lunedì 4 gennaio 2010

Lui


Che il blog non incontri più i miei interessi al punto di dedicargli l'ora al giorno necessaria per scrivere qualcosa d'intelligente, cosa che tentavo di fare almeno fino a prima dell'estate, è evidente e sotto gli occhi di tutti. Non pensavo, però, che sarei arrivato al punto da non avere chissà che interesse per le cronache del campo, ché il campo c'è stato, dal 30 al 3, a Morlupo (più o meno) presso Roma. Niente cronache, dunque. In compenso, un progetto più o meno completo per trovare uno scopo alla vicenda di Lui, che - nei tempi necessari, che non saranno brevissimi - dovrebbe diventare una specie di romanzo.
Qualche sprazzo è già stato pubblicato "in diretta" sul blog, eccone i link:
1910, Kant
1917, Igiene del Mondo
1920, Fert Fert Fert
1921, Giovinezza

Bene. Ora torno a lavorarci.

Leggi tutto...

giovedì 24 dicembre 2009

Natale

Trascorsi molti secoli da quando Dio aveva creato il mondo e aveva fatto l'uomo a sua immagine;
e molti secoli da quando era cessato il diluvio e l'Altissimo aveva fatto risplendere l'arcobaleno, segno di alleanza e di pace;
ventuno secoli dopo la nascita di Abramo, nostro Padre;
tredici secoli dopo l'uscita d'Israele dall'Egitto sotto la guida di Mosè;
circa mille anni dopo l'unzione di Davide quale re d'Israele; nella settantacinquesima settimana della profezia di Daniele;
all'epoca della centonovantaquattresima Olimpiade;
nell'anno settecentocinquantadue dalla fondazione di Roma;
nel quarantaduesimo anno dell'impero di Cesare Ottaviano Augusto,
mentre su tutta la terra regnava la pace,
nella sesta età del mondo,
Gesù Cristo, Dio eterno e Figlio dell'eterno Padre,
volendo santificare il mondo con la sua venuta,
essendo stato concepito per opera dello Spirito Santo,
trascorsi nove mesi, nasce in Betlemme di Giuda dalla Vergine Maria, fatto uomo.

E’ il Natale di nostro Signore Gesù Cristo secondo la natura umana.

Leggi tutto...

giovedì 17 dicembre 2009

Giovinezza


Ancora un episodio della vicenda di Lui

Camminava a passo svelto tra la folla della Galleria Vittorio Emanuele. Aveva preso una decisione che comportava seri rischi, ma d'altra parte in mezzo alla gente che prendeva parte alla passeggiata domenicale ben pochi sarebbero stati in grado di seguirlo senza farsi notare. Questo era di importanza primaria, dopo che saltando da un tram in corsa era riuscito a far perdere le proprie tracce a quell'uomo di mezza età con un'insolita (e sospetta) giacca di tweed ed un paio di favoriti di foggia straniera. Per la sicurezza della propria borsa, invece, non poteva che affidarsi alla manetta, opportunamente nascosta dalla giacca troppo lunga, che gliela legava al polso. Per la sua sicurezza, era meglio non pensarci. Del resto, nessuno avrebbe dovuto saper niente del suo trasporto. Anzi, forse nessuno ne sapeva niente, ed era sceso dal tram solo per paranoia. Ma sempre meglio che avere un gentiluomo di Sua Maestà britannica alle costole.
Tagliò per la diagonale piazza Duomo, evitando di incrociare i due carabinieri a cavallo che avevano occhi più per le giovani a spasso negli ultimi giorni di primavera che per l'ordine pubblico; quando fu dalla parte opposta della piazza, si infilò nella più stretta delle vie e si dedicò ad un giro piuttosto tortuoso, sempre dalle parti della biblioteca Ambrosiana. In piazza San Sepolcro, all'infuori di una beghina che usciva dalla chiesa, sembrava non esserci nessuno.
Gettando uno sguardo sul palazzo in cui era atteso si chiese come facesse la gente a non aver mai pensato a finanziatori occulti di quel partitino dello zero virgola; dello zero virgola, ma molto rumoroso; ma del resto tutti gli estremisti erano molto rumorosi, in quegli anni. La questione fondamentale, ora, era capire se convenisse farli tacere, o far urlare loro parole condivisibili.
Quelli dell'Alleanza Industriali, a quanto pareva, propendevano per la soluzione due. Per ora non ci erano riusciti, ma continuavano a prestargli gratis la sede.
Era venuto il momento di dare una scossa alla situazione. Lui tirò il fiato, diede una lisciata ai baffetti impeccabili, ed entrò nel portone.
Nemmeno in guerra aveva visto una soldataglia peggiore. «Sono atteso», si limitò a dire alla specie di sergente appesantito dalle più incongrue decorazioni che avesse mai visto, da fez nastrini e cordicelle, che faceva un solitario nella guardiola del portiere. Nonostante indossasse abiti civili, e passasse per corridoi in cui erano buttati qua e là squadristi coi loro manganelli, nessuno lo fermò; solo ogni tanto si levava qualche occhiata scontrosa, che Lui tacitava con lo sguardo che dispensava, durante la guerra, alla rassegna della propria compagnia. La faccenda buffa è che quegli sgherri fissavano lui, con sospetto per via dell'abito elegante, del volto rasato, dell'aspetto aristocratico, e non sembravano prestare attenzione alla valigia che cercava di muovere il meno possibile, mentre saliva al piano nobile e percorreva il corridioio per il salotto di rappresentanza.
Alle pareti, teschi e gagliardetti degli arditi, una sorta di raccolta di souvenir della Guerra.
La prima persona a rivolgergli la parola fu una giovane. Lui si trovava dinanzi alla porta chiusa del salotto, colto nell'attimo d'esitazione tra il bussare o attendere che qualcuno lo notasse - in fondo doveva essere atteso - ed introducesse.
«Signore, può accomodarsi ed attendere con noi»
"Noi" erano due giovani sorelle con l'abito della festa e l'aria spaesata di chi è la prima volta che si trova in un posto del genere. In un posto che, Lui riteneva, non avrebbero mai dovuto frequentare. Probabilmente anche loro stesse non erano entusiaste della propria posizione; anche perché gli squadristi non avevano di meglio da fare che fissarle con insistenza o cercare di risultare, con esiti disastrosi, sufficientemente urbani per attaccare bottone.
Lui, al contrario, non aveva nulla da dimostrare; inoltre, doveva evitare di far cadere l'attenzione sulla valigetta e sul suo strano braccialetto. La ragazza che gli aveva rivolto la parola denotava una spigliatezza, ancorché non sufficiente per confonderla con una ragazza introdotta in società quali quelle che Lui frequentava, bastante per passare un quarto d'ora ameno. L'altra sorella, invece, doveva essere d'indole ben più riservata. Probabilmente un partito migliore, per qualche rampollo del paese; peccato fosse meno graziosa della prima.
Mentre a mezza voce ciarlava del più e del meno, «Lei è mai stata a Roma, signorina?», Lui cercava di dedurre cosa le conducesse a quello che non era certo un ritrovo d'educande. Ci avrebbe visto meglio delle donne pubbliche, Lui; non le figlie di uno stampatore di Tirano - annotò mentalmente: libelli eversivi in Valtellina, controllare.
Non aveva idea di quante visite potesse ricevere il capo del movimento, ed a quali scopi. Erano circa venti minuti che facevano anticamera, ormai. Lui non avrebbe potuto dirlo con precisione perché il movimento necessario ad estrarre l'orologio dalla tasca avrebbe probabilmente scoperto le manette, e non era il caso. Tra l'altro, per salutare le signorine avrebbe dovuto dar loro la destra, dalla padella alla brace. A meno che fossero fatte entrare loro per prime.
Cosa che, fortunatamente ma ragionevolmente, avvenne. A metà del suo ragionamento, dalla porta uscì un vecchio artritico, vestito di una camicia nera troppo larga. Invitò le signorine Zinella -Zinella, segnato- ad entrare, e chiese a Lui se volesse qualcosa da bere. Mandatolo a far fare un caffè, Lui si gettò attorno un'occhiata, constatò con un sorrisetto che, sparite le signorine, era scemata anche l'attenzione degli squadristi; ed in due mosse si liberò il polso, in tempo per prodigarsi in una regolare presentazione - che prima aveva evitato per non dover stringere mani o fare il baciamano (ché non sarebbe da fare, perché non sono sposate: ma saranno abbastanza erudite da saperlo, o preferirebbero comunque riceverlo, per vantarsi con le amiche di aver conosciuto un vero gentiluomo, in città?). La giovane e graziosa Pace, la timida Giaina («diminutivo di Giovanna, nostro padre è alquanto eccentrico»). Lui le guardò prendere lo scalone, prima di voltarsi ed entrare, borsa alla mano, nel salotto in cui era atteso.
Pesanti tende alle finestre, affacciate sulla piazza quasi deserta; un tavolino rotondo per prendere il tè; un vecchio divano ed una poltrona in coordinato; una scrivania insolitamente sgombra di carte, per il direttore di un giornale. Davanti alla scrivania una seggiola imbottita: le signorine dovevano essere state ricevute al tavolino, sebbene fossero state congedate in breve tempo. Dietro la scrivania riluceva la calvizie dell'uomo. Di fronte a lui, una mezza risma ordinata di carta bianca. Accanto alla risma, una penna. Non era certamente lo studio in cui lavorava.
«Si accomodi, dottore»
Lui, soffermandosi artatamente ad esaminare la foto di un gruppo di commilitoni in divisa da bersagliere, notò con la coda dell'occhio le due giovani uscire dal portone; solo allora, un momento prima di dare l'impressione di essere scortese, depose cappello e soprabito sul tavolino, guadagnò la seggiola e posò la borsa sulla scrivania.
«Un'altra campagna elettorale, per le ennesime elezioni politiche. Mi chiedo sempre cosa ci troviate, voi politici»
«Ed io mi chiedo sempre perché voi signori non facciate un partito vostro, invece di venire ad elemosinare da noi»
«Per via del suffragio universale; ma definirei assai opinabile dire che siete voi a farci l'elemosina.»
E, così facendo, aprì la borsa e mostrò all'interlocutore il suo contenuto. Per quanto si sforzasse di non mostrare sorpresa, questi non poté fare a meno di sobbalzare.
«Sì, sono tanti. Vedete di guadagnarveli»
«Con questa donazione, penso proprio che i bolscevichi non metteranno a repentaglio il raccolto, come l'anno scorso»
«I proprietari che rappresento ne confidano. E confidano anche che con le elezioni del mese prossimo si dia una scossa al Paese»
«I cuori degli Italiani si rivolgeranno a noi in questo momento di crisi; la borghesia e gli amici dello straniero che affamano il popolo soccomberanno sotto l'autentico sentimento che sorge dalla coscienza nazionale»
«Devo confessarle che fatichiamo a capirla, talvolta. L'abbiamo appena finanziata affinché siate d'ostacolo alle rivendicazioni dei braccianti»
«Ma quei vostri braccianti non sono italiani autentici, sono ammorbiditi e corrotti dal veleno bolscevico e da sobillatori stranieri, che vogliono indebolire la nostra economia e con essa l'Italia!»
«Come dice lei. Coloro che rappresento, comunque, gradirebbero una ricevuta»
Scribacchiò su uno dei fogli che aveva di fronte, «Il sottoscritto, a nome della federazione dei Fasci di Combattimento, riceve da...?»
«Unione Agraria Italiana»
«..dall'Unione Agraria Italiana lire 150 000 quale contributo volontario...»
«Lasci perdere, non andremo certo a metterla sui giornali questa nota. Lire 150 000. Stop. Serve a me per dimostrare che ho fatto il mio dovere.»
«Va meglio lire 150 000 per mezzo del dottor Fabiani
«Andrà benissimo»
Appallottolò il foglio su cui stava scrivendo e ne prese un altro:

Il sottoscritto, a nome della federazione dei Fasci di Combattimento, riceve dall'Unione Agraria Italiana lire 150 000, per mezzo del dottor Fabiani.
M.

Lo ripiegò con cura, sigillandolo in una busta, e lo consegnò a Lui; il quale, congedandosi, raccolse dal tavolo anche la brutta copia. Poi, riprendendo cappello e soprabito, diede ad intendere che non voleva si sentisse mai parlare dell'incontro; e si raccomandò, ancora una volta, per il sereno svolgimento del raccolto.
Lui scese velocemente le scale ed uscì in piazza. Senza doversi più preoccupare della borsa e dei soldi, si sentiva parecchio più leggero; anche le casse dello Stato dovevano avere la stessa sensazione, pensò quasi sorridendo.
C'era meno gente in piazza Duomo, si stava avvicinando l'orario del pranzo. Come al solito, invece, l'usciere della piccola filiale della Stefani presidiava l'ingresso dell'ufficio, con la sua mole da ex pugile che sembrava occupare tutta la guardiola. Lui entrò sbrigativo, e si mise a parlare seccamente, più al vento che all'usciere: «Allora, tre cose: Primo, c'è in giro un inglese che stamattina mi seguiva; Secondo, fatto tutto: telegrafate a Roma; Terzo...avete corrispondenti a Tirano?»
«Signore, non è nemmeno sede di prefettura...» rispose con un po' d'imbarazzo l'impiegato
«Non c'è bisogno di dire nulla, giusto?»
«Agli ordini», gli rispose portando la mano alla fronte. Lo sguardo di Lui avrebbe potuto fulminarlo; l'usciere bofonchiò delle scuse e gli consegnò un biglietto ferroviario.

Nella salone della Stazione Centrale, Lui esaminava il tabellone dei treni in partenza. Scorreva con lo sguardo passando dal primo treno per Roma a quello per Tirano, e viceversa. Avrebbe potuto giungervi prima di notte. Si risolse ad una decisione quando ormai la locomotiva aveva cominciato a sbuffare. Si accomodò in poltrona, e riprese ad esaminare la vicenda delle signorine Zinella, ed a cercare di mettere a fuoco il motivo per cui un incontro banale avesse attirato la sua attenzione. Giaina e Pace; con nomi del genere, il padre non poteva che essere anarchico - o socialista rivoluzionario; forse, a Pace avrebbe preferito Guerra, ma probabilmente la moglie aveva conservato un po' di buon senso. Uno Zinella anarchico, o sociorivoluzionario, in alta Valtellina. Non sarebbe dovuto essere molto difficile scoprire molto su di lui; e, soprattutto, cosa avevano le due figlie da confabulare con un arruffapopoli.

Dodici ore (di cui ben poche di sonno) ed un bagno veloce dopo, Lui attendeva nella divisa d'ordinanza, nell'anticamera di Sua Eccellenza il Ministro Rodinò, al piano nobile di Palazzo Baracchini.

«Non sapevo che si chiamasse Fabiani, colonnello»
«Ci sono diversi avvocati Fabiani, Eccellenza. Ma non ne conosco nessuno.»
Il Ministro si stava rigirando tra le mani la ricevuta per l'utilizzo di quei fondi riservati. «Beh, la faccia archiviare»
«Senz'altro, Eccellenza. Posso chiederle l'autorizzazione ad infiltrare i Fasci di Combattimento?»
«I compiti di polizia politica dovrebbero essere affare della Guardia Regia»
«Forse, ma non sono riusciti nemmeno ad individuare l'inglese che suggerisce la linea ai fascisti. Almeno io so che faccia ha.»
«Colonnello, lo so che è inutile negarle l'autorizzazione»

Leggi tutto...

mercoledì 2 dicembre 2009

Applicazioni Fisiche della Teoria dei Gruppi

Con ieri ho portato a casa un'altra casella del libretto, sulla strada ancora tutta in salita per diventare Dottore Magistrale (ma in latino suona meglio, sarò "Maestro").
Si tratta dell'esame di Applicazioni Fisiche della Teoria dei Gruppi, che al di là dello spreco di maiuscole significa algebre di Lie, con particolare riferimento all'algebra del gruppo di Poincaré e ad SU(3) dell'interazione forte; esame che avevo messo in conto di fare per la prima-seconda settimana di novembre ma che è lentamente scivolato fino a ieri, complice anche la continua procrastinazione (dieci giorni, di giorno in giorno) del docente, preso dal dover far "supplenza" ad un collega assente.

Esame oggettivamente non difficile, che in sede di prova scritta (come al solito, è tipico degli esami con Girardello) ha avuto come principale difficoltà capire cosa lui volesse - né è facile all'orale, ma almeno lì continua a correggerti finché imbocchi la strada giusta; difficile capire cosa lui volesse, e tra l'altro il professore giustamente si lamenta, perché basta andare a chiedergli e ti spiega. Solo che, mentre fai l'esame, difficilmente ti passa per la testa che la risposta che tu daresti alla domanda non sia quella che vuole lui...

Pagando questo scotto, alla fine è andata bene e sono riuscito a portare a casa un 28, che credevo di aver buttato alle ortiche impelagandomi in tableaux di Young che quasi non sarei nemmeno tenuto a sapere, avendo evitato l'esame di Metodi Matematici avendone affrontato due terzi degli argomenti a Fisica Matematica il terzo anno.

Anche se per indole sarei portato a mettermi sugli allori una settimana, non c'è tempo. Anche perché tra un esame e l'altro sarebbe anche il caso di fare un po' di ricerca, e quindi devo mettermi a ripassare i miei cari vecchi bialgebroidi.

Leggi tutto...

sabato 28 novembre 2009

Quando sei nato non puoi più nasconderti

...anche se ci provo, ad esempio lasciando in coma il blog per oltre un mese. Un mese ed oltre passato a studiare per l'esame di Applicazioni Fisiche della Teoria dei Gruppi, che non sarebbe nemmeno troppo difficile, non fosse che il professore sono dieci giorni che mi tiene sulle spine, e «Le telefonerò per avvisarla di quando posso farle l'esame. Posso chiamarla fino alle undici?». È anche ricominciato il semestre, e seguo finalmente il corso che attendevo con ansia da quando ho visto la riorganizzazione della Laurea Magistrale, e cioè Meccanica Superiore. Un corso che non farà saltare di gioia il ministro Gelmini, visto che siamo due studenti per due professori (ma è tutta colpa dei matematici che non amano la fisica matematica e, fosse stato per loro, avrebbero mandato il corso deserto); ma che fa saltare di gioia me, e per il corso e per la compagnia qualificata.

Ma questa routine è ben poco accanto a quello in cui sono stato incastrato - e possiamo anche, col senno di poi, congratularci a vicenda che sia stata una bella mossa - e cioè sono stato eletto Coordinatore del Partito Democratico di Scanzorosciate e Gorle, proprio questo mercoledì. Tutto assolutamente concordato, anzi. Richiesto. Quasi imposto. In effetti, faccio un po' di fatica ad immaginare quei circoli dove ci si scontra all'arma bianca per eleggere il coordinatore. Da noi è quasi solo una questione di disponibilità. Che non ho saputo negare di fronte alle richieste di molti amici (loro magari si offendono, preferendo compagni) del circolo.

Adesso, tra le mille altre cose da fare, c'è anche questa. Che va fatta bene, ché già ogni giorno c'è sempre il rischio che la più parte dei miei compaesani rifluisca nelle rassicuranti tiepide acque delle "radici", e ci mancherebbe prestare il fianco.

A parte che non starei lì a farmi colpire.

Leggi tutto...

martedì 27 ottobre 2009

Democratico, popolare, liberale

Pare che finalmente Rutelli si sia convinto a mollare gli ormeggi, per la costruzione di un partito riformista «autenticamente democratico, popolare e liberale». Il finalmente non va letto con quel sorriso d'esultanza, palese o implicito, che molti lasciano trapelare su Facebook o nei commenti riportati in calce all'articolo sui quotidiani online.

Da parte mia, avrei voluto esserci, al teatro Parenti di Milano, per vederglielo dire dal vivo, e - certo - per sentire Dellai che, dopo aver inventato la Margherita, ora guida l'Unione per il Trentino che è, a mio avviso, il più significativo esperimento (ma un esperimento che è il secondo partito della provincia, proprio dopo il PD) di partito-calamita del voto moderato di centro e centrosinistra, con il suo impianto cristiano-democratico e la sua capacità di mettere all'angolo Lega e PDL.

Pace, non sono potuto andare a Milano; per fortuna che Sky ha fiutato l'aria che tirava ed ha proposto la diretta del convegno (penso che ora lo stia rimandando in loop, ma non esageriamo), così mi sono sentito più o meno tutto quello che c'era da sentire, e condivido le preoccupazioni; soprattutto quella, non rivolta soltanto al gruppo dirigente, ma a moltissimi militanti ed elettori, per cui si tratta di persone che negli ultimi vent'anni hanno cambiato quattro partiti ma pensano ancora di essere nello stesso. In totale buona fede, e buona pace del fatto che diventano ogni giorno di più minoritari; se si aggiunge che ormai i voti si prendono dalla mezza età in su (e basterebbe guardare i giovani venuti alle primarie a Scanzorosciate, per confermarlo), non ci attende nulla di buono. Niente di buono ma, certo, molto rassicurante.

Quanto a me, non sono mai stato rutelliano, andando la mia fiducia ad altri personaggi dal passato più lineare. Bisogna, però, ammettere che la stagione della Margherita, senza dubbio foriera di innovazione sul piano politico e senza la quale il PD non avrebbe certo visto la luce, è da ascrivere in gran parte a suo merito, per la capacità di progettare il futuro. Chicca: nella foto, scovata su un vecchio server della Margherita, il congresso fondativo di Parma, nel 2002. Il giovane che, al centro, protende la mano per stringerla al Francescone è un giovanissimo (16 anni) Cassa.
Detto questo, però, ritengo che un minimo di apertura di credito alla nuova linea politica del PD vada concessa. Se non altro, non posso dire di non condividere i toni, a tutta prima pacati e responsabili, di Bersani, molto più di quanto condividessi le urlate di Franceschini, che continuo a ritenere un espediente tattico per smarcarsi da quello e per attirare frange movimentiste in vista delle primarie; espediente non riuscito, o perlomeno non a sufficienza. Dietro i toni rassicuranti, però, non si può fingere di non vedere dove vuole andare a parare. Ma nel PD tutti sanno fare il proprio mestiere, ed io ritengo che Bersani sarà convinto, con le buone o con le cattive, a fare in modo che il PD sia ancora accogliente per chi non viene dalla radice comunista, e non ne vuole sapere di esservi innestato sopra. Diciamo così, conviene anche a lui, conviente a tutti. Perché, vecchio refrain, comunque vada noi vinciamo.

Leggi tutto...

sabato 24 ottobre 2009

Beat!

C'è chi dice che stiamo invecchiando, appunto perché viviamo una regressione storica dei gusti musicali. Già quest'estate a voi piace "Un'estate al mare" perché siete vecchi, ed in effetti abbiamo avuto come colonna sonora tutto un frullato di trash ottantina, che ancora in qualche angolo di chiavette usb o di raccolte di cd per l'autoradio sopravvive.

Ma il colpo di grazia è venuto tra settembre ed ottobre, con la riscoperta della musica beat degli anni Sessanta, dagli Equipe 84 ai loro mille cugini o emuli.
Fiutato il colpo, vado a cercare tra i cataloghi delle varie librerie internettiane la Messa dei Giovani, non il primo ma certo il più genuino esempio delle cosiddette messe beat che hanno avuto i loro quindici minuti di notorietà sul finire del decennio, in piena riforma liturgica; forse poco più di un quarto d'ora, ma certo non si può dire che siano famose. Per dire, non ne avevo mai ascoltato mezza, mentre l'idea di questa musica del diavolo in chiesa era più o meno circolata in qualche ambiente di liturgisti che frequentavo.

Ier l'altro è così arrivata a casa mia, ben impacchettata, questa composizione del maestro Giombini eseguita in italiano dal complesso sardo de I Barritas ed in inglese dai The Berets.

Spero che sia una cosa passeggera perché altrimenti sono messo male, ma mi fa diventare matto. Certo, con simili arrangiamenti non ce la vedo proprio suonata e cantata in chiesa - pur avendo la forma di una Missa con tutti i carismi, introito gloria graduale alleluia... - ma alcuni dei pezzi non sfigurano accanto ad alcuni altri pezzi "contemporanei" che ogni tanto si infilano, specie a Scanzo. Anzi, se un pregio bisogna riconoscere allo spirito generale della messa, è che non è patetica per niente (a parte forse l'Offertorio, ed infatti la suora lo conosceva). E poi, pur essendo il Gloria il pezzo più sopravvissuto alla sua epoca (questa messa fu eseguita per un paio d'anni all'Oratorio San Filippo Neri di Roma, dal 1966) - a me sembra troppo giojoso - il mio preferito è senz'ombra di dubbio il Santo, di cui - ora che lo ascolterete - vi innamorerete anche voi. Ecco.

Leggi tutto...

venerdì 25 settembre 2009

Conseguenze

Fatto
A mia sorella piace cucinare

Ne consegue che organizza una cena con i suoi amici
Ne consegue che una sera di settimana scorsa fanno tardi giù in taverna
Ne consegue che, quando hanno finito, c'è una sua amica da accompagnare a casa
Ne consegue che deve tirar fuori l'auto in retromarcia
Ne consegue (sapendo guidare come io so cucinare) che demolisce specchietto (e non solo) dapprima contro il cancello, poi contro il muro in fondo alla discesa
Ne consegue che si deve procurare uno specchietto di ricambio
Ne consegue che lo si procura da uno sfasciacarrozze
Ne consegue che bisogna chiamare qualcuno per montarlo, e chiamo un mio amico
Ne consegue che viene da me ieri, e dapprima sostituiamo il pezzo, poi tentiamo altre varie riparazioncine.
Ne consegue che scende anche mio fratello, per qualche motivo eccessivamente di buon umore
Ne consegue che lancia idee strampalate, che noi perlopiù bocciamo
Ne consegue che s'ingegna a trovare qualcosa a cui difficilmente direi di no, e trova la montagna
Ne consegue che inventa di andare al Curò, l'indomani, e che riesce a convincere un numero sufficiente di camminatori
Ne consegue che, indipendentemente dalle condizioni meteo, stamattina alle sette si parte con l'AX rattoppata e ripulita, destinazione Valbondione
Ne consegue che ci mettiamo sul sentiero alle otto e dieci, incuranti di brume e nebbie e del fatto che non si vede la testata della valle
Ne consegue che, all'altezza del bivio con la Direttissima, inizia a piovere a catinelle
Ne consegue che ci facciamo la Direttissima sotto l'acqua, ed arriviamo al rifugio (per fortuna aperto, con questa ormai relativamente nuova gestione) peggio di pulcini bagnati.
Ne consegue che passiamo mezza mattinata a scaldarci al fuoco ed a giocare alla Torre di Hanoi fino all'ora di pranzo, che consumiamo in parte al sacco in parte caldo.
Ne consegue, ovviamente, che a parte la prima mezz'ora scendiamo che non piove e quasi quasi sembrerebbe poter uscire il sole.
Ne consegue che stasera andrei anche a letto presto, ma tanto non posso

La foto non c'entra niente con la camminata (forse come metafora dell'acqua a catinelle), serve per dare una rappresentazione grafica del concetto di "cascata di eventi"

Leggi tutto...

mercoledì 2 settembre 2009

Quando ci si perde

Come ormai si è ampiamente dimostrato, non è che io riesca a stare in casa, fermo e calmo, per più di tre giorni di fila. E così, avvicinandosi pericolosamente il limite, ier l'altro - che sarebbe lunedì 31 - sono partito per un'escursioncina che doveva essere facile facile, salire al rifugio Albani (1940 m) dalle baite Möoschel che sono sopra Valzurio, in comune d'Oltressenda Alta (1265 m). Poiché il sito del CAI di Bergamo, che ha una bella mappatura elettronica dei sentieri, mi dava tre ore di tempo, avevo fatto conto di salire in un paio d'ore, star su tranquillo, scendere di volata e - magari - risalire per un pezzo anche all'Olmo, che avrei fatto due rifugi in un giorno e non è cosa da buttare via.

Invece, sotto molti punti di vista la gioranta è stata sfortunata; in primo luogo perché la strada fino alle baite è percorribile solo da fuoristrada, previo pagamento di tariffa, e con la mia macchinetta mi sono dovuto sobbarcare tre quarti d'ora buoni di cammino in più, partendo da Spinelli che è l'ultimo luogo in cui arriva l'asfalto. La cosa più grave è, stata, nondimeno, imboccare il sentiero sbagliato (CAI BG 314 invece di 311) e salire verso il passo degli Omini; e - essendo già salito di duecento metri almeno prima di rendermene conto, perché si era nel bosco - decidere di non tornare indietro, ma di attraversare la valle fino a raggiungere il sentiero vero rimanendo in quota, tagliando per pascoli e sperando di trovare le tracce di sentiero che la cartina Kompass Foppolo-Valle Seriana indica. Dal file di Google Earth, che siete invitati a scaricare, con il percorso si dovrebbe poter evincere il mio percorso, in cui ho sì trovato vecchie tracce di sentiero, ma così labili e sconnesse da non riuscire a seguirle per più di cinquanta metri. Poi, va da sé, finalmente sono riuscito a ritrovarmi sul sentiero vero ed in breve a raggiungere l'Albani, rinunciando nel ritorno all'Olmo perché si era perso parecchio tempo, tra il tratto in più e la mia gita fuoristrada.

Nel bel mezzo della mia traversata nel deserto mi sono ritrovato in una conca sotto la parete del Ferrante, nella quale troneggiava un vecchissimo ed abbandonato capanno da pastori, che ha però la peculiarità di aver scritto, a caratteri cubitali, in minio, sulla lamiera arrugginita, "1961" e "S.A.R" (non saprei dire con certezza se i punti ci sono o meno, io ce li ho visti), e poi in piccolo graffiati mille nomi di persone passate di lì, dai tipici cognomi Oltressendesi, tipo Baronchelli. Il punto è, a mio avviso - bisogna sì considerare che avevo sbagliato sentiero, ma poi ho sempre saputo con discreta precisione dove fossi - questo; ecco, a tal proposito invoco i miei lettori, ma più facilmente i visitatori occasionali, che sappiano darmi informazioni sul capanno, e su eventuali ascensioni al Ferrante da quella posizione (vedevo abbastanza distintamente un ghiaione che mi avrebbe portato, credo, a scollinare dall'altro versante, un duecento metri sopra il punto in cui mi trovavo).

Leggi tutto...

lunedì 31 agosto 2009

Di qui passò Francesco - Le foto

Chiedo scusa ai lettori, ma ormai questo Facebook fa talmente tutto in uno che proprio non mi è venuto in mente di segnalare altre foto oltre quelle che ho messo tappa per tappa.

Non che siano tutte quelle scattate da mio fratello (che sono troppe, e perlopiù inutili), ma qualcosa in più si trova in questo album pubblico di Facebook - appunto.

Leggi tutto...

sabato 29 agosto 2009

Di qui passò Francesco - Mappe e bilancio


Inizio subito deludendo i lettori attenti alle pieghe della mia psiche; con bilancio non intendo introspezione, cosa mi aspettavo e cosa mi ha lasciato quest'esperienza, ma piuttosto analisi complessiva del cammino dal punto di vista escursionistico

Per prima cosa, segnalo il must delle escursioni che riporto su questo blog, e cioè il file .kmz che riporta i tracciati delle tappe su Google Earth (o meglio, riporta i tracciati così come li ho percorsi io, e quindi tiene traccia di scortaröle, deviazioni ed errori), e - novità di questa edizione - include i link diretti ai post del blog che le descrivono.

Per quanto riguarda il giudizio sul cammino in generale, bisogna per prima cosa dar conto del fatto che, in giro per la rete, esistono opinioni virulente, che lo stroncano indicandone tutti i limiti, anche in maniera ingenerosa; per quanto non possa non concordare con lo scrivente, e pure a mio avviso il percorso è tutto fuorché per famiglie. Certo, tutti noi siamo arrivati, per quanto acciaccati, fino in fondo, ed io - ad avere un'altra settimana - non mi sarei tirato indietro dal proseguire fino a Poggio Bustone. Ciò non toglie che, se i pellegrinaggi organizzati pianificano di metterci più di dieci giorni, per fare le prime sette tappe, qualcosa vorrà pur dire. Poi ci sono le storie mie, per cui ho apprezzato molto le prime due tappe, che in un modo o nell'altro somigliavano a tappe di montagna, e molto meno quelle che si snodavano sui crinali assolati delle colline, o - peggio ancora - tagliavano pianure su lunghi inesorabili rettifili.

Dal punto di vista tecnico, gli scarponi d'alta montagna che ho portato, e che mi hanno con ogni probabilità incrinato un osso del piede destro, erano del tutto eccessivi; anche se nelle prime due tappe - appunto, si diceva - le scarpe da ginnastica erano un po' leggerine e avrebbero mancato di grip, da Sansepolcro in poi erano più che adatte; solo, c'era il rischio che si infradiciassero, beccando una giornata di pioggia. Poi, con tutto la deferenza che si può portare a chi ha individuato il percorso e scritto la guida, troverei assai azzardato procedere solo con quella o - peggio - affidandosi ai tau gialli che di quando in quando appaiono; come segnavia, ci sono dei cartelli metallici molto accurati soprattutto dal punto di vista dei tempi di percorrenza (a chi mai potrà interessare, però, sapere che gli mancano 6.22 ore a Gubbio?), che però da Gubbio in poi non sono più riportati, ma la segnaletica complessivamente è caotica, e caotizzata dal fatto che si contendono l'attenzione "Di qui passò Francesco" (frecce e tau gialli, cartelli metallici del CAI con tau in evidenza), "Cammino di Assisi" (frecce verdi), "Cammino di Francesco - Via Francigena" (cartelli metallici gialloblu) e, naturalmente, il CAI - che come spesso mi è capitato di vedere in Appennino, segnavia (voce del verbo segnaviare) con massima accuratezza le strade asfaltate, ed è carente nei tratti di sentiero. A mio avviso, ma un po' lo dico anche perché è il mio mestiere, durante le escursioni, è indispensabile avere con sé mappe che diano un minimo di possibilità di orientarsi e trovare punti di riferimento anche esterni al cammino. Purtroppo, le carte Kompass iniziano ad essere disponibili più o meno dalla Madonna di Montecchi in poi; prima, abbiamo trovato in loco una mappa della Comunità Montana Alto Tevere Toscano o come si chiama, ma comunque da Città di Castello a S. Benedetto Vecchio si va quasi completamente alla cieca, e questo - a mio avviso - è un problema specie per chi affronta il cammino da solo o quasi (anche se pure noi abbiamo avuto il nostro bel da fare, a capire dove si fossero persi i nostri colleghi, durante la terza tappa).

Per quanto riguarda il percorso, devo dire che a tratti lo trovo insensato. O, quantomeno, bizzarro - se l'obiettivo è andare ad Assisi, soprattutto. Se divaghiamo, e decidiamo che l'obiettivo possa essere fare un duro trekking per monti e colli, tra Toscana ed Umbria, allora diverse scelte vengono messe sotto una luce diversa; ad ogni modo, rimangono e rimarranno sempre quelle tre-quattro deviazioni che secondo me vanno seriamente considerate, in un'eventuale riedizione della guida. Alcune siamo riuscite a prenderle, durante questa settimana, altre sono rimaste solo sulla carta, perché sconsigliato di lasciare la via vecchia per la nuova. Mi viene quasi voglia di rifarlo, per dimostrare che avrei avuto ragione io...

Nella foto, il "logo" del pellegrinaggio: zaino e Basilica

Le puntate del Diario del Cammino:

  1. Giorno 0
  2. Compagni di cammino
  3. Prima tappa (La Verna - Cerbaiolo)
  4. Seconda tappa (Cerbaiolo - Sansepolcro)
  5. Terza tappa (Sansepolcro - Città di Castello)
  6. Quarta tappa (Città di Castello - Pietralunga)
  7. Quinta tappa (Pietralunga - Gubbio)
  8. Sesta tappa (Gubbio - Biscina)
  9. Settima tappa (Biscina - Assisi)

Leggi tutto...

19 agosto - Settimo (e ultimo) giorno

Sulla carta questa tappa è lunghetta, ma siamo rinfrancati dal fatto che sia l'ultima. Passando accanto al castello di Biscina si scende dapprima per sterrato, poi per alcuni ripidi tratti di sentiero - che sembrano messi apposta per ostacolare quanti, come mio cugino Davide, procedono coi sandali per via delle vesciche (sandali che, dopo aver provato praticamente quelli di tutti, in data odierna sono i miei - ma se avessimo saputo prima che gli sarebbe venuto così facile camminarci, glieli prestavo già da un paio di giorni) - alternati (perché mi sembra giusto) con altrettanto ripidi strappi in salita, fino alla strada - direi di servizio, visto che è piena di segnali di divieto d'accesso e la carta Kompass ritiene di metterla sotto il teorico livello di massimo invaso del, per il lago di Valfabbrica, che è poi una specie di gigantesco stagno puzzolente causato dallo sbarramento del Chiascio da parte di una diga ciclopica, che chissà se è mai servita a qualcosa di serio. Dopo averla seguita per qualche chilometro fino alla diga, ignorando alcuni segnavia che, stando alle mappe, ci avrebbero offerto certo la visita di una pieve e di un grazioso agglomerato di case, ma regalato un su e giù inutile, ci mettiamo nella piana del Chiascio, dalla località Barcaccia dove un tempo partivano i traghetti per l'attraversamento del fiume (che mi chiedo come sia mai stato possibile navigare senza grattare il fondo), che seguiamo su strada bianca dapprima in pieno sole, poi ombreggiata fino alle porte di Valfabbrica, che raggiungiamo in salita, e sono già due ore e tre quarti dalla partenza.

Dopo esserci procacciati il pranzo, proseguiamo, infilandoci fortunatamente presto, dopo pochi ma intensi minuti di rebatù sull'asfalto, in un fossato/valletta detto Fosso della lupa, in cui si sente l'insolito - per questo pellegrinaggio, direi che è la prima e l'unica volta che capita - gorgogliare di un ruscello non in secca che ci accompagna per quasi tutta la - peraltro assai ripida, a tratti - risalita, che si conclude sul crinale della collina. Altri duecento metri di strada bianca e siamo al GPM della tappa odierna. Su strada asfaltata, in lievissima discesa, giungiamo a Casa Coppe, dove attendiamo gli altri e mangiamo, ospitati per quanto concerne acqua, vino e grappa - prodotta a Pedrengo, ironia della sorte - dai gentilissimi agricoltori. Si scende poi, tutti insieme, dapprima su strada e poi per sterrato fino a poco prima di un poggio (Assisi, ormai, è visibile all'orizzonte dal GPM, ma il Subasio si intravede anche da Biscina) che, tra qualche imprecazione di troppo, risaliamo per ridiscendere ai piedi della collina su cui sorge Assisi. Con qualche incertezza, in silenzio, tentiamo dapprima di raggiungere la basilica superiore risalendo nel bosco, ma il segnavia del CAI si perde nella fratta, e noi con lui. Tornando sulla strada cerchiamo qualsiasi risalita purché non quella segnata sulla guida, che ci porterebbe su fino al cimitero; e troviamo una strada pedonale, chiaramente in ripidissima salita ed in pieno sole; sbuchiamo alla Basilica Inferiore, saliamo la rampa di scale e ci ritroviamo (con Davide, che sotto l'effetto dell'Aulin ci ha preceduto) nel piazzale della Superiore, per concludere il pellegrinaggio.

Nella foto, noi buttati sul piazzale della Basilica Superiore

Leggi tutto...

18 agosto - Sesto giorno

Dopo una lunga colazione, trascinata tra panifici, pasticcerie e bar di Gubbio, partiamo per quella che dovrebbe essere una tappa di decompressione, ma che si rivelerà delle peggiori, ancorché breve; forse anche per l'ondata di afa che sembra aver investito l'Umbria, considerato che - a sera - scopriamo essere morta una persona di caldo, proprio a Gubbio. Si scende da Gubbio e si esce dalla città, dopo aver gettato un rapido sguardo alla chiesa della conversione del famoso Lupo, prendendo poi un lunghissimo pianeggiante asfaltato rettifilo che taglia la pianura come un coltello, quasi esattamente in direzione sud, fino a Ponte d'Assi, e poi si porta - senza quello spreco di asfalto che sono i tornanti, ma direttamente per la linea di massima pendenza - fino a quota 560, con assurde rampe. Di lì si prosegue il classico saliscendi da crinale, ben presto lasciando l'asfalto per imboccare una delle solite strade bianche, fino a casa Pratale, che sovrasta un bel castello riattato e, dall'altro lato del vallone, un'abbazia che, non fosse che è fuori strada, magari saremmo anche passati a visitare. Poco dopo casa Pratale, dopo un paio di tornanti in discesa che nascondono una provvidenziale fonte, si giunge a Santa Maria delle Ripe, piccola cappella-tabernacolo con una specie di libro di vetta, dove ci si ferma per pranzare. Sembra che il cammino sia più breve e facile del solito, e più breve lo è davvero, stando alle mappe; ma per quanto riguarda la semplicità avrei due o tre cosette da dire, considerato che dopo pranzo saliamo leggermente fino all'eremo di San Pietro in Vigneto, e poi scendiamo sempre su strada bianca per qualche tratto, prima di immetterci nel delirio. Scendiamo ripidissimi in una specie di fosso di scolo, fino a raggiungere il fondo di una valletta, sovrastati dal viadotto di un acquedotto (o gasdotto, o altro dotto); risaliamo poi dall'altro versante, per bosco e boscaglia, fino ad una vecchia chiesa sovrastata dal castello di Biscina, nostra meta, che sembra a portata di mano appena una sessantina di metri più in alto. Sembra, perché scendiamo nuovamente l'ennesima stretta ed ombrosa valletta, guadiamo un torrentello e risaliamo l'altro versante, di terra nuda sotto un sole battente per oltre un centinaio di metri. Dove il sentiero, ormai tornato viottolo, sbuca sulla strada - asfaltata - che percorre il crinale c'è una presa d'acqua (accanto ad una sorta di paradiso del barbecue) che al tempo stesso mi salva la vita e me l'accorcia parecchio, in quanto - abbondantemente dissetato, e praticamente fradicio di acqua e sudore - sbucando sul crinale battuto dal vento poco ci manca che mi venga una congestione immediata (nonostante i minimo trentacinque gradi, mi tentava la giacca a vento...). Sono poche centinaia di metri, praticamente in piano, prima che si entri nella - spettacolare - tenuta Biscina dove, insieme alla seconda piscina che salto della settimana, ci vengono assegnati due appartamenti in una villetta, vicino ad altri pellegrini - tra cui una berlinese con bambino al seguito che compie il nostro stesso cammino ma con mezzi di fortuna. A ben vedere, domani sera già saremo ad Assisi ed il cammino sarà finito. A questo punto, siamo quasi tutti dell'idea che era ora.

Nella foto, la pausa pranzo presso S. Maria delle Ripe

Leggi tutto...

giovedì 27 agosto 2009

17 agosto - Quinto giorno

Dapprima si scende fino al fondo della valle, tra discussioni (se seguire il segnavia o il buon senso) che lo scoprire che le diverse vie si riuniscono poco prima della risalita in Pietralunga sopisce - con il buonumore che sempre caratterizza le prime ore di marcia. Dopo la salita e la brevissima visita nel bel borgo di Pietralunga - visita che serve più che altro a fare la spesa per la giornata - scendiamo in una valle isolata, sul nastro d'asfalto (valle ignota alla nostra guida, che ci faceva fare tutto un altro giro, ma noi seguiamo il segnavia che anche nei giorni precedenti si sono dimostrati più saggi, e ci consoliamo pensando che, nel paio d'anni intercorso tra l'edizione in nostro possesso ed oggi, appunto siano stati razionalizzati alcuni tratti di percorso, già di per sé non brillantemente saggio, visto che predilige lunghi giri altalenanti ai percorsi più diretti) fino ad incrociare la carrareccia che sale al nucleo abitato di San Benedetto Vecchio (dove torniamo ad essere d'accordo con la guida) e brevemente scende al vecchio - chiuso ma apparentemente nuovo di pacca - monastero. Si scende ancora, lungo la strada asfaltata che condurrebbe nella piana egubina, fino all'incrocio tra la strada bianca, indicata sia dalla guida che dai segnavia e che con lungo giro ed insensata salita ci porta a scendere nella valle al di là dei poggi che ci sbarrano la strada, ed il sentiero - che si vede benissimo tagliare come una lama e perpendicolare alla linea di massima pendenza - che ci permetterebbe di scavalcarli, seppure passando per la cima di uno di essi rimanendo comunque a quota complessiva più bassa. La mia stima è che, scavalcando appunto questo Monte Spesce, alto settecento e rotti metri, si risparmierebbe almeno un'ora, ma forse anche un'ora e mezza di cammino, per giunta evitando di superare gli ottocento metri del Poggio del Prato. Il fattore, ma più che altro le sue vacche e - soprattutto - i suoi tori al pascolo ci fanno optare per la strada più lunga, mentre un gruppetto di noi, i più disastrati, decidono di scendere per la strada asfaltata che - si calcola - comunque è facilmente percorribile e fa risparmiare parecchio tempo. Dopo, infatti, che la tappa di ieri ed il primo paio d'ore della tappa odierna si erano svolte senza la "copertura" di una carta diversa da quella, abbastanza limitata, riportata sulla guida, siamo finalmente entrati nella zona coperta dalla Kompass Gubbio-Fabriano, e quindi sappiamo valutare con precisione eventuali percorsi alternativi.

Ci aspettava una lunga risalita su una delle consuete abbacinanti strade bianche, tra vecchi cascinali in avanzato stato d'abbandono, fino ad una bella pineta sommitale ed una ripidissima - ai limiti dello spaccagambe discesa che ci riporta su una strada asfaltata - dall'altro lato del famoso Monte Spesce. Lunga e riarsa traversata, tra saliscendi e senza un goccio d'acqua - da Pietralunga, neanche una stilla - fino alla Madonna dei Montecchi, dove invece di acqua ce n'è parecchia, ed anche ottima - almeno per gli standard dell'acqua umbra. Eccetto il don, che dapprima per un malinteso è corso avanti (pensando aver io tagliato per sentieri che in effetti avevo indicato, ma che mr. Gap aveva sconsigliato) e poi ha deciso di proseguire fino a raggiungere quanti scendevano per strada, attendo gli altri in modo che ci si fermi insieme a pranzare. Sollecitati da un violento temporale che si gonfiava alle nostre spalle ripartiamo fino ad arrivare alla frazione di Loreto, appena in tempo prima che si scateni l'Apocalisse, da cui ci ripariamo rifugiandoci - grazie al sacrista - nella bella chiesa, dove ci fermiamo per un'oretta in attesa che passino grandine, acqua e fulmini (visto che pochi si fidano della possibilità di costruire una gabbia di Faraday unendo i bastoncini telescopici).

Non ci pentiamo di aver perso un'ora perché il temporale ha - fortunatamente - rinfrescato l'aria e l'ambiente, e quindi scendiamo rilassati (io ho rimesso gli scarponi, temendo più l'umidità del dolore, e del resto i sandali favoriscono le vesciche, che infatti dopo quasi tre giorni di tali calzature si sono formate) dapprima a Monteleto, indi nel bel mezzo della piana di Gubbio, che ancora non si vede nascosta da un cementificio. Attraversiamo questa piana noiosa per qualche chilometro, prima che la città ci si stagli dinanzi, e con la città la prima gelateria del Pellegrinaggio, e con la prima gelateria le strette stradine per cui s'ha da inerpicarsi fino a giungere, abbastanza stremati, al convento delle Domenicane dove siamo ospitati. In effetti, ne valeva la pena, del tramonto a Gubbio. E della serata, giacché si cena in un buon ristorante e si passeggia per le vie, fin troppo animate per via della Missione Giovani dei Frati Minori di Sicilia, che spero per loro che con quel trambusto convertano qualcuno, ma ci credo molto molto poco. A me nauseavano, con trenini e coreografie da inno del CRE sopra un impossibile pout-pourrì di canti sacri e profani. A meno che - certo - dietro i canti profani si nascondesse qualche segreto messaggio subliminale interpretabile in senso cristologico. Tipo oh Susanna non piangere per me, piangi piuttosto sui peccati dei tuoi figli, durante la via Crucis.

Nella foto, alcuni di noi, al tramonto, sul parapetto della piazza di Gubbio, quella dove dovrebbe esserci la stazione dei Carabinieri (stando a don Matteo) e invece c'è un noiosissimo museo.

Leggi tutto...