo conto che sarà una fredda giornata di sole. Il tentativo di visitare San Damiano viene bloccato dalla concomitante presenza di un gruppo numeroso almeno quanto noi; pertanto, dopo aver tenuto consiglio, si decide di dividersi per contrade come previsto e di lasciare il pomeriggio fino alle 17.00 libertà agli educatori dei singoli gruppi di gestire il momento di riflessione, le visite culturali ed i momenti di svago.
Sotto la mia guida inflessibile, il gruppo conosce una netta spaccatura. Poiché noi dobbiamo raggiungere la Basilica Inferiore per il nostro momento di riflessione (ogni contrada in una chiesa diversa) e non era più tardi delle undici ed un quarto, dispongo che si raggiunga la basilica, dalla parte opposta di Assisi, indi si pranzi, indi la riflessione, poi avremmo deciso che fare. Durante il viaggio, alla prima brevissima tappa per vedere Santa Chiara (abbastanza sterile tornare indietro poi, per visitarla), i maschi del mio gruppo, anche complice il fatto che un altro gruppo proprio in Santa Chiara dovesse fermarsi, si ostinano a fermarsi lì per pranzo e ci avrebbero raggiunti in seguito, ché nessuno si perde ad Assisi (tenete a mente questa frase...). Con le tre ragazze arriviamo alla meta, consumiamo il nostro pranzo al sacco ed aspettiamo una mezz'oretta che arrivino gli altri i quali, accodatisi al gruppo che doveva lavorare in Basilica Superiore, ci raggiungono soltanto quando l'educatore dell'altro gruppo mi chiama seccato che se ne voleva liberare.
Dopo un brevissimo fervorino in cui ribadisco le già illustrate consegne per la meditazione, i ragazzi devono dividersi per osservare e riflettere sulle persone che incrociano nella basilica. Si ripiega sulla piazza perché è appena finita la messa e di perdiamo in una folla che non va né avanti né indietro. Due - tre di loro (dei maschi, ovvio) spariscono nel momento in cui bisogna dividersi per restare un po' da soli. Li ritrovo al termine dei primi venti minuti di riflessione, davanti alla basilica superiore, insieme a quelli dell'altro gruppo, che giocano con la PSP. Me lo segno sul mio taccuino mentale e li conduco dagli altri, per la seconda parte: chiedere ai passanti cosa li spinge ad Assisi, di cosa sono in cerca, se sono credenti o meno. Dovevano fare questo lavoro da soli, da programma, ma già al mattino il curato aveva concesso il lavoro a coppie. In pratica stanno tutti insieme, ed in mezz'ora riescono solo a farsi dire da un turista che sta cercando la toilette. Per l'ultima fase della meditazione, abbastanza sconfortato, li porto a pregare in basilica. Li faccio accomodare e poi inizio a preoccuparmi anche della mia anima. Non si saprà mai se hanno usato bene o male quel tempo. Li vedo, invece, presi bene per le tombe di San Francesco e dei suoi primi compagni. Sono io che devo aspettarli.
Adesso inizia la parte più complicata; finita la riflessione, si sentono tutti liberi, e devo penare non poco per convincerli a vedere almeno gli affreschi di Giotto. Poi cedo, e li lascio andare dove vogliono. Sanno dove e quando raggiungerci. Con chi mi segue (le tre ragazze) abbiamo in programma di metterci in cammino per l'eremo delle carceri - a patto che ci si fermi per una cioccolata. In effetti è da poca passata l'una e mezza e fa già un freddo cane. Dovevamo incontrarci con alcuni della contrada della Selva, che sarebbero venuti con noi all'eremo, ma quando li incrociamo con il loro educatore che stavano andando a visitare le Basiliche francescane capisco che ci saranno dei problemi d'orario. Ma la parola è data. L'appuntamento con loro è fissato all'anfiteatro romano alle tre (vengono dati quattro chilometri da lì all'eremo, in due ore si dovrebbe riuscire ad andare e tornare) e li si và a prendere la cioccolata e ad attenderli. In pratica riusciamo a muoverci con loro solo intorno alle tre e venti, perché tardano non poco, e per qualche motivo il sentiero per l'eremo c'è scritto richiedere più di un'ora. Potremmo muoverci lungo la strada, ma questa è un auto parcheggiata dietro l'altra e, nonostante l'ambiente, è tutto fuorché bucolica. Allora prendiamo il sentiero, e andrà come andrà. Dopo una mezz'oretta, avendo sentito che quelli partiti più di mezz'ora prima di noi erano appena arrivati, stanti le minacce di ammutinamento noi tre educatori che li accompagnavamo, i due Emanuele oltre a me, decidiamo di fare rientro con la coda tra le gambe. Arriviamo al luogo dell'appuntamento, dopo essere scesi per percorsi alternativi alle quattro e mezza, ma già sono tutti lì. Difficile gestire la libertà di un pomeriggio, quasi tutti gli adolescenti si sono riuniti per aggregazione spontanea. Gli ultimi ad arrivare, oltre a don e suora, sono due educatori che, però, si erano persi. Eravamo in giro strafuori, l'elegante giustificazione.
Incontrando don Alessandro, riporto l'increscioso incidente PSP. Mi viene raccomandato di amare di più i miei ragazzi. Ma intanto, la sera, farà loro una lavata di capo. Prima di conoscere lui stesso il potere deviante della Play. Intanto che aspettiamo l'ora di partire, mi si fa incontro minaccioso il ragazzo di A., una di quelle del mattino, che deve aver saputo che ho cacciato in malo modo la Sua. Con la soggezione che mi può mettere un gracile quindicenne ascolto che non devo toccare la sua ragazza (dove il toccare -più propriamente sospingere- si presume, a ragione, essere avvenuto per allontanarla fisicamente dal luogo a lei precluso); eccetto che se sta sbraitando. Ci confrontiamo e concordiamo che, dati i fatti, ne avevo pieno diritto. Ed anzi, sono raccomandato di ripetermi finché non capisca.
Il viaggio di ritorno, benché relativamente breve, per Torricella, è l'inizio di una lenta agonia. Uno dopo l'altro, nei giorni successivi, legioni di adolescenti si ammaleranno, chi per una sera, chi per un giorno, chi in via definitiva. E fiorisce il mercato nero della tachipirina.
Arrivati alla casa si prepara la cena, ed inizia la fortuna del pianoforte, che da questo momento avrà sempre qualcuno (molto spesso io) che ci mette sopra le mani. Dopo cena, che pur non trascinandosi molto diventa tardi, perché c'è anche da mettere in conto il tempo per i servizi, proiezione del film La Febbre di Alessandro D'Alatri. Non tutti gradiscono, e preferirebbero andare a letto. Ma meno sono stanchi, più casino si fa nelle camere. E poi il film è considerato "contenuto" del campo. In modo misterioso. Ma, comunque, piacevole.
Nel frattempo ci hanno raggiunto gli educatori mancanti ed anche l'adolescente Luca Riva (di cui la foto), che non ci ha accompagnato il primo giorno per questioni di salute. "I Rosciatesi festanti posero", come si leggeva sulla lapide in onore della sua sedia. Con gli educatori mancanti arriva il mio collega della contrada della Chiocciola. Domani saremo a ranghi completi. Faccio il minimo indispensabile di controllo notturno, non perché sia particolarmente stanco ma perché la situazione è del tutto sotto controllo. In poche camere, quando salgo, resistono focolai di chiacchiericcio molesto. Tutto sembra in ordine. Mi accorgerò due giorni più tardi di quanto sia illusoria questa quiete. Ma intanto vado a dormire.
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Cronache del Campo /1
Siamo tornati ieri sera. Prima del previsto: alle 23 eravamo già al parcheggio di fronte all'oratorio di Scanzo; dribblando gli adolescenti per scaricare dai pullman i materiali della parrocchia, ho evitato i saluti e i baci. Poi la piazza si è svuotata. E siamo rimasti in pochi, a guardarci. Domenica prossimo incontro.
Siamo partiti sabato mattina, come da programma. Mette un pizzico di invidia vedere che tutti gli adolescenti sono accompagnati in auto da genitori apprensivi che portano loro appresso i borsoni acché non si stanchino troppo, mentre tua madre si è alzata tontognando che doveva fare i panini ai tuoi fratelli e ti ha spedito a piedi fino giù a Scanzo, tirandoti dietro borsone, zaino, porta abito et co. Per fortuna Emanuele, che aveva preparato tutti i giochi e fino all'ultimo secondo utile non si sapeva se sarebbe venuto o meno, si presenta. Solita odissea per caricare tutto sugli autobus. E dire che quest'anno erano due, e pensavamo di avere spazio. L'ingombro dei bagagli è non-lineare con il numero dei partecipanti, evidentemente. Poi ci si divide. Senza nessun criterio se non quello occulto di qualche manovratore misterioso (che avrà modo di estrinsecarsi nei giorni sccessivi). E si parte, con il cielo ancora scuro, alla volta di Siena. Primo giorno.
Viaggiamo bene. La A21 Brescia-Piacenza è immersa nella nebbia e nella galaverna. Ed è deserta come al solito. Il sole si alza malato; sul mio pullman (pullman A) gli adolescenti sono più agitati di quello che ci si aspetterebbe a quest'ora. Non abbiamo ancora iniziato a stancarli. Ci fermiamo sull'A1 all'altezza di Casalecchio, prima del tratto appenninico. Caffè, giornale e tavoletta di cioccolato fondente all'88% - che non riscuote grande successo tra i ragazzi perché troppo amara. Meglio. Ce n'è di più per me.

Arriviamo a Siena verso le undici e mezza - mezzogiorno. Secondo i programmi del gioco di Emanuele avremmo dovuto entrarci dalla parte opposta, invece i pullman ci lasciano a San Domenico. Salta la prima fase del gioco. Scendiamo a Piazza del Campo dove ci accampiamo alla bella e meglio e consumiamo il primo dei nostri frugali pranzi al sacco. Altro caffè, ed inizia il gioco. Bisogna rendere ogni onore alla preparazione di questo grande gioco, che intende far conoscere Siena conducendoci a vedere i luoghi più significativi, conoscere la gente delle contrade e lo spirito che le anima. Punto primo, divisione in contrade, dieci squadre di dieci persone (otto adolescenti, due educatori - io sono solo, il mio collega scenderà dopo un paio di giorni). Chiocciola. Per prima cosa, trovare la sede della propria contrada, chiedere informazioni agli abitanti, rispondere alle domande, comprarne la bandiera. Potevano mandarmi ancora più lontano...nonostante abbia trascinato adolescenti con nessuna voglia di correre il più velocemente possibile, arriviamo praticamente ultimi alla fine della prima fase. Nella seconda fase viene consegnata ad ogni contrada una mappa di Siena con segnalati luoghi di interesse collegati ad una trentina di domande. Luoghi di interesse disparati, che era impossibile collegare con un percorso lineare. Ci sono due ore di tempo prima della messa a San Domenico, quindi o si lascia indietro qualcosa o si corre come dei disperati. Io sarei per la seconda, ma opteremo per la prima. Alcune chicche dalle risposte (non tutte della mia squadra, ma degne di nota): il Santuario di Santa Maria di Provenzano è stato forse eretto per commemorare la cattura del famoso latitante? Il vino più pregiato prodotto in provincia di Siena è il barolo? Il santo che ha preso i voti francescani nella chiesa di S. Francesco è Padre Pio? Perché inserire la paninoteca nazionale tra i luoghi d'interesse?
Si arriva sudati fradici a San Domenico verso le cinque e mezza; nella chiesa è spento il riscaldamento; qualcuno era già di salute precaria prima della partenza. La celebrazione della Messa è un concerto di colpi di tosse e starnuti, con tutte le intensità e le gradazioni.
Spendiamo due parole sul tema del campo, Don Chisciotte, San Francesco, don Lorenzo Milani pazzi necessari. Un libretto corposissimo realizzato dal nostro curato, con in allegato il libretto dell'UPEE (Ufficio Pastorale Età Evolutiva) sulla figura di don Milani, con in allegato un secondo libretto dell'UPEE con preghiere e canti. Il primo giorno si predica sugli inizi delle esperienze dei nostri tre. Finisce la Messa e si risale sui pullman, destinazione Torricella di Magione, a sud-est del lago Trasimeno. I ragazzi sono un po' più stanchi, ergo più tranquilli.
Arriviamo a Torricella intorno alle otto; facciamo un paio di giri per le strette stradine ed i due passaggi a livello della minuscola frazione prima di capire da che parte approcciarci alla Casa sul Lago, nostra sistemazione per questi giorni. E scarichiamo valigie e scatoloni di viveri e materiali, ed accumuliamo tutto nell'atrio. La prima impressione è positiva. E disarmante. Abituati alla spoglia sobrietà delle case per gruppi, questa è un sovrabbondante kitch di ogni genere di possibili soprammobili, financo scatole di sigari vuote. Poi c'è un pianoforte. Terribilmente scordato nelle note basse, ma sarà un graditissimo passatempo. E, considerata la qualità di molti esecutori, la nostra partenza lo vedrà ancora più scassato. La sala da pranzo è "piccola" e ci stiamo a pelo, ma bisogna considerare che siamo in oltre cento. Sarà un problema per l'ultimo. La cucina è quanto di più irrazionale si sia mai visto. Difficilissimo girarcisi dentro, sarà un problema soprattutto per le due signore che ci accompagnano con questa mansione. Il mio gruppo si deve subito dare da fare per apparecchiare, ed apparecchiamo troppo. Una parola sul gruppo. Sono tre ragazze e cinque ragazzi, tutti tendenzialmente piccoli - siamo dalla prima alla quinta superiore, devo averne due o tre di terza e gli altri di prima. Buoni, non di quelli che fanno disperare. Ma ce ne sono tre che delle amebe sono più vive ed attive. Ma di loro avrò da lamentarmi più tardi.
Sistemazione nelle camere, fin troppo spartane e non tutte in buono stato. Siamo su due piani, il primo riservato ai maschi ed il secondo alle ragazze. Problemi organizzativi: gli educatori sono quasi tutti maschi, ci sono solo due educatrici oltre alle due signore, che non sono qui per fare le cuoche - benché lo facciano - ma sono in forza regolarmente ai vari gruppi e la suora. Le camere sono da sei-otto posti letto. Con i maschi mettiamo uno o due educatori per stanza, delle ragazze siamo invece costretti a fidarci. Errore numero 1. Siamo comunque in tanti, educatori maschi, e una camera rimane riservata solo a noi. Ed in questa camera finisco io. Se, da un lato, si dorme meglio, dall'altro siamo messi alla fine del corridoio, dalla parte opposta rispetto alle scale (accanto a quelle di emergenza, ma si accorgeranno di questo solo tra un paio di sere). Errore numero 2. L'indomani la sveglia sarà alle 6.30 perché s'ha da andare ad Assisi (anzi, a Rivotorto) ed essere là entro le nove. Per essere la prima sera, condotta nella norma. Niente scandali, niente retate.
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martedì 2 gennaio 2007
Ultimo dell'anno
Benché non sia sensatissimo iniziare un anno ricordando come è finito quello vecchio, potrei anche contare su qualcosa, tanto per fare.
C'è, a partire da metà novembre, quest'ansia su cosa organizzare per l'ultimo dell'anno. In paese c'è questa nostra compagnia di otto baldi giovani tra i venti e i ventidue, con la quale abbiamo organizzato alcuni degli ultimi più degenerati che si possa pensare (no, forse non tanto quanto stiate pensando, ma insomma ci difendiamo bene). Abbiamo organizzato per passare l'ultimo in una casetta ad Ardesio, ma sul più bello quello di noi che metteva la casa ha scoperto di dover lavorare, per la banca, fino a notte del 29 ed allora gli è passata la voglia. La compagnia si è spaccata, non senza qualche dramma personale, tra quelli che volevano fare una cosa un po' da veci (questo commento è di parte, non condividendone io le scelte) con tanto di cena d'ordinanza, festa sulle piste da sci e morosa al seguito, e quelli (alla cui nobile compagine appartengo) che ritengono le morose essere gran cosa per chi ce le ha ma grande seccatura per gli amici dei suddetti (senza contare l'inopportunità di certi atteggiamenti teneri mentre si dovrebbe bere whisky e giocare a poker o del socio che cucina una salsiccia alle quattro del mattino mentre l'altro non vuole che coccolare stretta stretta la sua girl). Mentre i primi sarebbero andati a Branzi (altra valle e tutt'altro ambiente che Ardesio) a fare il fine settimana secondo comandamenti (con tanto di sciate ecc.), noi rimanevamo in braghe di tela per "colpa" del lavoro di uno di noi - che per la cronaca è noto come Geordie (una storia lunga che ha a che fare più con Gabry Ponte che con De André) - e già qualcuno cedeva dalla nostra linea di intransigente misoginia per scendere a patti.
Fortunatamente si prospetta all'ultimo una mia casetta in Valbonaga di Sopra (altra valle ancora, ma questa è quasi collina) e dirottiamo su quella, perdendo però per strada un altro che da tutta questa incertezza (scioltasi il giorno 28) ha deciso di fare il no global e di andare a letto alle nove (salvo poi alzarsi per le cinque del primo ed andare a concludere la nottata con altri personaggi malati di Rosciate).
Insomma, tra banca e incomprensioni varie il 30 per pranzo arriviamo su là alla Valbonaga in due (quello che ha lavorato fino a notte arriverà poi nel pomeriggio). Siamo pronti a tutto: dal sacco a pelo e le stufe elettriche (perché lì il riscaldamento non c'è, capodanno vintage) ad abbondanti vettovagliamenti. Nel pomeriggio scopriamo, nel corso di una passeggiata per stradelle amene, un ottimo belvedere (per gli intenditori e gli autoctoni in località Uccellera, sulla Corna Bisona) con tanto di campane che sarebbe ottimo per fare un po' di casino alla mezzanotte.
Prego notasi foto aerea che indica casa mia a Valbonaga(1) e il belvedere della Cappella Alpina sulla Corna Bisona (2)
Poi, dopo cena, giro a vuoto in mezzo alla nebbia della Brianza (si va in trasferta) fino a finire in uno scantinato a Cernusco Lombardone con un sacco di squatter (la parola non ha qui il significato originale legato ai contestatori torinesi, ma nel mio giro è sinonimo di truzzo) che invece di entrare stazionano davanti all'entrata, probabilmente per non perdere di vista la moto truccata; beh, meglio, visto che dentro si sta larghi.
Ma ecco che iniziano i problemi: a Fabio (cioè non io e non Geordie) sale la febbre, e non c'è niente da fare: l'indomani quello vuole tornare a casa a farsi cuà dalla mamma, e così sfuma anche il nostro ultimo dell'anno - perché di stare via solo in due non se ne parla.
Dopo un pranzo assurdo, perché c'è da finire tutto il cibo per i tre giorni successivi, torniamo a Rosciate, scarichiamo dalla mammina il malato e...visto che di saltare l'ultimo non se ne parla, smacchinata fino a Branzi - alla cena da veci che non volevamo fare. In realtà, la cena in sé era ottima, ma quando ci avvediamo che gli altri si stanno rilassando, non hanno fretta di tirarsi a bolla perché poi andranno su a Foppolo a condividere il veglione con milanesi assortiti, né voglia di far fuori il palmo di Jack che non avevamo finito (per via della malattia di Fabio) a Valbonaga, risaltiamo in macchina e di nuovo giù a Rosciate.
Uno direbbe: siete matti, che ci tornate a fare al paese che tutti sono via? In realtà non tutti sono via, perché i giovani (purtroppo un falinino più giovani di noi) dell'Oratorio quest'anno si erano globalizzati, ed avevano organizzato un festone da paura con quelli delle parrocchie vicine (a qualcuno interessa quali? non credo), ed allora noi eccoci là - siamo bravi ragazzi, in fondo...
Non per altro, per fare gli stupidi urlando al microfono della consolle. Come quando eravamo quattordici, o sedicenni pieni di aspettative puntualmente deluse. Se si aggiunge che non era old style soltanto l'ambiente oratoriale, ma anche la selezione del dj (perché avevo avuto voce in capitolo), abbiamo passato delle ore discrete in un clima tardo 2001 che inebria sempre un po'.
In effetti niente di eccezionale, ma almeno il mattino del primo non avevo mal di testa. E da qualche parte dev'essere avanzato il mio socio il Jack (old no 7)
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