martedì 29 luglio 2008

In partenza

E così si parte domani. S'assopirà l'eco delle sussurrate polemiche di questi giorni, perché chi le ha animate è un fuoco di paglia, e presto si spegne; e perché, quando le cose funzionano bene - come senz'altro sarà - in pochi hanno animo di tenere il punto, e ricordare le cause ed i fini.

Scrivo così, in una mezz'ora rubata, tra gli ultimi preparativi - che, ahimè, porteranno via più tempo del previsto - del Grande Gioco (e che rabbia!, non riesco a caricare decentemente il video su youtube, perché solo l'introduzione, preparata stanotte, vale il gioco) - che, credo lo sappiano anche i sassi, ormai, è su Star Wars - e le borse ancora da iniziare a preparare, perché non ho idea di se, e come, riuscirò a collegarmi da lassù - e, per cominciare, cercherò di mantenere un diario del campo (anzi, stavolta dei campi) come a gennaio e - si spera, tra una cosa e l'altra - con più assiduità di Daniel.

I dubbi sui campi li ho. Primo, è in Alto Adige-che più alto non si può. Da un lato, bene, perché di certo le montagne non sono finte, e la sistemazione ha l'aria di essere perfetta - l'aria, certo, poi bisognerà toccare con mano. Ma sono questi altoatesini che mi lasciano perplesso. Ed il contatto con la nostra rumorosa cagnara. E - certo, ma questo lo sappiamo solo noi e pochi altri - il fatto che il bar più vicino è ad una lega, almeno. E che la funzione di "controllo-sfogo" per la pattuglia di giovani che il bar ha fatto a Spormaggiore, l'anno scorso, verrà meno.

Come al solito, non sono ottimista.

video

Il video introduttivo del Grande Gioco

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venerdì 25 luglio 2008

Un po' di sassi (Rifugio Benigni)

Avendo finito con gli esami (in realtà, avendo finito la sessione di luglio, perché me n'è rimasto indietro uno a settembre), ieri ho celebrato a mio consueto modo l'inizio delle (più o meno) ferie con un'escursione in montagna. Benché all'inizio avessimo valutato, Epo ed io, che si sarebbe potuti proficuamente andare al rifugio Baroni al Brunone, alle pendici del Redorta, ma poi la pigrizia, e soprattutto la voglia di passare una giornata divertente, e non di cupa fatica, ci ha fatto ripiegare sul rifugio Benigni al Lago Piazzotti, tra la Val Brembana (che per me è ancora abbastanza ignota, fatto salvo l'ampio spartiacque con la Seriana) e la Valtellina, perché mi ricordavo che fosse una salita di medio impegno - e, soprattutto, c'è il famoso Canalino che avrebbe reso la gita diversa dalla solita camminata.

Ricordavo male, perché quella che pensavo essere una salita di un mille-milleduecento metri di dislivello per tre ore-tre ore e mezza di tempo (ricordavo nel senso che pensavo di aver letto) si è rivelata, una volta presa in mano la cartina e confrontati i segnavia del CAI (fino al Canalino l'ottimo sentiero 108, poi ci si immette sul Sentiero delle Orobie Occidentali, 101 CAI BG), con una quasi passeggiata dai 1500 ai 2222, per un tempo previsto di due ore (ed effettivo di 1h40').

L'attacco del sentiero è lungo la strada che da Cusio va ai Piani dell'Avaro, dismessa località sciistica che i comuni della zona stanno studiando di far tornare viva, nei pressi della baita degli Sciocc. Il sentiero sale, dapprima costeggiando la strada ma innalzandosi sopra di essa, in un bosco rado e, nonostante sia abbastanza stretto, non dà nessun problema. Dopo una decina di minuti (i tempi sono calcolati col nostro passo) il sentiero piega a destra, uscendo dal bosco ed immettendosi nella bella Val Salmurano, che sale fino all'omonimo passo. Con qualche impercettibile saliscendi (che si fa più percettibile solo in discesa) si costeggia una baita, attualmente "scarica" ma di sicuro ancora in funzione, e si attraversano in qualche modo due torrenti che scendono dalla nostra destra. È passata una mezz'ora dalla nostra partenza, e fino a questo punto saremo saliti sì e no di cento metri. Il sentiero, ora, si impenna per superare un dosso che ci porterà nella parte alta della Valle di Salmurano, e si placa solo nei pressi della Fonte S. Carlo (è pieno di fonti S. Carlo, su questi monti) a poco meno di 1800 m. Da qui, il percorso nella parte bassa della valle è una traccia chiara nel verde dei pascoli.

Spogliato il primo strato di copertura (al mattino faceva decisamente fresco, ed anche adesso, all'ombra, non è che si scherzi), riprendiamo a salire lungo una mulattiera militare (a tutta prima) che, con pendenza costante, si dirige verso il passo di Salmurano (2017 m), che separa il versante orobico dalla Valgerola. Il sentiero sta relativamente alto sopra il fondo della valle, occupato dai ruderi di un paio di baite e dal greto del torrente Salmurano, e piega verso ovest (dunque, a sinistra) tagliando un centocinquanta metri più in basso il costone erboso che porta al passo. Un paio di varianti, una prima della svolta, e l'altra quando il sentiero raggiunge le pareti rocciose in cima alle quali è appollaiato il rifugio (ma ancora non lo sappiamo, perché abbiamo proceduto faccia a terra, fino a questo punto) permettono di portarsi al passo, ma ormai noi siamo in vista del Canalino e procediamo per la nostra via. A memoria (quindi chissà quanto sia vero) sapevo che il canalino è certo facile, ma prevede qualche passaggio di tipo più alpinistico, anche se non supera il II grado, ma a dire il vero la salita la facciamo talmente di slancio che è più il divertimento che altro. Sì, c'è una placchetta che non si può superare praticamente a caso come tutto il resto, ma niente di che.

Comunque, superati i cento metri del canalino, uno potrebbe pensare di essersi meritato l'arrivo...invece non è così, e dopo un piccolo pianoro da cui si osserva, ormai sotto di noi, il passo di Salmurano, c'è ancora un quarto d'ora abbastanza ripido per superare l'ultima bastionata, tra l'altro reso ancora più antipatico dalla ormai evidente bandiera del rifugio, che rimane sempre ferma sopra le nostre teste. Finalmente arriviamo, al piccolo ma simpatico rifugio, da cui un'incredibile vista spazia su tutto il gruppo Scalino-Disgrazia-Bernina, e le altre cime delle Alpi Retiche che fanno da cornice, bianche di neve e ghiacciai. La giornata è talmente limpida che, con l'aiuto del potente binocolo di Epo, riusciamo a vedere due cordate impegnata nella salita del ghiacciaio del Bernina!

Dopo un minimo di relax, durante il quale abbiamo raggiunto la rosa indicatrice delle cime dei dintorni, posta ad un cinque minuti dal rifugio, abbiamo percorso i pochi passi che lo separano dal Lago Piazzotti, per osservare da vicino il metodo di raccolta dell'acqua (il lago, come appare evidente, non può che essere alimentato da sorgenti sotterranee, in quanto è troppo ampio per essere pluviale né ci sono torrenti che vi si immettono, e l'acqua per gli usi del rifugio viene derivata dal lago. Peccato che non sia potabile, e che un'ordinanza vieti di berla). Prima di pranzo, abbiamo deciso di fare due passi per ingannare il tempo e farci venire appetito, ed abbiamo iniziato a salire verso la cima di Valpianella ma poi (eravamo sempre venuti per divertirci, e non per sudare più di tanto) abbiamo abbandonato la traccia di sentiero giocando ai piccoli Kaiserjaeger (e non Alpini perché andiamo in Alto Adige ai campi estivi), cercando di attraversare a vista, tra i grossi massi e i lastroni della conca al cui fondo si trova il lago, fino a raggiungerne le sponde dal lato opposto rispetto al rifugio, e di lì tornare per pranzo. La cosa ci impegna per una mezz'oretta, durante la quale abbiamo modo di renderci conto di quanto siano diffusi gli stambecchi su questi monti. Ne avevamo visto uno in lontananza arrivando al rifugio, ed un paio che scendevano lungo le balze della cima di Piazzotti orientale, sulla quale è costruito il rifugio, ma facendo questo giro incontriamo: stambecchi che ci attraversano il sentiero, stambecchi che ci osservano con faccia di tola, stambecchi che fanno cozzare gli uni contro gli altri le corna, stambecchi che scappano quando, calandoci nel nostro giro del lago in una conchetta, ce li troviamo davanti e (più tardi, al rientro) una famiglia completa di sette stambecchi, di cui due cucciolissimi, che beatamente prende il sole a dieci metri dagli umani. Talmente tanti stambecchi, che ad un certo punto ci siamo stancati di fotografarli. Dopo aver mangiato, ed aver organizzato una gara di bouldering, in cui siamo arrivati fino al livello 3 (conglomerato, salita in aderenza), abbiamo intrapreso la discesa (durata poco più di un'ora e dieci), trovando solo un minimo di difficoltà nel fare a ritroso la placchetta di II grado del canalino. Epo (non so come) è rimasto in equilibrio sulla "lama" della placchetta, mentre io mi sono calato (dopo aver superato un primo passo sulla medesima lama, perché non si riusciva a scendere subito) nel canaletto sulla destra che, percorso fino in fondo, arriva alla base della placca, dove poi si traversa a sinistra e si trova il segnavia. Il resto della discesa è quasi una passeggiata.

Tutte le foto giudicate degne di essere ricordate si trovano nella cartella del mio fotoalbum.
Come di consueto, è disponibile un file con il tracciato di Google Earth dell'escursione (parzialmente dovuto al CAI di cui ho "copiato" il percorso dei sentieri.

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mercoledì 23 luglio 2008

Aggiornamento foto

Ogni tanto ci arrivo. Fabio mi ha riversato un po' di nostre foto di compagnia, e quindi il mio album on line è aggiornato. Niente che meriti il flickr, comunque. Però un po' di concerti, e di mattate.

Abbiamo Meg a Sotto il Monte ed Iva Zanicchi a Casnigo. Inoltre, sono state aggiunte un po' di foto varie di nostre serate da weekend e, finalmente, le immagini delle incredibili Pasqua e Pasquetta di quest'anno (come da blog, occhio che sono diversi post)

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...e con questo si va in ferie (o meglio, per qualche giorno non si considerano gli impegni accademici, fatta salva l'assurda burocrazia che si intromette tra me e la mia laurea).

E con oggi, Relatività, termino la sessione di luglio (perché proprio non c'è stato tempo, tra CRE ed altri esami, di preparare le relazioni di laboratorio di Calcolo). Anche se alcuni dei miei interlocutori non ci credono, l'esame di oggi è stato preparato in: due mattine ad inizio luglio, una mattina durante la gita ad un parco acquatico, giovedì scorso e ieri. Certo, so anch'io che non l'ho fatto bene. Non potevo farlo bene. Ma è stato messo via, e non credo - farò i conti tra un minuto - che la media si sia abbassata più di tanto. Era poi solo un esame da cinque crediti, ed ho preso 26. Per cominciare, domani ci rilasseremo salendo al Brunone. Ed ora (di sicuro nella prossima oretta, ché stasera suonerebbe un complessino dei nostri adolescenti) un po' di aggiornamenti per blog, foto, youtube (finalmente i video dei Subsonica di dicembre e di Meg, l'altra settimana)...e un po' di software per il nuovo sistema operativo Linux Ubuntu, che dovrebbe permettermi di lavorare alle questioni universitarie con più agio.

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martedì 22 luglio 2008

Riflessioni sparse sul "mio" Tolkien

Benché non ritenga di essere propriamente un invasato (ad esempio, non mi sono mai sognato di scrivere in elfico per puro divertimento, né ho mai avuto l'esigenza di comprarmi gioielleria pseudoelfica), certo nutro un deciso interesse per la costruzione dell'universo immaginario, e per quello che potrebbe esserci dietro (anzi, per quello che c'è, considerata la differenza tra lo sfacciato cristianesimo del convertito Lewis e i soffici accenni del cattolico Tolkien - soffici perché depurati, come avrò modo di illustrare brevemente).

Così, prendendo la scusa che avevo bisogno di verificare un paio di dettagli per il Grande Gioco del CRE, l'altra settimana mi sono riletto tutto il corpus che ho in casa (Il Signore degli Anelli, Lo Hobbit, i Racconti Ritrovati ed i Racconti Perdut). Ed ho così elaborato un paio di riflessioni. Ma incominciamo con quella della religione, perché è curiosa.

In giro, su Internet e nei vari saggi, si trova che il cattolico Tolkien ha dichiarato di non aver avuto intenti allegorici, ma che comunque "l'impronta" del cattolico gli ha fatto scrivere un'opera cattolica. Se leggiamo la prima versione delle storie dei Tempi Remoti, che è presente nei Racconti Ritrovati (che datano tra il 1917 ed il 1920, ad occhio), abbiamo un curioso accenno all'Occultamento di Valinor ed al rapporto che gli dei (i Valar) hanno con il mondo. Si dice che, dopo aver deciso di ritirarsi dietro le proprie inaccessibili montagne, la speranza che gli Dei possano "salvare" il mondo è svanita (e chissà se non fosse da sempre nei disegni di Iluvatar). Ma si dice che in una remota terra degli Uomini nascerà la nuova speranza. Passo già allora segnalato come in forse, e poi espunto dal testo. Ma significativo; come, in generale, sono significativi i primi tentativi di raccordare la Terra di Mezzo con il mondo "vero", poi abbandonati per un universo completamente fittizio - ma di cui, sottotraccia, si scorge ancora l'ispirazione originale (al sud Incanus...)

Riflessione numero due: c'è Male e Male: perché, pur non potendo fare una classifica diretta tra Melkor e Sauron, due fatti sono senz'altro noti: il primo, che l'uno è un Vala, anzi un Ainu, mentre il secondo solo un Maia. E poi, è diversa la radice e le forme del loro male. Il primo è, direi, nichilista. Ha in odio la creazione di Iluvatar, ché non gli si dà il permesso di avere il Fuoco Segreto; e fa di tutto, per lunghe ere, per distruggere ogni tentativo degli Dei di formare Varda, e passa a distruggere ed a mandare in rovina quello che viene posto in essere. Ed alla fine, nel Vuoto Esterno torna, per prepararsi alla Grande Fine (ed allora, ai cori degli Ainur si uniranno i figli degli Uomini - ma non gli Elfi). Al contrario, abbiamo questo Sauron che vuole il potere. Il suo intento non è distruggere, ma controllare. Nella Seconda Era, inganna gli Uomini facendosi chiamare "dispensatore di doni". Se posso ardire, il suo non è un male ontologico, ma un male morale. Molto più seducente del primo; in molti, credendo di fare i propri scopi, finiscono de facto per compiere i disegni di Sauron, che - più volte sconfitto (direi quattro, a memoria) - sempre torna.

Ed infine c'è quel senso di "non vale" che rimane dopo aver letto, un po' tutti i racconti, ma mai forte come dopo aver letto in rapidissima successione (nel giro di tre giorni) Lo Hobbit ed Il Signore degli Anelli. Quel "non vale" che, se fosse una partita a carte, ti farebbe gettare il mazzo sul tavolo proclamando "a monte", perché - per quanto sia forte il Male - il Bene è, misteriosamente e per vie traverse, più forte ancora. Distrutto il corpo dell'Ista Olorin (cioè di Gandalf) a missione non compiuta? E i Valar lo rimandano, in versione potenziata. Sauron si ingegna in tutti i modi per spandere la tenebra al cui riparo inviare i propri orchi? Un cenno del capo di Manwe Sulimo, e da ovest un vento impetuoso riporta la luce, o da sud spinge le navi dei corsari di Umbar opportunamente sconfitti. La battaglia della Valle sembra perduta, perché i Nostri sono stati accerchiati dagli Orchi? L'araldo di Manwe, Gwaihir signore dei venti, interviene con le Aquile. Ora, a parte questo Manwe che non viene mai citato nei due libri, ma che, come Vala del vento, i cui vassalli sono le aquile, e dalla cui casa viene Gandalf, e che quindi non è citato così a sproposito, se il romanzo fosse un videogioco, sarebbe come giocare con tutte le armi, o con munizioni infinite. Poco leale. Ma poi facciamo mente locale e che è un romanzo, un romanzo intriso di tentativi di teologia. Come, quando Melkor ne fa di cotte e di crude, e gli altri dei devono praticamente infilarsi la coda fra le gambe, l'autore opportunamente commenta, ed in diversi luoghi: eppure, anche questo male non era ignoto da sempre agli occhi di Eru, e chissà che non fosse nei suoi disegni, per quello che poi ha prodotto.

Ecco, questo è lo spirito.

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lunedì 21 luglio 2008

Quando non si sa è meglio tacere

Io non so se gli insegnanti di Bossi fossero meridionali o settentrionali. Quello che so per certo è che gli hanno insegnato malissimo, o che lui era un pessimo studente. Perché chiunque resterebbe quanto meno perplesso leggendo queste sue dichiarazioni, per quanto sono sbagliate. Proprio da grossolano ignorante.

A proposito della vittoria schiava di Roma, e non dell'Italia, qualcuno ha subito pensato a correggerlo (certamente il cronista del Corriere, ma basta leggerlo, se non si è sicuri di saperlo a memoria. Ma ancora, come riporta nell'articolo, due grossi errori.

Il primo, certo, sta scritto che "i figli d'Italia si chiaman Balilla". Ma, a parte che l'inno è del 1847, e ne doveva avere di preveggenza Mameli per metterci rimandi fascisti, qui sembra che tutti dimentichino i moti di Genova del 1746 (di cui Wikipedia ci rende edotti) tradizionalmente "scatenati" dal nostro Balilla. E quindi non si deve intendere che i figli d'Italia marciano con pantaloni corti, camicette nere e buffi fez, ma che sono tutti pronti a combattere contro chi calpesta la libertà del popolo. E poi, secondo me la peggiore: preferisce "La leggenda del Piave" perché è un canto di popolo? Ma se è una canzoncina d'avanspettacolo!! Lo sanno tutti, c'è sui libri di musica delle scuole medie, che è stata composta da E.A. Mario, celebre autore di cabaret, e questa è una versione del 1918, appena uscita, e per favore qualcuno mi indichi la popolarietà di questa musica.

Ci guadagnava a non giustificarsi.

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Avevo detto a tutti che avrei avuto una settimana di fuoco, con un esame martedì e l'altro mercoledì. E poco più di cinque giorni per prepararli entrambi, e cinque giorni zoppi. Questo fino a ieri sera, quando uno scrupolo mi ha portato a leggere la mia bacheca prenotazioni sulla segreteria on line dell'università, ed ho scoperto, in effetti, che un esame non era domani, ma quest'oggi. Inutile dire il panico, avendo conteggiato un intero giorno pieno di studio in più, e mancandomi ancora un mezzo programma. Così, approfittando del fatto che l'esame fosse questo pomeriggio, punto la sveglia alle cinque e mezza e via, con una tirata di sei ore di studio (fino a mezzogiorno, considerato il limite di tempo oltre il quale avrei dovuto proprio partire per scendere a Milano.

E così ho fatto, ed allo sbaraglio ho preso 28.
Mi sembra che l'esame sia stato preparato un po' in fretta...
Ma va?!

Comunque, ora anche Istituzioni di Fisica Matematica, Secondo Modulo (equazioni alle derivate parziali e teoria delle distribuzioni) è passata. Ora ne mancano due.

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domenica 20 luglio 2008

Nuovo computer

Appena in extremis, poche ore prima che i miei partissero per il mare portandosi dietro il portatile di mio fratello, ora anch'io ho un computer mio - e guadagnato, con i soldi delle Collaborazioni Studentesche dell'università. Ora sono impegnato nel lunghissimo trasferimento dati - e sto dando priorita a quello che mi serve in questi dieci giorni, più che altro roba universitaria - e dopo (ma dopo anche gli esami di questa settimana, sarebbe meglio) - pensare alla partizione per montare Linux, ché ho stabilito essere molto più comodo tenere tutte le cose dell'università, e Root, e Latex,e Grace e chi più ne ha più ne metta, nel sistema operativo su cui ho lavorato per tutto l'anno. Con calma. Che intanto la casa vibra dello stress prepartenza (più che altro, risuona delle grida infuriate di tutti).

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sabato 19 luglio 2008

Fine

Solo del CRE, purtroppo, e c'è ancora fin troppo da fare in tutto il resto. Ma, per ora, accontentiamoci di questa, perché io amo le fini.

Anche con tutto il lavoro che la cosa comporta - per darne un'idea, mi sono addormentato in auto trasportando le casse da Scanzo a Rosciate, e sono tre minuti scarsi -, la fine di ogni cosa ha sempre un sapore dolce.

Impagabile girare tra i ranghi di ragazzi, bambini ed animatori, ripetendo la regola n.2 del cortile di Scanzo (distanza animatori-animati), adatta nei rapporti tra animatori quindicenni ed animate quattordicenni, ma grottesca quando applicata al cortile di Negrone, tra animatrici sedicenni ed animate seenni, o distruggere l'infanzia dell'ignara settenne che, a Gavarno Vescovado c'è un castello, e come tutti i castelli...

"...abita una principessa!"
No, il Vescovo. Si chiama "Vescovado" a fare, secondo te?!, od infine sgridare le animatrici in lacrime, e farmi sgridare dalle mamme perché non lasciavo andare a casa gli animatori, mancando del lavoro da fare.

Vanno nominate, forse, solo alcune cose, di questo ultimo giorno. Ad esempio, la nostra riproduzione in polistirolo del castello di Gavarno, costata tre giorni di duro lavoro, e demolita come da gioco in due minuti scarsi, in una gragnuola di palline da tennis. O il riprendere l'animatore D., quello del due di picche, perché necessitante di consolatio animatricialis in seguito alla commozione da fine CRE. ("Sii Uomo, uomo!"), o le animatrici perché vestite scollacciate, ed infine un po' tutti perché ormai ero stressato. Fino a sentirmi rispondere che non è colpa loro, se io non ho il cuore e non mi importa nulla della fine del CRE. Ed invece sì: sono contento, perché mi piacciono le fini. E quella del CRE è una Grande Fine.

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giovedì 17 luglio 2008

Ritorno in Val Zebrù

Non c'è più religione! Stavo scordandomi anche della relazione della gita delle medie del CRE di questo martedì. Non che la questione sia la gita in sé, di cui infatti, anche volendo scriverne, non che ci sia molto da dire. Ma, essendo la gita un'escursione in montagna, è necessaria la relazione che segue ogni mia girata.

Tra l'altro, riguardo la nostra meta avevo la nostalgia dell'infanzia passata, perché quando ero alle elementari ogni tarda primavera facevamo un'uscita di qualche giorno in montagna, ed in terza elementare eravamo stati (ne sono certo, passando per l'Aprica e non per Lecco-Colico-Sondrio), appunto, a Sant'Antonio Valfurva, e le due escursioni impegnative (per un bambino di nove anni, intendo) erano state appunto la Valle dei Forni e la Val Zebrù. E, in particolare - ma faventes le migliori condizioni meteorologiche ed alcune nuove amicizie di quel giorno - avevo apprezzato la Val Zebrù. Ora, sono certo che oggi come oggi avrei preferito il roccioso, severo e brumoso clima di quella giornata al cospetto del ghiacciaio dei Forni, e non il verde ridente di larici, abeti, e pascoli punteggiati di baite, con tanto di rumoroso e spumeggiante ed impetuoso torrente, ma allora non c'era stato gioco, ed avevo in mente una specie di venerazione per la Val Zebrù. Al punto che le quattro ore di pullman per raggiungerla (la statale dello Stelvio era ancora interrotta per le frane di domenica, e la deviazione ha comportato una lunga coda, e per fortuna che ci avevo pensato ed avevamo i DVD del Signore degli Anelli per ingannare il tempo) non mi erano un peso.

Arriviamo, con arditi tornanti - decisamente arditi, per i nostri tre pullman granturismo - al borgo di Niblogo, dove scendiamo e perdiamo subito un quarto d'ora perché tutti i ragazzi muoiono di fame e devono mangiare. Alle undici meno un quarto del mattino. Poi ci dividiamo in gruppetti di una ventina di persone, perché abbiamo cinque guide alpine e del parco che ci accompagneranno spiegando quello che incontreremo - e sulla falsariga di quello che ci insegnavano alle elementari, ma in effetti per noi allora erano novità, e lo erano anche per curato, suora e ragazzi delle medie che non avevano fatto le medesime cose in più tenera età. Formiamo un gruppo di volontari più camminatori, e ci inoltriamo sull'ampia, comoda, quasi autostradale mulattiera - di origine militare - della valle. La nostra guida ha la filosofia del non è importante fare le corse, ma guardarsi intorno ed imparare il più possibile, così la passeggiata, già di per sé alquanto amena, diventa la cosa più riposante che abbia fatto da secoli. Nonostante l'assurdo chiasso che producevamo - e, secondo me, se avessimo corso di più presto l'avrebbero piantata per risparmiare fiato, ma così non c'è stato verso - abbiamo avvistato un gruppo di stambecchi ed il gipeto, anche detto avvoltoio degli agnelli (ecco, questo era stato appena reintrodotto, l'ultima volta, e non l'avevamo visto, ma le aquile). L'unica è che, con questo passo, presto è venuto il tempo di fermarsi per pranzo, ed anche se, in seguito, il nostro gruppo di camminatori è ripartito in "salita", praticamente sulle tracce dei miei ricordi di cui avevo messo a parte la guida, fino ad arrivare, dopo aver attraversato diversi torrenti che tagliavano la strada, ad un ponte sullo Zebrù ed al gruppo di baite che era stata la nostra meta della gita alle elementari (e non ho osato dire che, allora, il gruppo dei camminatori più tosti era arrivato ancora più su, fino ad un ristoro) - anche perché siamo dovuti scendere di corsa, essendo la meta non più Niblogo ma il paese di Sant'Antonio, e dovendo quindi mettere in conto una discesa non breve, per giunta rallentata da quanti del nostro gruppo avevano ormai mollato.

Ma la cosa migliore è stata senz'altro il fatto che avesse fatto brutto tempo nei giorni precedenti, e che la giornata fosse tersa e radiosa, ed i monti tutti imbiancati. Si vedevano ovunque tracce del violento disgelo - è comunque metà luglio - e cascate, cascatelle, spruzzi e nastri d'argento scendevano da tutta la bastionata rocciosa del Monte Cristallo. E credo di essere stato il solo ad aver avvistato i pennacchi di neve sollevati dal vento che spazza le creste. Anche se, in effetti, abbiamo camminato troppo poco, e piano, per i miei gusti. Ma, ad aver tempo, in quattro ore si raggiungerebbe il rifugio V Alpini, al cospetto del Gran Zebrù - non fidatevi delle indicazioni CAI-Stelvio, che sono a misura di milanese zoppo. E mi sa che è da fare.

Informazioni logistiche: la Val Zebrù è una trasversale della Valfurva, che sale da Bormio al Passo di Gavia. Presso la frazione di Sant'Antonio Valfurva si prende a salire a sinistra, e si raggiunge la località Niblogo dove termina la strada asfaltata e si deve lasciare l'auto. Poi ci si inoltra lungo la comodissima sterrata, seguendo gli onnipresenti cartelli del Parco Nazionale dello Stelvio, e si prosegue più in piano che in salita praticamente fino a quando non si è paghi di quello che si è visto. Se uno non è mai appagato, continuerà a salire fino al termine della strada, e poi su sentiero risalendo i ghiaioni, fino al rifugio V Alpini a 2877 m, e poi eventualmente a divallare presso il passo di Zebrù.

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lunedì 14 luglio 2008

Un tranquillo weekend di paura

Qui, se non sto un po' attento, va a finire che la vita reale prende il posto di quella sintetica, e non riesco più ad aggiornare il blog - anzi, peggio, mi dimentico d'averlo. Pertanto, approfitto di questi tre quarti d'ora di buco (mi sono alzato troppo tardi per studiare prima della riunione animatori CRE) per tornare alla tradizione del post del fine settimana.

È stato grande. Finalmente niente sbavature, recriminazioni, cambi di programma. Nonostante il venerdì sia iniziato in modo molto diverso da come avrei voluto, perché d'autorità è necessario partecipare alla serata balli popolari del CRE.

È inutile dire, perché lo capiscono tutti, che non ne avevo punta voglia, o anche avendo - magari - un certo interesse antropologico (e qui c'è la mera malizia) per i nostri adolescenti, che si muovono ormai in sciami come gli insetti nella bassa, in colonne turbinanti, e vedere come alcuni di loro avevano interpretato l'indicazione vestiti da popolani dell'altro secolo - abbiamo avuto un'attrice degli anni trenta, per dire - non avevo nessuna intenzione di partecipare attivamente alla serata (e qui c'è l'oscura vendetta). E così ho fatto, sorseggiando il MacAllan che è il whisky più buono possa offrire il bar dell'oratorio di Rosciate, ed osservando di lontano il consueto ballo da accoppiamento (nel senso, è un ballo che si fa a coppie, cambiando dama ad ogni turno, e la legge vuole che si debba sposare quella con cui si finisce), che oltre ad essere ormai la terza (quarta?) volta, è sempre meglio evitare le danze che dovrebbero determinare la futura vita coniugale. In seguito, però, non è stato possibile fare a meno di ballare - essendoci questi bambini, e ragazzine di otto-nove anni tutte carenti di cavalieri, perché i coetanei erano sotto nel campo a giocare a calcio, e venendo dal loro animatore a richiedere. Una sudata come non credevo fosse possibile, considerato che in questi giorni fa - fortunatamente - tutt'altro che caldo. Finita la serata, e supervisionata la sistemazione degli impianti, è tornata a farsi sentire la sete, e con Fabio siamo partiti con tutto l'intento di andare a bere una birra di nicchia all'Ein Mass, ma dopo esserci fermati per una birra nazionalpopolare al bar di un suo collega, abbiamo deciso di sostituire la bevanda con il cibo, e siamo andati a procurarci due jet kebap d'asporto, consumati alle panche del lavatoio, che basta sedercisi per tornare indietro di buoni otto-nove anni.

Il sabato sera era una giornata preparata da settimane. Infatti, la nostra Meg suonava a Sotto il Monte, e considerato che è sempre meglio fare venti chilometri che anche solo cinquanta (per andare a Milano, ad esempio), non potevamo non andare. Ad ogni modo, abbiamo cominciato andando alla festa del Negrone (Settimana Negronese, per la precisione), dove - oltre a mangiare e bere mica male - c'è sempre l'occasione di tenere d'occhio fuori dell'orario d'ufficio i nostri animatori, dove abbiamo (in realtà Fabio, con la fortuna che si ritrova) vinto una bottiglia di Moscato di Scanzo alla ruota, e dove ci hanno raggiunto Epo e Geordie per andare al concerto. Essendo il compleanno di Geordie, gli è stato fatto omaggio della bottiglia, con l'impegno ad inaugurarla a fine serata.

Siamo partiti per Sotto il Monte sotto un cielo dardeggiante di lampi e fulmini "da film", e siamo arrivati che pioveva come Dio la mandava. Eravamo (più che altro i miei colleghi, perché io ero già stato una volta alla festa di Sotto il Monte, e la ricordavo al coperto) in apprensione per la possibilità che il concerto fosse sospeso, ma quando siamo arrivati - bei fradici, nonostante i pochi metri di strada e gli ombrelli - sul palco c'era un mediocre gruppo spalla che prendeva tempo, essendo che il concerto è iniziato un'ora oltre l'orario previsto, e dunque alle ventitrè. Nonostante, incrociandola sotto il palco, Meg non ci fosse sembrata - a tutta prima - particolarmente attraente (e già maledicevamo il fotoritocco), diciamo che è quel tipo di bellezza a cui ci si deve un po' abituare, dacché - entro la fine del concerto ed il giro d'autografi e dediche - Fabio, una volta partito, non la finiva più di elencare franchi apprezzamenti. Concentrandoci sulle cose veramente serie, voto zero all'abbinamento scarpe verdi-abito nero. E, certo, un bel concerto. Magari qualcuno di noi sperava di veder apparire nel fumo il fantasma di Stefano Fontana con i capelli per aria a far girare personalmente i piatti, ma io mi sono quasi innamorato dello schieramento di synth - e dovevi venire al concerto di Morgan, stupido! giustamente mi continuano a ripetere - e del contrabbasso elettrico. Inoltre, abbiamo deciso che non vedremmo male un'esibizione di Meg al Bolgia, che è un ambiente in totale contrasto con le sue origini musicali e il suo orientamento politico, ma va a nozze con la musica che sta facendo di recente. Non fosse che le mie fonti ormai danno per morta la stagione dell'elettronica al Bolgia, e che ora non sia altro che un locale house per adolescenti difficili. Al rientro, prelevato un pacchetto di savoiardi dalla dispensa di Geordie, che alla fine era lui il festeggiato, siamo tornati alle panche del Lavatoio per il nostro brindisi a base di Moscato. Che aveva conosciuto giorni migliori, ma forse siamo stati noi a non servirlo secondo le regole, e quindi impedendogli di sviluppare i noti profumi.

La domenica sono rimasto a casa da solo, perché quel vigliacco di Francesco, passata la maturità, si sta facendo dieci giorni al mare con gli amici, ed il resto della numerosa famiglia è andato a Pavia per l'anniversario di nozze dei miei, mentre io sono stato trattenuto dallo studio. Fino a sera, quando sono tornato a Negrone - perché, per qualche motivo strano, essendo in corrispondenza con l'ultima settimana del CRE, è la festa, almeno per me che ad agosto sono sempre via, nonostante l'acre rivalità che separa Negrone da Rosciate. La frase più utile, ed interessante, della serata è uscita da Fabio, che guardando il solito ennesimo assembramento di adolescenti che si amano e odiano, e prendono e lasciano, e tirano e mollano, ha parlato di maree ormonali. Bella immagine. Azzeccata, perlomeno.

Le foto del concerto, come al solito gentilmente offerte da Fabio, arriveranno quanto prima, spero. Tenete d'occhio.

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giovedì 10 luglio 2008

Lo so, lo so

Che è imperdonabile che passi tutta la giornata al Centro Estivo e solo i minimi ritagli di tempo sui libri

Che sono più vecchio degli altri animatori, ed anche di una buona metà dei responsabili. E che non posso farci niente

Che ci sono ruoli diversi, età della vita diverse, sensibilità diverse, persone diverse.

Che ho già fatto molte volte la mia scelta di non ti curar di loro, ma guarda e passa.
Che, dunque, non dovrei curarmi di loro, ma guardare e passare.

Che a volte non tutto il buon tempo vien per nuocere, ma che io non l'ho

Ma ci sono giorni, come questi, in cui mi sento come un innamorato tradito, che non ha mai amato.. Per fortuna.

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domenica 6 luglio 2008

Questioni fisiologiche

Ovvero, se sia meglio senza cuore o cuordipietra (che a me fa tornare in mente senza appello Famedoro di DuckTales).

O se cuordipietra vada considerato un insulto o non un complimento.

Se questi adolescenti una volta o l'altra si fermano a pensare a quello che fanno, prima di farlo - o anche mentre lo fanno, o dopo averlo fatto, potrebbe bastare.

Se hanno ingurgitato cento caffè uno dietro l'altro, come Fry in quel famoso episodio di Futurama, e dunque vivono a velocità supersonica, ed io non riesco a star loro dietro, oppure è tutto normale, e sono io che sono un matusa. (potrebbero essere vere entrambe, in realtà).

Se a quindici-sedici-diciassette anni anch'io ero così sereno (ed ignaro)

Se la politica di non prendere nulla a cuore ha uno sbocco.

Se il gioco vale la candela

Se, soprattutto - con riferimento a due punti fa - abbia senso decidere di astenersi non appena qualcun altro (non importa se con diritto di precedenza o meno) manifesta interessi analoghi ai miei. Perché, senz'altro, saranno più intensi dei miei e, per quanto mi riguarda, otèr.

Ecco, il punto è proprio questo. Usque tandem otèr?

Nota per i lettori non bergamaschi (quasi tutti): otèr, che letteralmente significa "altro", si usa - tra l'altro - come "fa lo stesso", nella frase se de no, otèr (altrimenti, fa lo stesso)

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sabato 5 luglio 2008

Su commissione


Credo che siano quasi quattro anni che suono l'organo in chiesa, a Rosciate. Non con molto talento, né dedicandogli il tempo che meriterebbe, ma con discreta passione e sempre molto piacere.

E oggi, per la prima volta, ho suonato la prima messa su commissione; nel senso, ho suonato ad un anniversario di matrimonio perché richiesto dagli anniversanti. E, nonostante abbia cercato di fuggire non visto, e non solo perché ho un po' massacrato Handel, mi hanno bloccato e pagato. Al che, a me sembra un po' come rubare. Però, opportunamente ringraziati sposi e famiglia, la sensazione che rimane non è così spiacevole.

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mercoledì 2 luglio 2008

Frammenti di CRE

So anch'io che sarebbe meglio se il post si intitolasse frammenti di Relatività, e si parlasse magari dell'algebra dei tensori, che è quello di cui dovrei occuparmi, ma l'organizzazione delle mie giornate lascia un po' a desiderare e la maggior parte del tempo, e la quasi totalità dell'impegno, va nel Centro Estivo dei ragazzi. Ma, si sa, i ragazzi non sono niente di speciale. Sono gli animatori le vere bestie strane, che vale sempre la pena osservare.

Dunque, stasera riporto alcune delle cose captate in questi ultimi giorni da un anonimo responsabile che chiameremo, per semplicità ed amor di riservatezza, C.

Passeggiata pomeridiana sulle sponde del fiume Serio; un paio di animatori si trascina dietro due voluminose cassette colme di ciliegie. Si fanno accomodare i ragazzi. Si convoca con il megafono un animatore per squadra, e lo si incarica di distribuire la frutta. L'animatrice V.:Ah...le ciliegie erano per mangiarle!

L'animatore A. all'animatore D., al termine di una faticosa giornata di CRE: Allora, andiamo a casa?
L'animatore D. risponde al collega e fratello: No, va' da solo, che io accompagno a casa l'animatrice S.
L'animatrice S., chiamata in causa: No, oggi c'è la mia amica e vicina l'animatrice P. e vado a casa con lei.
Il responsabile C., passando di lì per caso e cogliendo il frammento di conversazione, attirando l'attenzione dell'animatore D. e citando il successo dei Gem Boys:Forse non lo sai, ma questo è un due di picche.

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