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domenica 24 aprile 2011

Ad Inferos - Il Signore della vita era morto


Quarta (ed ultima) puntata del racconto di Pasqua. La puntata precedente.


Le squadre di operai si erano buttate sulle macerie delle Porte come formiche, sgombrando il passaggio e predisponendo un ingresso di fortuna, per le anime che affollavano il porto. Molti soldati presidiavano il porto e la città, per impedire a chi già aveva varcato l’ingresso di uscire, ora che la porta era crollata. Non andavano troppo per il sottile, e non avevano voluto sentire ragioni da parte di Iaphet, che voleva parlare con i funzionari del porto ma che – nonostante il rango – teoricamente non poteva uscire dalle mura. Anche praticamente, grazie alle misure di sicurezza rafforzate.

Si avviò pensoso al proprio ufficio. Forse il Movimento Anime dell’ultima mezza giornata sarebbe stato sufficiente a chiarire se c’era o meno un tracollo degli arrivi – anche fatta la tara alla dispersione statistica. Forse, avrebbe potuto convocare d’urgenza –anche se non erano, a rigore, a sua disposizione – qualcuno dei funzionari del porto, non appena avesse finito il turno. Forse, avrebbe potuto mandare un memo all’Ispettorato Centrale – ché quasi sicuramente era affar loro, e non di altri – che facesse venire qualche dubbio a chi di dovere, in modo che quell’agente con cui aveva parlato fosse preso maggiormente sul serio.

Il cercapersone aveva preso a suonare, intanto. All’altro capo della comunicazione, dalla segreteria particolare del Principe lo si invitava al banchetto, ospite d’onore il Nemico, che stava per essere servito nell’Aula delle Feste.

«La vostra assenza sarà vista come un’offesa personale, pochi hanno più titolo di voi a sedere al tavolo dei dignitari».

Iaphet non riusciva a vedere la sconfitta del Nemico come una propria vittoria. Diciamo, fin dall’inizio sarebbe dovuta finire così, da quando il Sommo Nemico scelse di prediligere così tanto quel figlio (…se non è nepotismo questo…) e di snobbare i più insigni tra i suoi ministri. Certo, a vederlo con l’abito da cerimonia ed ascoltando gli elogi pubblici che tutti i commensali gli tributavano, anche un funzionario schivo e grigio come lui si inorgogliva: seduto alla sinistra del Principe – alla destra sedeva il Nemico, era l’ospite d’onore ed il galateo prima di tutto – e di fronte alla graziosissima Morte, per cui aveva una vera e propria venerazione. Non era tipo da feste, ma poteva abituarsi.

Sennonché, mentre il banchetto proseguiva – e s’era fatta notte, di fuori – la Morte sembrava far sempre più fatica a stare a tavola. Era impallidita, si agitava sulla sedia.

«Signora, state bene?»

«Questi giorni mi hanno stancata molto. Credo tornerò nelle mie aule», ed a poco valsero le preghiere degli ospiti e del Principe: la Morte è Padrona.

Passavano le ore, le portate si susseguivano – nessuno è mai sazio, negli Inferi – e continuavano ad essere versati abbondanti calici di liquore nero, amaro e fortissimo, che è la sola bevanda alcolica che si distilla e si consuma sotto le volte di pietra.

Finché il Nemico si alzò, levò il calice, e fece per prendere la parola. Il Principe, ormai alticcio, con un sorriso ed un cenno gliela concesse. Poteva animare la festa, un ultimo discorso del Nemico sconfitto. Anche questi non s’era tirato indietro, durante il banchetto – e del resto, l’abitudine ai festeggiamenti l’aveva anche da vivo, al punto da essere stata usata contro di lui, per ispirazione di Iaphet – e reggeva il calice con mano malferma.

«L’ospitalità in queste stanze è straordinaria, non credo ci si riuscirà mai a fare l’abitudine…»

Mormorando, i commensali commentavano divertiti «Porta pazienza…»

«…ma mancherei di rispetto per il nostro ospite se non mettessi in luce un problema che non ho potuto fare a meno di notare.»

I mormorii da divertiti si fecero infastiditi: nessuno avrebbe mai osato criticare il Principe, e nessuno lo poteva fare in sua presenza, alla tavola che egli aveva predisposto. Il Principe stesso si era riscosso e risollevato sul suo Trono, spegnendosi in volto il sorriso e fissando il Nemico con irritazione.

«Non è una festa, se non c’è vino»

Il coppiere si avvicinò sollecito, facendo notare col massimo tatto al Nemico che il frutto della vite non cresce negli Inferi, e che dunque non c’è vino.

«Capisco, e vi ringrazio. Ma non posso approfittare più a lungo della vostra ospitalità».

Non aveva finito la frase, che l’Aula risuonò di almeno trenta cercapersone impazziti. Il Principe mandava sguardi a destra e a sinistra, mentre i suoi ospiti toglievano di tasca gli aggeggi, leggevano le poche righe e si alzavano in fretta, cercando un telefono o correndo ai propri uffici. Anche il cercapersone di Iaphet prese a suonare impazzito, allarme generale. Impossibile chiamare in ufficio col telefono portatile – un privilegio degli alti funzionari – perché le linee erano intasate.

Allora, con un mezzo inchino al Principe, raccolse la giacca e prese l’uscita più vicina, facendosi strada tra i camerieri ed i suoi colleghi che correvano rispondendo all’allarme.

Nella confusione, il Nemico si alzò da tavola e si diresse all’uscita più vicina. Come varcò la porta, l’allarme generale fu diramato a tutti i livelli, anche a quello del Trono in cui si trovava. All’Ispettorato Centrale avevano iniziato a prendere le cose sul serio un po’ troppo tardi.

Mentre le sirene in tutti gli Inferi risuonavano a tutto volume, e le guardie – a quel livello, ancora frastornate dall’allarme improvviso – correvano senza meta in attesa di ordini superiori, Iaphet raggiunse l’ufficio. Metà del suo staff già l’attendeva. Allentandosi il nodo della cravatta cerimoniale, ringhiò al loro indirizzo il più significativo dei «Che succede?»

«Eccellenza, tutte le anime sono in movimento»

«Come, tutte? E in che senso, in movimento?»

Il vice, il cui compito era fare da parafulmine per l’ira di Iaphet, si fece avanti con la cartellina sotto il braccio, e cercando di assumere il tono più professionale possibile – mentre, come tutti, non poteva fare a meno di guardare, almeno di sottecchi, i monitori di guardia – rispose

«Probabilmente non tutte, ma la grande maggioranza; almeno, nei settori di nostra competenza. Hanno lasciato o si stanno preparando a lasciare i loro gironi, e si dirigono verso la Città ed il suo porto».

«Fermateli: vi devo dire tutto io?»

«Non è così semplice, Iaphet. Sono centinaia di migliaia, e le sole nostre guardie non sono sufficienti…»

«Solo le nostre guardie, d’accordo. L’Ispettorato Centrale non manda rinforzi? Li avete chiesti?»

«Eccellenza, è suonato l’allarme generale, e non ci sembra di dover dare istruzioni all’Ispettorato…», si intromise uno dei comandanti delle guardie, presente alla riunione.

«Signorina, chiami l’Ispettorato Centrale ed illustri la situazione! Nel frattempo, avete valutato di chiedere rinforzi dai settori vicini?». Era forse un grigio funzionario, ma non avrebbe permesso che le cose gli sfuggissero di mano in questo modo.

«Sì, Eccellenza», rispose nuovamente l’ufficiale. «Anche da loro c’è del movimento di anime non autorizzato, ma sono molte meno e sembra sia più controllabile. Ci hanno promesso rinforzi entro l’ora».

«Già qualcosa. E, entro l’ora, dove saranno le prime delle anime in fuga?»

«Alle porte della Città, si stima».

Tramite l’interfono, la segretaria comunicava «L’Ispettorato Centrale ha messo ai vostri ordini una legione, Eccellenza. Pare abbiano parecchie grane anche loro, per quando li avranno risolti hanno promesso il loro interessamento totale».

Sugli schermi, si stavano accumulando le segnalazioni dei vari settori dell’Inferno. Non c’era un angolo del Reparto Degenza in cui, in maggiore o minor misura, non si verificassero gli stessi eventi. Tra l’altro, non tutti i colleghi di Iaphet avevano avuto la prontezza di spirito di usare le proprie guardie –o meglio, non tutti i loro sottoposti: da questo punto di vista, nemmeno Iaphet aveva fatto molto – e quindi, c’erano anche fughe minime, che avrebbero potuto essere neutralizzate in pochi minuti, in pieno svolgimento. In tutto, l’Ispettorato Centrale garantiva tre legioni, e per il resto era troppo impegnato in Altro per darsi da fare.

Poiché nessuno, a quel livello, sapeva della fuga del Nemico, l’unico a comprendere la serietà dell’impegno dell’Ispettorato era Iaphet. Gli altri maledivano l’inefficienza di quei burocrati privilegiati ed inamovibili.

«Tutte le guardie e la Milizia Infera ai nostri ordini occupino la Città ed impediscano l’ingresso delle anime, ad ogni costo!», tuonò Iaphet ai propri collaboratori, e diede istruzione di diffondere l’ordine agli altri settori: dove, in assenza di ordini superiori, furono ben lieti di obbedire a qualcuno che – vagamente – sapesse da che parte girarsi.

Fu così che tutte le anime che si erano riscosse, non più trattenute, si riversarono verso i livelli superiori dell’Inferno, mentre la milizia e le guardie si affrettavano per precederle, e sbarrare le porte, ed innalzare barricate dove quelle erano crollate o non erano sufficientemente solide.

Barricate che sembravano svolgere il proprio compito. La gran folla di anime si stava infatti radunando fuori dalle mura della Città, che si trovava tra i livelli più bassi dell’Inferno ed il porto. E, nonostante la pressione che esercitavano, non riuscivano a penetrare oltre le porte né a violarne il perimetro.

L’ora era passata. Iaphet, e gli altri sovrintendenti, si erano portati sulla collina che sovrasta la Città, ed osservavano i movimenti delle truppe e delle anime come fossero disposti su una mappa. Le legioni dell’Ispettorato Centrale combattevano molto meglio della guardia del reparto degenza, andava riconosciuto; né le anime, senza una guida, avevano speranze di riuscire a rompere le linee dei difensori. Ormai si era in fase di stallo, o con pazienza o facendo affidamento all’Ispettorato Centrale, quando avesse sistemato l’Altro problema. E l’Ispettorato Centrale si fece vivo, nella persona di un cursore che, a cavallo di una qualche creatura infernale, di quelle appositamente allevate a tale scopo, apparve al limitare della piana ed in poche rapidissime falcate aveva raggiunto, con un plico sigillato, gli alti funzionari raccolti attorno a Iaphet.

«Dall’Ispettorato Centrale», riuscì a dire prima che la sua cavalcatura stramazzasse al suolo, stremata.

I funzionari erano invitati ad allontanarsi dalla Città, visto che il comando delle operazioni era avocato all’Ispettorato stesso. Il rango dei dirigenti non avrebbe potuto competere con quello degli Ispettori, ma il messaggero non lo era. Dunque, ritennero di mancare di obbedirgli: gli ufficiali dell’Ispettorato, scendendo in città al comando delle truppe, d’altra parte non si curavano dell’eventuale pubblico. Pubblico che si riteneva nel proprio pieno diritto ad assistere, essendo quelle anime sotto la propria responsabilità. Iaphet e gli altri osservarono le legioni dell’Ispettorato mettersi agli ordini dei propri comandanti ma, invece di passare all’attacco – cosa che si sarebbero aspettati – le osservò rafforzare le posizioni difensive.

«Ma cosa stanno facendo?», si chiedevano l’un l’altro i sovrintendenti. «In questo modo non torneranno mai ai reparti degenza!» «Chi altri può arrivare, che metà inferno è qui sotto?». «Io mi metto alla testa delle mie guardie, se l’Ispettorato non si muove!», concluse Iaphet, lasciando la collina e scendendo al piano, aprendosi la strada tra le anime e portandosi sugli spalti della città, nel settore che era presidiato dagli uomini al suo comando. L’Ispettorato aveva ordinato loro di ritirarsi, ma Iaphet annullò l’ordine - «Vanno respinte una volta per tutte, o l’Eterno ordine delle cose verrà sovvertito», arringava i suoi uomini prima dell’assalto.

All’orizzonte si era accesa una luce. Una luce chiara e bianca, non le solite torce rosse che rischiaravano senza illuminare, come era norma all’Inferno. Una luce che veniva avanti, ingrandendosi come un sole che sorge dall’alto. Era, ormai, in mezzo alle anime, che la sospingevano e seguivano, contro le mura della città. Dalle retrovie si sentivano gli ordini secchi degli ufficiali della Milizia «Serrate i ranghi!», «In alto gli scudi!». La luce era insopportabile, agli occhi degli abitanti dell’inferno abituati ad un’eternità di buio e delle anime che da secoli risiedevano nelle medesime oscurità. La luce puntava contro il settore delle mura presidiato dagli uomini di Iaphet, il quale si trovò a ripetere gli ordini di tutti gli altri ufficiali «Non fatela passare!»

Ma la luce era troppo forte, e troppo velocemente si scontrò – lei, e le anime al suo seguito – con la fila sottile di lance e scudi. Nel lampo di luce, Iaphet intravide procedere una sagoma, forse la sagoma tanto odiata.

Poi la luce e le anime si abbatterono sulla città, la invasero, passarono come un rombo di tuono sulle milizie, divelsero le porte da poco restaurte, solcarono il lago e si persero nella nebbia. Un terremoto, di nuovo, fece crollare le mura. Fuori, era l'alba.

E tutto tacque. Tacque la pianura svuotata, tacquero le milizie che avevano osservato inermi il passaggio del popolo, tacquero i funzionari sulla collina. Le telescriventi, negli uffici, davano il conto aggiornato delle presenze. Sulla scrivania di Iaphet era arrivato il rapporto del Movimento Anime, che confermava che dal momento della morte del Nemico gli ingressi erano calati del settanta percento rispetto alle previsioni. Taceva anche l’ufficio, dal momento che dal momento della Grande Fuga – come fu chiamata da quel giorno in poi – nessuno ne vide più il proprietario.

Il suo vice, che lo sostituì, dopo qualche settimana provò a cercarne il nome negli archivi. Secretato.

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mercoledì 20 aprile 2011

Ad Inferos - Non considerò un tesoro geloso

Terza puntata del racconto di Pasqua. Puntata n. 2


3. Non considerò un tesoro geloso

Non era fato che Iaphet partecipasse al banchetto degli Inferi, quel giorno. La Morte l’aveva rassicurato, era vero, e non si può non avere fede nella primogenita dell’Inferno. D’altra parte, l’ordinaria amministrazione era sempre lasciata a manodopera mai troppo specializzata, ed affidabile con alterne fortune.

Passando per l’ufficio a lasciare il soprabito, infatti, si trovò sulla scrivania il rapporto dell’evasione di poche ore prima. Una versione preliminare, era stato appuntato a mano dalla segretaria, prima che eventuali errori diventassero una scusa per convocarne l’autore, ed impedire a metà ufficio di andare a godersi la festa.

Secondo l’estensore del rapporto, il poveraccio a cui era toccato essere reperibile forse nel più grande giorno di festa della storia, le cause dell’evasione permanevano ignote; e, del resto, la Morte tende a non rilasciare dichiarazioni. Della gran folla di evasi, i più erano stati ricondotti al loro posto; altri erano rimasti vivi – almeno per un po’ lo sarebbero stati, tanto poi tutti tornano; ma erano stati identificati, almeno, e dunque non c’erano problemi.

Iaphet chiuse la cartellina, pronto ad alzarsi per raggiungere la famosa festa. Tutto sotto controllo.

Sennonché un paio di colpi timidi alla porta annunciarono una visita improvvisa. La segretaria se ne doveva essere già andata, per non avergli annunciato lo scocciatore o – meglio – non avergli impedito di arrivare al suo ufficio. Da come entrò nella stanza, Iaphet pensò che i colpi non erano stati timidi, ma sospettosi. Il tale che aveva di fronte aveva guardato fuori dalla porta due volte, prima di chiudersela alle spalle senza far rumore; mentre Iaphet lo osservava, al tempo stesso perplesso e scocciato.

«Eccellenza, permettete che mi presenti», esordì quello, inutilmente cerimonioso, dopo essersi infilato come un ladro in un ufficio altrui.

«Ci mancherebbe altro», lo fulminò Iaphet. «E faccia presto»

«Sono un funzionario dell’Ispettorato Centrale, assegnato alla Giudea negli ultimi quarant’anni».

«Immagino, dunque, che sia superfluo chiederle la tessera di riconoscimento», commentò Iaphet subodorando grane. L’Ispettorato Centrale era un organismo dai contorni quasi mitici – nessuno dei quadri era mai messo a parte della sua esistenza, per dire, e nemmeno lui, il sovrintendente di Giudea, aveva accesso agli uomini che lavoravano nel suo settore – e quell’omino in grisaglia, tanto sottile da sembrare evanescente, non poteva che essere apparso con cattive notizie.

«Immaginate bene».

«Grazie. Qual è il problema?»

«Vedete…nonostante i miei superiori tendano a voler far finta di niente, penso che dopo il Sabato, quando tutti torneranno al proprio posto di lavoro, troveranno una sorpresa che non sarà per niente gradita»

«Il Nemico è in mano nostra. Che potrà mai succedere?»

«A parte il fatto, Vostra Eccellenza, che non è ancora effettivamente in mano nostra – ci vorrà qualche ora, è ben scortato ma si sa mai – vorrei portare alla vostra attenzione la vicenda del nostro amico Iscariota».

«Bel lavoro, vero? Non è stato facile, ma abbiamo comunque qualche freccia al nostro arco»

«Vedete, è andato a impiccarsi»

«Ci sta. Morto?»

«Bella domanda. Presumo di sì, ma è Segreto di Stato. Tutto fatto sparire»

«Il Principe lo vorrà tutto per sé – è in lizza per il premio di Miglior Peccatore di Tutti i Tempi e, diciamocelo, non c’è gara»

«Forse, Eccellenza. Difficile sapere cosa passa per la testa ad un suicida: caso non voglia si fosse pentito»

Iaphet fece un gesto nervoso con la mano come per scacciare la brutta idea che gli veniva prospettata. «Importa poco, al limite non vince. L’importante è che si ritrovi qui – che noi lo si sappia o meno – nel nostro eterno abbraccio. Come tutti.»

L’agente dell’Ispettorato Centrale si irrigidì sulla sedia, come trattenesse qualche parola che stava per dire, ma non voleva. O, forse, era solo una posa, perché Iaphet, insospettito, replicasse:

«Come tutti».

«Vedete, Eccellenza…come vi dicevo – e credetemi, non l’ho ancora riferito a nessuno – c’è un problema grave al Movimento Anime»

«La famosa cosa di cui tutti s’accorgeranno tornando in ufficio? Si sbrighi, che perdo la festa»

«Da qualche ora il ritmo degli arrivi è calato drasticamente»

«Sono cose che vanno e vengono, e bisogna guardare il saldo non più spesso di una volta al mese. Tanta apprensione per nulla, si fidi», tagliò corto Iaphet, ignorando le proteste dell’agente che parlava di un crollo generalizzato degli arrivi, impossibile da ricondurre a fattori statistici.

«Allora mi dica lei. Se non vengono qui, dove vanno?»

«Ammesso che qualcuno lo sappia, è secretato».

«Vede? Niente da dire», e lo congedò. Ma il colloquio gli aveva fatto passare la voglia di tornare alla festa, sebbene l’avesse usata come scusa per allontanare l’agente. Impossibile, a quell’ora tarda, procurarsi dei rapporti sul movimento anime; ammesso e non concesso qualcuno non fosse alla festa, o anche la festa non ci fosse stata, nessuno avrebbe lavorato fino a così tardi. Dunque, sulle prime, aveva concluso che fosse inutile avvelenarsi il sangue per una cosa impossibile da verificare fino all’indomani mattina, quanto meno.

Poi, però, gli venne un’idea. Se si fosse spinto fino alle Porte dell’Inferno, là dove attraccano le anime dei morti, un paio di domande agli scaricatori ed ai mozzi avrebbero potuto chiarirgli la situazione – se era tanto grave, come gli aveva detto quello. Buttandosi addosso un vecchio impermeabile sformato, per cercare di coprire l’abito confacente al proprio rango, salì allora fino alle estreme propaggini del Tartaro, alla città murata ed al porto. Dal lago, coperto di nebbie, giungevano continuamente i barconi delle anime; come apparizioni dal muro di latte, apparivano silenziosi e, mentre s’accostavano alla riva, s’iniziava ad udire il lamento rassegnato dei morti. Venivano sbarcati, messi in fila, schedati, e fatti passare sotto le Porte Eterne. Molti sgherri e qualche funzionario – mandato così in alto per punizione, o incompetenza – li indirizzavano al loro settore, questi scendevano per sentieri e strade, e le banchine del porto erano pronte per un nuovo carico.

Invece, Iaphet trovò la città invasa dalla folla. La festa si era trasferita, per dare il benvenuto al Nemico – un benvenuto non particolarmente caloroso, come era da aspettarsi.

Lo sforzo maggiore per Iaphet fu, avvicinandosi al porto, tenersi alla larga dai volti dei conoscenti. Fortunatamente non erano tanti, in proporzione alla folla oceanica, ma bastavano per rendere difficilissimo un percorso già reso arduo dalla folla che si spingeva, le persone che si addossavano le une alle altre, calici che si levavano e grida e tumulti. Un imponente servizio d’ordine teneva sgombra la strada principale della città, per evitare che la folla bloccasse il traffico ordinario. Iaphet riuscì a raggiungere gli spalti delle mura, dove i più si erano radunati per cercare di individuare, dalla nebbia, il barcone su cui sarebbe arrivato il Nemico. La banchina del porto, al confronto, sebbene percorsa dagli operai e presidiata dai funzionari addetti, sembrava deserta: anche perché nessuno, una volta passate le mura, poteva uscire, e dunque la folla si premeva sulle mura ma non uno ardiva allungare anche solo un braccio verso l’esterno.

Nel frattempo, altri barconi arrivavano. Erano anni che Iaphet non assisteva ad uno sbarco, ed effettivamente qualche cosa che non tornava c’era. Aveva vaghi ricordi di anime ammassate su tutti i ponti, di barconi che talvolta quasi affondavano, stipati com’erano, ed invece quanti arrivavano in quel momento erano comodi, ed anzi si potevano distinguere dei posti a sedere liberi. Ma forse avevano soltanto ammodernato la flotta, o aumentato la frequenza dei viaggi.

E fu in quel momento, mentre cercava – invano – di attirare l’attenzione di un funzionario che si muoveva a scatti tra le file dei nuovi arrivati, brandendo una cartellina come una mazza ferrata, che si sentirono i due rumori. Per prima la folla, che esplose in grida che rivaleggiavano con quelle che, a svariati livelli di distanza, avevano accompagnato la morte del Nemico. E poi, terribile e stridente, le Porte della città che sbatterono, e si chiusero.

Inutili gli sforzi, anche di cinquanta persone alla volta, di smuoverle e riaprirle; le file di morti si allungavano al porto, i funzionari sbraitavano, gli ufficiali imprecavano all’indirizzo dei soldati chini sulle funi e sui cardini delle colossali porte di bronzo. Il Nemico, intanto, aveva toccato terra.

Sugli spalti si aprì come un vuoto e, circondato dalla sua corte, il Principe si affacciò. Ordinò di aprire le porte. Le porte non si aprirono. Ordinò di nuovo.

L’Inferno rispose.

Come nessuno si sarebbe aspettato.

«Lungi da me, Signore!»

Pochi saprebbero descrivere il volto, repentinamente paonazzo e livido, del Principe a quelle parole.

«Fallo entrare, ché è in potere nostro»

L’Inferno rispondeva da ogni pietra e da ogni angolo «Con Lui entra la nostra rovina, e non lascerà pietra su pietra di questo luogo eterno»

«Abbiamo tutti sentito quanto temeva la Morte! E come il Sommo Nemico lo abbandonò sulla croce. Fu duro domarlo, ma ora Tu lo ingoierai e non più vedrà la luce»

«Ma con la sola parola mi strappò di bocca le prede, e dalle catene della mia figlia. Siete ingannato, Duce dei Mali!»

«Io stesso lo presi e lo consegnai perché fosse ucciso, né riuscì a scendere dalla croce. Accoglilo, come accogli tutti gli uomini mortali. E Figlio dell’Uomo chiamava sé stesso»

«Mi ha strappato Lazzaro pochi giorni or sono. Voi lo credete vinto, ma vien qui per vuotarmi!»

«Non voglio sentire altre Tue parole, pavida caverna! E Voi, schiere infernali, spalancate i cancelli!»

Ma per quante centinaia di diavoli si sforzarono, e spaccarono le ossa, per smuovere le porte di bronzo, non fu possibile spostarle di un solo dito. Il Principe, furibondo, lanciava ordini e maledizioni contro l’Inferno, che taceva ad ogni richiamo.

Finché una voce grande come un tuono, dall’alto, ordinò «Apritevi, o Porte Eterne! Avanzi il Re della Gloria!». Al che il Principe, non sapendo donde venisse la voce, ma trovandosi d’accordo (a parte per quella questione del Re della Gloria), ordinò a propria volta all’Inferno di aprirsi. Ma l’Inferno resisteva. La voce ripeté il proprio ordine, e l’Inferno chiese, allora:

«Chi è il Re della Gloria, che non lo conosco?»

E la Voce rispose: «Un Signore forte e potente, un Signore potente in guerra!». E, a quelle parole, le porte di bronzo, esistite fin dall’inizio del tempo, si fecero polvere, mentre l’arco della porta crollava fragorosamente, travolgendo tutti quelli che si erano affannati a cercare di aprirle, fino a pochi istanti prima.

E il Nemico si fece avanti, ed entrò nel regno delle ombre. Guardò con mitezza verso l’altro, incrociando lo sguardo di Iaphet e trovando gli occhi, divorati dalla febbre e dall’ira, del Principe.

«Non mi inviti a cena?»

La frase si perse tra le vie, diffondendosi insieme al mormorio di incredulità di tutti. Il Principe stesso non sapeva che rispondere. Il Nemico, bisognava dirlo, era sportivo; né lui poteva essere da meno.

«Sei mio gradito ospite. Per l’eternità».

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giovedì 14 aprile 2011

Ad Inferos - In un prodigioso duello


Parte 2 del Racconto di Pasqua. Parte 1.
2. In un prodigioso duello

Il terremoto, al livello degli uffici del Direttorio Terra, e poi più in basso, fino al trono del Principe, era arrivato molto attutito; ma al livello della Degenza, in cui il vice di Iaphet era appena arrivato, fu tanto violento da causare diversi crolli, e frane tra un settore e l’altro. Certo, non era cosa rara – e, soprattutto, non era affatto sgradita: solitamente, dopo eventi del genere c’era sempre un picco degli arrivi, che per mantenere il livello di produttività richiesto dai piani alti (piani bassi, in realtà) era sempre il benvenuto.

La situazione, anche lì nel settore Giudea del reparto degenza, era dominata dall’euforia per la morte del Nemico; e, difatti, il problema per il vice non era tanto se quello che Iaphet gli aveva ordinato di fare fosse o meno permesso dai regolamenti, ma trovare qualcuno cui potersi rivolgere per trovare quell’Eliseo (che non è che gli ospiti andavano in giro con il cartellino di riconoscimento, e anche se l’avessero fatto erano comunque miriadi di miriadi). Addirittura i sorveglianti di turno stavano, nel loro casotto, brindando e bevendo, già ubriachi.

Visto il funzionario, con le insegne del suo ruolo che ne rimarcavano la superiorità rispetto agli addetti a quell’incarico di bassa levatura, solitamente lasciato agli apprendisti, insistettero anzi perché si unisse a loro, ché tanto “i morti non vanno da nessuna parte, e oggi nemmeno il capo più arcigno può negare ai suoi dipendenti il giusto svago”, ed il vice – che non aspettava altro, da quando era stato strappato dal party di gala e dalle proprie accompagnatrici – acconsentì di buon grado.

Mentre Iaphet beveva da solo, ed aspettava il suo ritorno allineando sulla scrivania tutti i casi di rianimazione: era riuscito a convincere i suoi commessi a darsi da fare, ed il lavoro procedeva alacremente.

Nella casetta delle guardie, mentre tutti bevevano e festeggiavano, iniziò a ronzare un cicalino. Sulle prime non se ne accorse nessuno, ma presto i cicalini divennero due, e tre, e dieci, mentre una spia si accendeva ad intermittenza e le sirene risuonavano tra le volte delle aule antiche. Il primo ad accorgersene, a deporre il calice ed a cercare di riscuotere chi di dovere fu il vice di Iaphet.

«È l’allarme evasione! Datevi una mossa!»

Le guardie del reparto erano tutte rallentate ed appesantite dai bagordi; ci volle del tempo perché fosse fatto il contrappello, e ci si rendesse conto che si era dileguata una trentina di ospiti, alcuni dei quali – tra l’altro – già trattenuti per secoli.

«Forse il terremoto ha aperto un varco, e si sono infilati da là»

«Sia quello che sia, signori demoni di seconda classe, vanno ripresi prima possibile. Appartengono a noi!»

Una squadra di recupero fu sguinzagliata sulle loro tracce, mentre una segnalazione – concomitante – giungeva sulla scrivania di Iaphet. Eventi occorsi in seguito alla morte del Nemico, il titolo del memorandum di un paio di pagine. Il compilatore, anonimo come da regolamento, descrive il sole che si oscura su tutta la terra (che a rigore è avvenuto prima, e non in seguito, ma evidentemente il titolo del rapporto gliel’ha dettato qualcun altro), il terremoto, poi una cosa molto pittoresca come il velo del tempio di Gerusalemme squarciato nel mezzo, che per come la vedeva Iaphet poteva essere una conseguenza pura e semplice del sisma abbattutosi sulla città, e poi della resurrezione di molti corpi dei santi. Passato di sfuggita il punto, la nota si metteva a disquisire la sorte di Giuda, come se ci potesse essere una disputa su quale fosse il suo posto. Ma Iaphet non arrivò neanche a leggere il paragrafo, perché si era inchiodato sulla riga della resurrezione.

«Passatemi immediatamente il reparto degenza, settore Giudea!», ordinò al centralino.

«Non è possibile, Eccellenza. Il settore è isolato, è scattato l’allarme»

«Passatemi subito chi comanda, non costringetemi a raggiungerlo di persona!»

«Non vogliamo costringerla a farlo, anche perché l’intero settore è stato chiuso e non potrebbe entrare comunque»

«Ma avete capito con chi state parlando?»

«Certo, Eccellenza. Ma ora il comando è stato assunto dalle Forze Speciali, lei non può fare niente»

Iaphet scagliò il telefono contro il muro, frustrato per la situazione. Intanto, dal rumore che ancora si sentiva provenire dai piani inferiori, la festa proseguiva come se nulla fosse. Beh, perlomeno adesso non era l’unico a doversi preoccupare di qualcosa.

La suoneria del cellulare attirò la sua attenzione. La voce, lontana e disturbata, era quella del suo vice.

«Scusa, ma non riesco a chiamare al numero dell’ufficio»

«Sì, forse c’è un guasto. Che succede lì sopra?»

«Ah, hai saputo? Abbiamo avuto un’evasione di massa, ma le Forze Speciali stanno riacciuffando i fuggitivi uno ad uno. Non erano andati molto lontani – figurati, alcuni erano morti da secoli, probabilmente si trovano meglio da noi che all’aperto – e non oppongono resistenza. Però non ho trovato il tuo Eliseo, non vorrei fosse tra loro – un paio di secoli in isolamento non glieli toglie nessuno, come immagini, e non sarà facile interrogarlo, e men che meno portarlo giù in ufficio»

«No, ascolta, ho cambiato idea. È inutile tornare a tirar fuori una storia vecchia di secoli, e per di più dubbia, quando abbiamo in mano questa evasione di massa. Sono tornati vivi, ed erano morti da secoli – alcuni, almeno, come mi hai detto. È su questo che bisogna lavorare»

«Capisco; o meglio, continuo a non capire, ma quello che dici ha un senso. Il problema è che qui sopra nessuno sa come abbiano fatto a scappare, ci sono solo un paio di ipotesi strampalate. Un’evasione di massa, poi…»

«Lo so, lo so. Lo immagino. Appunto per questo bisogna parlare con qualcuno di importante. Lo chiederei alla segretaria, ma ho paura che le attacchi il telefono in faccia. Mi serve un appuntamento con la Morte».

«Potrebbero volerci giorni, capo»

«Cerca di convincerla che è urgente. Cita l’evasione di oggi. Cita Elia, che non è riuscita a prendere e magari le rode ancora. E poi di’ che c’entra il Nemico»

«Il Nemico? Non stai esagerando? In fondo, non lo sappiamo»

«Dille che forse c’entra il Nemico, ma “forse” dillo a bassa voce, se ti fa star meglio. Ma le voglio parlare entro stasera. E torna in ufficio, che lì non servi a niente»

«Se mi fanno uscire. Hanno isolato il settore, te l’ho già detto? E, sappilo, mi hai rovinato la festa»

«Aspetterei di vedere il Nemico tra noi, prima di cantar vittoria».

«Sempre il solito menagramo».

Non era passata un’ora – e non aveva avuto più notizie del suo vice – quando la segretaria gli passò una chiamata, farfugliando qualcosa a proposito di chi era in linea; qualcosa che Iaphet non riuscì a cogliere. Fu, dunque, una sorpresa, quando alla cornetta udì la voce che era più facile aver sentito su qualche nastro che dal vivo; una voce inconfondibile, contralto e baritono al tempo stesso.

«Sono io, la Morte».

«Dite, Signora».

«Venga subito; le devo spiegazioni».

«Veramente, Signora, io non oserei mai chiedervi conto di alcunché»

«Non metto in dubbio la sua devozione. Così come non metto in dubbio che lei sarà da me quanto prima».

Era dunque la Primogenita dell’Inferno, dalle sue aule tenebrose. La Vittrice, colei nel nome della quale tutti, quel giorno, libavano; nel nome della quale aveva brindato anch’egli, in pubblico e in privato; che ora lo convocava, quando Iaphet avrebbe voluto domandarle udienza.

E così Iaphet scese nelle aule della Morte, al suo cospetto. Tanto magra da sembrare trasparente, ma all’apparenza giovane e bella; i lunghi capelli, bianchi e leggeri, che sembravano diffondersi in tutta l’aula e si muovevano ad ogni alito o movimento –si diceva tenessero avvinti i morti nell’Inferno; un velo ad adombrarne il volto, della stessa sostanza impalpabile e trasparente.

«Immagino di dovermi scusare con lei, Iaphet».

«Non pensatelo nemmeno, Signora; non sono nulla al vostro cospetto».

«È il soprintendente di Giudea. Ed è particolarmente importante la Giudea, in questi giorni», rispose la Morte mentre un mulinello ne attorcigliava alcune ciocche di capelli, in lontananza.

«Avete rimesso le cose a posto, in Giudea. Anche il Nemico, Signora, è in vostro potere. Nulla sfugge al Vostro potere».

«Il Nemico, come l’ha chiamato, mi ha impegnato molto. Troppo. È per questo che, mentre combattevamo – perché non come gli altri, che chinano il capo e mi seguono, è questo nostro Nemico – ed io usai tutte le mie forze per avvincerlo tra le mie spire, beh… non ebbi la forza di trattenere tutti coloro che già riposano da noi, e molti mi scapparono – proprio mentre facevo il mio più importante Prigioniero»; la Morte parlava sempre con la sua voce enigmatica e pulita, ma essa si affievoliva parola dopo parola. «Scusi, sono molto stanca».

«Dunque, Signora, sapete dell’evasione»

«E come potrei ignorarlo? Conto tutti quelli che avvolgo nelle mie spire, e non ce n’è uno che mi sia ignoto»

«E dunque, se posso permettermi – avrei voluto incontrarvi per parlarvene, comunque – se altri, in teoria, fossero mai stati strappati da Voi, voi lo sapreste»

«Ne porterei le ferite, come se avessi carne e mi fosse strappata; finché non tornino – e tutti tornano»

«Dunque, Signora, è capitato talvolta»

«Raramente»

«Lazzaro di Betania?»

«Non è ancora tornato»

«Dunque è vero, era morto ed è tornato in vita»

«Era morto e mi è stato strappato. Ma ho vinto, come mi diceva poco fa; ed è morto il Nemico, colui che riusciva a contrastarmi. Di propria iniziativa, nessuno mai è riuscito né riuscirà a fuggire».

«Dunque, è finita?»

«Dunque, anche lei – come gli altri – dovrebbe festeggiare, e torni al banchetto»

«Quando il Nemico sarà tra noi?»

«È per strada, arriverà a ore».

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venerdì 8 aprile 2011

Ad Inferos - Viva la Morte


Racconto di Pasqua, parte 1

1. Viva la Morte

Il Salone dei Banchetti era pieno fino all’inverosimile. Come ad ondate, attorno al Trono, la folla avanzava e si ritraeva, come in una danza colossale. Le grida sguaiate si confondevano con il battere dei calici, pieni di liquori inebrianti, neri e fortissimi.

Il giorno era alfine giunto, ed il Nemico consegnato ai suoi carnefici. L’attenzione di tutti era concentrata sugli ultimi atti del processo: il Tribunale aveva già emesso la condanna a morte, ma perché fosse eseguita c’erano ancora diversi impacci burocratici, di poteri e contro-poteri, che andavano superati. Comunque, tutti erano convinti che fosse solo questione di ore, e la grande festa, che si andava preparando da molti mesi, era già iniziata.

Si era temuto molto il Nemico, negli anni e nei secoli precedenti. Ma le cose avevano preso una buona piega, ed il gran finale era arrivato inesorabile. O meglio, stava arrivando: in effetti, qualche cassandra – e Cassandra stessa – diceva di prestare attenzione al Privilegio Pasquale che tecnicamente poteva essere invocato ed evitare l’esecuzione della sentenza; ma altri assicuravano che la folla era talmente ebbra di fanatismo che non avrebbe mai richiesto la liberazione del Nemico: e costoro videro giusto.

Mentre il condannato saliva al monte per l’esecuzione, la festa raggiungeva il suo culmine. Ma.

«Dov’è il sovraintendente alla Giudea?» iniziò ad invocare a gran voce il Principe «Portatelo qui al posto d’onore!»

Molti avevano storto il naso quando, due secoli prima, l’oscuro Iaphet era stato nominato sovraintendente di Giudea. Pochi abitanti, senza dubbio, ma si poteva pur immaginare che la regione avrebbe rivestito una grossa importanza nel futuro, stanti le profezie che il Principe non poteva ignorare. «Ma si sa come vanno queste cose: avanzamenti di carriera, scatti di anzianità, assenza di meritocrazia; sono i burocrati che comandano, ovunque, e nemmeno Lui può farci nulla», avevano malignato i colleghi. Il puntiglioso e grigio funzionario era comunque riuscito, se non a far uccidere il Nemico in fasce, comunque a tirar su una strage niente male, e si diceva riuscisse ad indirizzare il già non poco violento governatore romano. Che, pure, si era dimostrato piuttosto restio a concludere questa condanna.

Il sovraintendente di Giudea camminava nervosamente per il corridoio, sbraitando nell’auricolare con qualcuno dei suoi sottoposti.

«Riunione con tutti i dirigenti all’ora sesta!» «E che m’importa se è festa?»

Quelli che erano venuti a cercarlo lo costrinsero a riattaccare e lo trascinarono sul palchetto, alla destra del Principe. Gli misero in mano un calice che il paggio riempì fino all’orlo ed iniziarono a reclamare un suo discorso. Dietro le spesse lenti Iaphet si guardava intorno, cercando di mettere a fuoco tutta la folla che lo acclamava. Non riusciva a farlo del tutto, ma pensò che fosse un bene; già ne vedeva troppa, e non era dell’umore giusto per i festeggiamenti. Abbozzò un sorriso imbarazzato, mentre il Principe, spazientito, ripeteva l’invito a dire due parole. Iaphet cercò di bisbigliare al suo indirizzo, senza che altri lo sentissero, «Veramente io dovrei andare…», ma quello odiava essere contraddetto. Gli sibilò secco di non rovinare la festa e di brindare. Guardandosi intorno ed incrociando sguardi sempre meno festosi e più ostili, Iaphet levò il calice,

«Viva la morte!»

E, mentre la sala tornava ad esplodere in urla di giubilo, si defilò da una porta di servizio.

«Mi si tiene sempre nascosto qualcosa», ruggiva nel telefono; «prima della riunione voglio vedere il movimento anime degli ultimi tre anni!»

Perché sì, aveva appena brindato all’inesorabile destino di ogni uomo – ed il Nemico aveva fatto un bell’errore di valutazione, ad assumerne la condizione – ma non se ne fidava fino in fondo. Quello era stato certamente in grado di guarire i malati e gli indemoniati – aveva fatto scalpore la storia di Legione e dei maiali – ma nessuno aveva mai approfondito il suo potere sulla vita e sulla morte. Forse, nessuno. Di sicuro, sulla sua scrivania non era mai arrivato nessun memorandum.

Sulla sua scrivania, nell’ufficio ordinato e freddo – ad immagine del proprietario – era già stato lasciato l’ingombrante faldone con i morti degli ultimi anni. Dovevano aver avuto problemi, con l’archivio, perché era sfasciato e le carte che non erano cadute a terra erano sparse per il tavolo. Contenendo uno sfogo d’ira, chiamò all’interfono la segretaria.

«Non ci siamo capiti. Voglio le anomalie degli ultimi tre anni. Che pretendete, che in mezz’ora faccia passare migliaia di pratiche?»

In pochi attimi, due commessi avevano portato via il faldone e lasciato una cartelletta. Le anomalie si contavano sulle dita di una mano. Gente che avrebbe dovuto morire e non s’è presentata all’appuntamento. Gente temporaneamente recuperata alla vita e che, dunque, faceva fallire il bilancio di previsione. Di queste anomalie, solo un paio erano attribuibili all’intervento del Nemico. In entrambi i casi, chi aveva compilato i rapporti non le aveva ritenute vere risurrezioni, ma piuttosto rianimazioni miracolose. In pratica, si era ritenuto non fossero morti il giovane di Nain e la ragazza di Cafarnao, anche se avrebbero dovuto. Forse non onestissimo, ma pulito.

Ma.

Iaphet riprese in mano tutte le pratiche anomale credendo di essersi sbagliato, o che fosse rimasto un foglio sul fondo della cartella. Niente. Tuonò all’interfono – mancava un quarto d’ora alla riunione «Il movimento delle ultime due settimane! Ordinato per luogo di morte, grazie»

Tre minuti, e sfogliava il registro scorrendo febbrilmente la lettera B. Come Betania.

Non c’era il nome Lazzaro. E avrebbe dovuto. Il Nemico aveva richiamato in vita anche lui, come la figlia di Giairo ed il figlio della vedova di Nain. Solo che non l’aveva fatto immediatamente dopo morto, ma dopo qualche giorno. Qualche giorno. Il tempo sufficiente perché si presentasse alle porte del Regno. Forse, il tempo sufficiente anche perché le varcasse. E dai registri risulterebbe non morto. Qualcuno ha falsificato i registri per avere meno grane. Non c’erano alternative.

Sarebbe stata una riunione faticosa.

Quando i dirigenti di tutti i settori del Dipartimento Giudea presero posto nella sala riunioni, trovarono al proprio posto una cartellina con i rapporti sulle due “rianimazioni” incriminate e uno stralcio del Movimento, relativo a Betania.

«Qualcuno di voi mi sa spiegare perché i figli di una vedova qualsiasi e di un notabile di paese sono più importanti di un amico di vecchia data del Nemico?»

«Perché abbiamo un rapporto su una rianimazione compiuta dopo pochi minuti dalla morte, e misteriosamente non v’è traccia di una risuscitazione compiuta a cadavere già in putrefazione?»

Tutti finsero di cadere dalle nuvole, o forse lo caddero davvero. Le risposte raccolte furono “se non v’è traccia non è successo”, “forse è cosa antica e si è perso il documento”, “forse è cosa troppo recente e non è stato ancora archiviato il rapporto”, “forse il rapporto è stato secretato”, e varianti.

A quest’ultima, in effetti, Iaphet non aveva pensato. Si perse un attimo nei propri pensieri, mentre i dirigenti iniziavano a rumoreggiare perché la festa si avvicinava al culmine e loro si trovavano costretti in riunione.

Un lontano boato aveva salutato l’oscuramento del sole su tutta la terra. Il Nemico è inchiodato in croce.

Uno dei dirigenti (sì, lo minacciava prima al telefono, l’avrebbe trasferito senz’altro l’indomani) si fece suonare il cercapersone per lasciare la riunione e tornare al banchetto. Inutile proseguire, ad ogni modo: nessuno sapeva niente, e c’era comunque bisogno di verificare se un eventuale rapporto su Lazzaro fosse stato secretato.

Lasciò tornare gli altri, e si mise al telefono cercando di contattare qualche dirigente del movimento anime, qualche capoturno ai cancelli del Regno, perfino un vicedirettore dell’Archivio Segreto. Tutti alla festa, nessuno in ufficio. Gli unici su cui poteva contare erano i suoi commessi e la sua segretaria: perché non avevano la possibilità di disobbedirgli, altrimenti era abbastanza ovvio sarebbero corsi anche loro a raggiungere la festa.

«Mi servono le anomalie per gli anni di Elia ed Eliseo», ordinò nell’interfono. C’era sempre il vizio di non guardare più in là del proprio ombelico, in quell’ambiente. Ma certamente, a saper rileggere negli archivi, qualcosa sarebbe saltato fuori. E si ricordava vagamente di questi portavoce del Nemico Sr., sui cui deliri aveva dovuto sudare al corso d’aggiornamento per chi si occupava della Giudea.

La segretaria fece capolino dalla porta, con aria imbarazzata «Scusi, Signore…»

«Già fatto? Una piacevole sorpresa, ogni tanto»

«Ci sarebbe il problema che gli archivi di quegli anni sono ancora solo in cartaceo…e capisce, siamo solo in tre oggi in ufficio, ci vorranno ore»

Iaphet si mise la testa fra le mani, per nascondere – almeno in parte – l’odio che gli era montato per i propri sottoposti.

«Va bene, violiamo il regolamento. Ma non me ne assumo io la responsabilità. Chiami il mio vice, immediatamente».

«Ma è alla festa!»

«Immaginavo, grazie. Immediatamente, ho detto».

Quell’immediatamente durò due ore. Al punto che Iaphet si era quasi risolto ad andare lui stesso in cerca di quell’Eliseo, che doveva trovarsi da qualche parte nel reparto degenza, ed interrogarlo; nonostante fosse completamente irrituale, sospetto e probabilmente anche vietato dai regolamenti.

Si sistemò sulla poltroncina con la camicia sporca di salsa ed ancora il bicchiere semivuoto in mano.

«Cosa c’è di così urgente, capo?»

«Di così urgente da richiedere la tua presenza dopo due ore, nulla. Di molto più urgente, devi trovarmi Eliseo figlio di Safàt e portarlo qui».

«Chiunque sia, dove dovrei trovarlo?»

«Tra i morti in quella che oggi è Samaria, tra i sette e i nove secoli fa… Ma almeno i degenti li abbiamo su supporto informatico, vero?». Iaphet urlò l’ultima frase all’indirizzo della segretaria, che non trovò migliore risposta di «Forse»

Alla fine arrivò una cartellina: Eliseo doveva essere un nome diffuso, fortunatamente Safàt molto meno. In duecento anni, ce n’erano una dozzina tra cui cercare quello che faceva il profeta.

«Ma sicuramente i responsabili di reparto te lo sapranno indicare», Iaphet rassicurò il suo vice.

Rimasto solo, tirò fuori da un mobiletto tenuto dietro la scrivania una bottiglia dell’unico liquore che circolava da quelle parti, piena per metà, e se ne versò un bicchiere abbondante.

Lo portò alla bocca mentre da lontano giungevano i boati della festa, ed un terremoto – non che fossero rari, lì sotto – faceva tremare i lampadari. Epicentro in Giudea, riportarono poi gli esperti.

Iaphet levò il calice, «Viva la morte».

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lunedì 31 maggio 2010

A disposizione - dal romanzo di Lui


Dopo essere rimasto a lungo in dubbio circa l'opportunità di pubblicare un capitolo che fa tanta (troppa) chiarezza sul contenuto di Lui, mi sono risposto affermativamente. Vedremo.


Non era convinto della politica di Sua Eccellenza il Ministro della Guerra. Non era convinto della politica, per essere più precisi. Se, da una parte, l'arruffapopoli romagnolo gli era sembrato scaltro ed attento, dall'altra i pochi contatti con le squadre che aveva avuto l'avevano confermato nella sua idea che non ci fosse differenza tra quanti aderivano alle organizzazioni eversive o alle cosiddette organizzazioni patriottiche. Questo, nonostante una circolare del ministero della Guerra avesse precluso ai militari le prime (e ci sarebbe mancato altro) ma non le seconde.

Pertanto, assolutamente inutile era l'autorizzazione appena richiesta. Ai Fasci avevano aderito molti militari per ragioni politiche, e quanti ne bastavano per ragioni di...sicurezza. Una sola parola, e non ci sarebbe stata federazione provinciale senza due occhi pronti a telegrafare a Roma.

Percorse le poche centinaia di metri che separavano il ministero dal comando, si presentò dal "suo" generale all'ora della colazione, che venne loro servita direttamente nello studio.

«Vede, signore...i politici hanno deciso di giocare tutte le carte in loro possesso per condurre il fascismo dalla parte dello Stato; d'altra parte, specie nella periferia, è lo Stato che sembra passare dalla parte dei fascisti. Prefetti, sottoprefetti, questori...ufficiali della Guardia Regia decenti ce n'è pochi, e la truppa si sa com'è. Inoltre, al mio ufficio sono stati segnalati alcuni episodi che vedevano coinvolti anche isolati uomini dei Carabinieri. »

Il generale Badoglio aveva abbandonato da poco l'incarico di Capo di Stato Maggiore, e da qualche settimana inanellava una missione all'estero dietro l'altra. I "politici" volevano da tempo riprendere il controllo dell'esercito, ma i primi dei suoi nemici erano i colleghi; ora sedeva insieme a loro nel Consiglio dell'Esercito, sotto il Presidente del Consiglio e l'indiscutibile Diaz.

«Colonnello, mi duole dirlo ma non possiamo aspettarci nulla di diverso, da questa situazione. Non nascondo si tratti di guerra civile. Gli italiani sono già armati gli uni contro gli altri, e le violenze e le uccisioni sono all'ordine del giorno; non ci resta che fare la nostra parte. La parte dello Stato, secondo la volontà di Sua Maestà il Re»

«Lo spazio di manovra che ci è concesso è sempre più ridotto. Come le scrissi ieri da Milano, il governo è disposto a pagare per addomesticare i fascisti»

«È una vergogna, ed i fascisti sono dei criminali. Tra l'altro, raccogliticci ed incapaci. »

«D'altro canto, bisogna riconoscere che l'opinione pubblica solidarizza più facilmente con loro che con i socialisti. Negli ultimi due anni i sovversivi sono stati molto rumorosi. Non è molto chiaro ai cittadini se il loro - relativo - chetarsi sia dovuto a ragioni interne o alla pressione degli avversari. La maggioranza è portata a credere che sia un merito, benché ottenuto con metodi non ortodossi, dei fascisti»

«Lo pensano anche molti nel governo. Giolitti è convinto, al contrario, che sia un declino naturale; e che lo stesso naturale declino investirà anche nazionalisti e camicie nere; e, conseguentemente, non ha intenzione di fare nulla. Ma per fare nulla ci sono i politici, noi dobbiamo fare qualcosa»

«Infatti, signore, infatti. Se posso permettermi di esprimere un'opinione, io mi concentrerei su due faccende: il rapporto che Mussolini ha con gli inglesi - che non è poco - e quello tra Mussolini ed i suoi scherani. C'è parecchia differenza tra lui ed i cosiddetti ras padani o toscani. Se necessario, li metteremo l'uno contro gli altri»

«Sta bene. Tra due giorni parto per la Romania - faccia lei, carta bianca. Come sempre. »

Lui si alzò facendo il saluto, e si congedò dal suo superiore. Due strette rampe di scale dopo si trovava nelle stanze del servizio I, piombato tra capo e collo del maresciallo di piantone, che aspettava il suo comandante per un orario più urbano; dopo l'orario del pranzo, per dire.

Si infilò senza dire una parola nel suo ufficio. Ci rimase per una mezz'ora abbondante, riordinando carte e rovistando tra gli schedari; diede una voce al tenente portadispacci - che era rientrato dal pranzo - e gli consegnò un biglietto in busta chiusa, senza l'indirizzo del destinatario. Quello intuì ed uscì da una porta sul retro, senza farsi vedere.

Nel frattempo, Lui cercava di ridare una parvenza di ordine ai documenti che aveva rovesciato sulla scrivania; alcuni venivano riposti nuovamente in schedari e - i più importanti - in cassaforte. Altri, e non erano pochi, infilati con cura in un paio di grosse valigie di cuoio.

Verso le sedici il tenente rientrò recando seco una busta sigillata. All'interno non c'era che un biglietto scritto a macchina, con un geroglifico di firma; fortunatamente, il mittente era inequivocabile, dato lo stemma impresso sul sigillo. Dopo averlo letto e fatto sparire nel fuoco, Lui chiuse con cura le due valigie, ormai colme di incartamenti. Poi si affacciò all'uscio dell'ufficio, ed ordinò al maresciallo di chiamare l'altro colonnello.

Il colonnello Garruccio non si fece attendere, ed arrivò in pochi minuti paonazzo in volto e costretto nella divisa che stentava a rendere più marziale la sua pinguedine. Anche se di fronte ad un suo pari grado, non si sedette e rimase in piedi davanti alla scrivania di Lui.

«Sono oltre tre anni che con molta abilità impersona il ruolo di comandante del servizio I, colonnello; da quando il generale Badoglio ritenne non fosse sicuro che, date le attività di cui ci occupiamo, fossero noti volto e nome del vero responsabile. Allora si era in guerra, e la sicurezza era rivolta soprattutto nei confronti dei nostri nemici esterni; anche ora siamo in guerra, ma il nostro nemico è più furbo, non sempre indossa una divisa e -sempre- non ha quartiere. »

«Sì, signore» Nonostante il grado e l'età, Garruccio sapeva benissimo chi comandava, in quell'ufficio «Ciò nonostante credo che abbiamo avuto discreti successi, specie nella rete di informatori all'estero»

«E la rete di informatori all'estero sarà tutto - o quasi - quello che lascerò al mio successore»

«Lei è trasferito, Signore? », domandò a Lui, più sorpreso che allarmato

«Più che trasferito, direi 'scorporato', colonnello. Ora il servizio I è cosa sua, ma si occuperà solo di spionaggio e controspionaggio militari, rivolgendosi ai nostri competitori stranieri. Non si occuperà più di faccende interne. Immagino che lei capisca»

Il colonnello Garruccio non aveva mai realisticamente pensato di poter subentrare a Lui quale capo del servizio; negli ultimi anni, oltre a firmare i rapporti che venivano indirizzati al comando supremo, al governo ed al parlamento aveva seguito solo una sezione del servizio, quella relativa agli attaché militari all'estero, che facevano convergere su Roma, per suo tramite, le informazioni che ottenevano. Delle operazioni cosiddette interne, non aveva ritenuto di voler sapere nulla - anche per sua sicurezza, come gli aveva ripetuto Badoglio quando, riorganizzando lo Stato Maggiore nel mezzo della guerra, aveva scomposto e ricombinato gli uffici per le informazioni militari. Quello appena prospettatogli era un decisivo avanzamento di carriera. E, ad ogni modo, avrebbe comunque dovuto obbedir tacendo.

«A disposizione, Signore»

Lui lo fece sedere, e si mise con pazienza ed ordine ad illustrargli gli aspetti del servizio che doveva conoscere, gli schedari a cui avrebbe avuto accesso, i canali informativi che avrebbe avuto a disposizione

«Inoltre, è inteso che se rivolgessi una richiesta al suo ufficio, ci si aspetta che mi mettiate a disposizione uomini e mezzi»

Fino a quel momento, Lui aveva evitato di accennare a quale sarebbe stato il prossimo incarico. E, dal tono con cui gli aveva parlato, non intendeva farlo.

«È il momento di scambiarci ufficialmente le consegne. Arrivederci» Così dicendo, lasciò un mazzo di chiavi ed un quaderno-cifrario sul tavolo, sollevò - non senza fatica - le due valigie e si dileguò per la scala che dava direttamente sul cortile interno, dove attendeva parcheggiata un'automobile coi vetri affumicati.

Si era fatto pomeriggio inoltrato, e Lui era atteso per l'appuntamento più importante della giornata.

Si diresse, lasciandosi alle spalle il traffico di carretti e carrozze della Roma serale, a nord della città, dove imponenti parchi ed una riserva di caccia appartenuta ad un nobile pontificio separavano Roma dal suburbio.

Entrò nel parco della villa da un ingresso di servizio, evitando i controlli dei carabinieri; si diresse a velocità ridotta fino ad un'ala non illuminata, dove fu fatto entrare da un servitore. Fu lasciato ad attendere in un salotto, con le pesanti tende completamente tirate, in modo che nessuno da fuori potesse vederne le luci accese.

Lui rivolgeva lo sguardo al portone a due ante, appesantito di stucchi dorati, quando sentì alle proprie spalle aprirsi un passaggio nascosto nella decorazione. Preceduto da due addetti della Casa Militare, il padrone di casa si presentò in divisa da Generale d'Esercito; Lui se ne sorprese, pensando che - almeno a casa - vestisse in borghese. Il primo degli ufficiali presenti, a mo' di scusa, ricordò a Lui che il padrone di casa era atteso ad una cena della Marina, e che non poteva trattenersi troppo.

Uno sguardo tagliente del padrone di casa, dal basso all'alto, fece capire ai due assistenti che sarebbe stato opportuno si ritirassero.

Quando furono soli, Lui - ancora rigido dal momento in cui il suo ospite si era mostrato - tirò un respiro.

«Maestà»

«Riposo»

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lunedì 4 gennaio 2010

Lui


Che il blog non incontri più i miei interessi al punto di dedicargli l'ora al giorno necessaria per scrivere qualcosa d'intelligente, cosa che tentavo di fare almeno fino a prima dell'estate, è evidente e sotto gli occhi di tutti. Non pensavo, però, che sarei arrivato al punto da non avere chissà che interesse per le cronache del campo, ché il campo c'è stato, dal 30 al 3, a Morlupo (più o meno) presso Roma. Niente cronache, dunque. In compenso, un progetto più o meno completo per trovare uno scopo alla vicenda di Lui, che - nei tempi necessari, che non saranno brevissimi - dovrebbe diventare una specie di romanzo.
Qualche sprazzo è già stato pubblicato "in diretta" sul blog, eccone i link:
1910, Kant
1917, Igiene del Mondo
1920, Fert Fert Fert
1921, Giovinezza

Bene. Ora torno a lavorarci.

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giovedì 17 dicembre 2009

Giovinezza


Ancora un episodio della vicenda di Lui

Camminava a passo svelto tra la folla della Galleria Vittorio Emanuele. Aveva preso una decisione che comportava seri rischi, ma d'altra parte in mezzo alla gente che prendeva parte alla passeggiata domenicale ben pochi sarebbero stati in grado di seguirlo senza farsi notare. Questo era di importanza primaria, dopo che saltando da un tram in corsa era riuscito a far perdere le proprie tracce a quell'uomo di mezza età con un'insolita (e sospetta) giacca di tweed ed un paio di favoriti di foggia straniera. Per la sicurezza della propria borsa, invece, non poteva che affidarsi alla manetta, opportunamente nascosta dalla giacca troppo lunga, che gliela legava al polso. Per la sua sicurezza, era meglio non pensarci. Del resto, nessuno avrebbe dovuto saper niente del suo trasporto. Anzi, forse nessuno ne sapeva niente, ed era sceso dal tram solo per paranoia. Ma sempre meglio che avere un gentiluomo di Sua Maestà britannica alle costole.
Tagliò per la diagonale piazza Duomo, evitando di incrociare i due carabinieri a cavallo che avevano occhi più per le giovani a spasso negli ultimi giorni di primavera che per l'ordine pubblico; quando fu dalla parte opposta della piazza, si infilò nella più stretta delle vie e si dedicò ad un giro piuttosto tortuoso, sempre dalle parti della biblioteca Ambrosiana. In piazza San Sepolcro, all'infuori di una beghina che usciva dalla chiesa, sembrava non esserci nessuno.
Gettando uno sguardo sul palazzo in cui era atteso si chiese come facesse la gente a non aver mai pensato a finanziatori occulti di quel partitino dello zero virgola; dello zero virgola, ma molto rumoroso; ma del resto tutti gli estremisti erano molto rumorosi, in quegli anni. La questione fondamentale, ora, era capire se convenisse farli tacere, o far urlare loro parole condivisibili.
Quelli dell'Alleanza Industriali, a quanto pareva, propendevano per la soluzione due. Per ora non ci erano riusciti, ma continuavano a prestargli gratis la sede.
Era venuto il momento di dare una scossa alla situazione. Lui tirò il fiato, diede una lisciata ai baffetti impeccabili, ed entrò nel portone.
Nemmeno in guerra aveva visto una soldataglia peggiore. «Sono atteso», si limitò a dire alla specie di sergente appesantito dalle più incongrue decorazioni che avesse mai visto, da fez nastrini e cordicelle, che faceva un solitario nella guardiola del portiere. Nonostante indossasse abiti civili, e passasse per corridoi in cui erano buttati qua e là squadristi coi loro manganelli, nessuno lo fermò; solo ogni tanto si levava qualche occhiata scontrosa, che Lui tacitava con lo sguardo che dispensava, durante la guerra, alla rassegna della propria compagnia. La faccenda buffa è che quegli sgherri fissavano lui, con sospetto per via dell'abito elegante, del volto rasato, dell'aspetto aristocratico, e non sembravano prestare attenzione alla valigia che cercava di muovere il meno possibile, mentre saliva al piano nobile e percorreva il corridioio per il salotto di rappresentanza.
Alle pareti, teschi e gagliardetti degli arditi, una sorta di raccolta di souvenir della Guerra.
La prima persona a rivolgergli la parola fu una giovane. Lui si trovava dinanzi alla porta chiusa del salotto, colto nell'attimo d'esitazione tra il bussare o attendere che qualcuno lo notasse - in fondo doveva essere atteso - ed introducesse.
«Signore, può accomodarsi ed attendere con noi»
"Noi" erano due giovani sorelle con l'abito della festa e l'aria spaesata di chi è la prima volta che si trova in un posto del genere. In un posto che, Lui riteneva, non avrebbero mai dovuto frequentare. Probabilmente anche loro stesse non erano entusiaste della propria posizione; anche perché gli squadristi non avevano di meglio da fare che fissarle con insistenza o cercare di risultare, con esiti disastrosi, sufficientemente urbani per attaccare bottone.
Lui, al contrario, non aveva nulla da dimostrare; inoltre, doveva evitare di far cadere l'attenzione sulla valigetta e sul suo strano braccialetto. La ragazza che gli aveva rivolto la parola denotava una spigliatezza, ancorché non sufficiente per confonderla con una ragazza introdotta in società quali quelle che Lui frequentava, bastante per passare un quarto d'ora ameno. L'altra sorella, invece, doveva essere d'indole ben più riservata. Probabilmente un partito migliore, per qualche rampollo del paese; peccato fosse meno graziosa della prima.
Mentre a mezza voce ciarlava del più e del meno, «Lei è mai stata a Roma, signorina?», Lui cercava di dedurre cosa le conducesse a quello che non era certo un ritrovo d'educande. Ci avrebbe visto meglio delle donne pubbliche, Lui; non le figlie di uno stampatore di Tirano - annotò mentalmente: libelli eversivi in Valtellina, controllare.
Non aveva idea di quante visite potesse ricevere il capo del movimento, ed a quali scopi. Erano circa venti minuti che facevano anticamera, ormai. Lui non avrebbe potuto dirlo con precisione perché il movimento necessario ad estrarre l'orologio dalla tasca avrebbe probabilmente scoperto le manette, e non era il caso. Tra l'altro, per salutare le signorine avrebbe dovuto dar loro la destra, dalla padella alla brace. A meno che fossero fatte entrare loro per prime.
Cosa che, fortunatamente ma ragionevolmente, avvenne. A metà del suo ragionamento, dalla porta uscì un vecchio artritico, vestito di una camicia nera troppo larga. Invitò le signorine Zinella -Zinella, segnato- ad entrare, e chiese a Lui se volesse qualcosa da bere. Mandatolo a far fare un caffè, Lui si gettò attorno un'occhiata, constatò con un sorrisetto che, sparite le signorine, era scemata anche l'attenzione degli squadristi; ed in due mosse si liberò il polso, in tempo per prodigarsi in una regolare presentazione - che prima aveva evitato per non dover stringere mani o fare il baciamano (ché non sarebbe da fare, perché non sono sposate: ma saranno abbastanza erudite da saperlo, o preferirebbero comunque riceverlo, per vantarsi con le amiche di aver conosciuto un vero gentiluomo, in città?). La giovane e graziosa Pace, la timida Giaina («diminutivo di Giovanna, nostro padre è alquanto eccentrico»). Lui le guardò prendere lo scalone, prima di voltarsi ed entrare, borsa alla mano, nel salotto in cui era atteso.
Pesanti tende alle finestre, affacciate sulla piazza quasi deserta; un tavolino rotondo per prendere il tè; un vecchio divano ed una poltrona in coordinato; una scrivania insolitamente sgombra di carte, per il direttore di un giornale. Davanti alla scrivania una seggiola imbottita: le signorine dovevano essere state ricevute al tavolino, sebbene fossero state congedate in breve tempo. Dietro la scrivania riluceva la calvizie dell'uomo. Di fronte a lui, una mezza risma ordinata di carta bianca. Accanto alla risma, una penna. Non era certamente lo studio in cui lavorava.
«Si accomodi, dottore»
Lui, soffermandosi artatamente ad esaminare la foto di un gruppo di commilitoni in divisa da bersagliere, notò con la coda dell'occhio le due giovani uscire dal portone; solo allora, un momento prima di dare l'impressione di essere scortese, depose cappello e soprabito sul tavolino, guadagnò la seggiola e posò la borsa sulla scrivania.
«Un'altra campagna elettorale, per le ennesime elezioni politiche. Mi chiedo sempre cosa ci troviate, voi politici»
«Ed io mi chiedo sempre perché voi signori non facciate un partito vostro, invece di venire ad elemosinare da noi»
«Per via del suffragio universale; ma definirei assai opinabile dire che siete voi a farci l'elemosina.»
E, così facendo, aprì la borsa e mostrò all'interlocutore il suo contenuto. Per quanto si sforzasse di non mostrare sorpresa, questi non poté fare a meno di sobbalzare.
«Sì, sono tanti. Vedete di guadagnarveli»
«Con questa donazione, penso proprio che i bolscevichi non metteranno a repentaglio il raccolto, come l'anno scorso»
«I proprietari che rappresento ne confidano. E confidano anche che con le elezioni del mese prossimo si dia una scossa al Paese»
«I cuori degli Italiani si rivolgeranno a noi in questo momento di crisi; la borghesia e gli amici dello straniero che affamano il popolo soccomberanno sotto l'autentico sentimento che sorge dalla coscienza nazionale»
«Devo confessarle che fatichiamo a capirla, talvolta. L'abbiamo appena finanziata affinché siate d'ostacolo alle rivendicazioni dei braccianti»
«Ma quei vostri braccianti non sono italiani autentici, sono ammorbiditi e corrotti dal veleno bolscevico e da sobillatori stranieri, che vogliono indebolire la nostra economia e con essa l'Italia!»
«Come dice lei. Coloro che rappresento, comunque, gradirebbero una ricevuta»
Scribacchiò su uno dei fogli che aveva di fronte, «Il sottoscritto, a nome della federazione dei Fasci di Combattimento, riceve da...?»
«Unione Agraria Italiana»
«..dall'Unione Agraria Italiana lire 150 000 quale contributo volontario...»
«Lasci perdere, non andremo certo a metterla sui giornali questa nota. Lire 150 000. Stop. Serve a me per dimostrare che ho fatto il mio dovere.»
«Va meglio lire 150 000 per mezzo del dottor Fabiani
«Andrà benissimo»
Appallottolò il foglio su cui stava scrivendo e ne prese un altro:

Il sottoscritto, a nome della federazione dei Fasci di Combattimento, riceve dall'Unione Agraria Italiana lire 150 000, per mezzo del dottor Fabiani.
M.

Lo ripiegò con cura, sigillandolo in una busta, e lo consegnò a Lui; il quale, congedandosi, raccolse dal tavolo anche la brutta copia. Poi, riprendendo cappello e soprabito, diede ad intendere che non voleva si sentisse mai parlare dell'incontro; e si raccomandò, ancora una volta, per il sereno svolgimento del raccolto.
Lui scese velocemente le scale ed uscì in piazza. Senza doversi più preoccupare della borsa e dei soldi, si sentiva parecchio più leggero; anche le casse dello Stato dovevano avere la stessa sensazione, pensò quasi sorridendo.
C'era meno gente in piazza Duomo, si stava avvicinando l'orario del pranzo. Come al solito, invece, l'usciere della piccola filiale della Stefani presidiava l'ingresso dell'ufficio, con la sua mole da ex pugile che sembrava occupare tutta la guardiola. Lui entrò sbrigativo, e si mise a parlare seccamente, più al vento che all'usciere: «Allora, tre cose: Primo, c'è in giro un inglese che stamattina mi seguiva; Secondo, fatto tutto: telegrafate a Roma; Terzo...avete corrispondenti a Tirano?»
«Signore, non è nemmeno sede di prefettura...» rispose con un po' d'imbarazzo l'impiegato
«Non c'è bisogno di dire nulla, giusto?»
«Agli ordini», gli rispose portando la mano alla fronte. Lo sguardo di Lui avrebbe potuto fulminarlo; l'usciere bofonchiò delle scuse e gli consegnò un biglietto ferroviario.

Nella salone della Stazione Centrale, Lui esaminava il tabellone dei treni in partenza. Scorreva con lo sguardo passando dal primo treno per Roma a quello per Tirano, e viceversa. Avrebbe potuto giungervi prima di notte. Si risolse ad una decisione quando ormai la locomotiva aveva cominciato a sbuffare. Si accomodò in poltrona, e riprese ad esaminare la vicenda delle signorine Zinella, ed a cercare di mettere a fuoco il motivo per cui un incontro banale avesse attirato la sua attenzione. Giaina e Pace; con nomi del genere, il padre non poteva che essere anarchico - o socialista rivoluzionario; forse, a Pace avrebbe preferito Guerra, ma probabilmente la moglie aveva conservato un po' di buon senso. Uno Zinella anarchico, o sociorivoluzionario, in alta Valtellina. Non sarebbe dovuto essere molto difficile scoprire molto su di lui; e, soprattutto, cosa avevano le due figlie da confabulare con un arruffapopoli.

Dodici ore (di cui ben poche di sonno) ed un bagno veloce dopo, Lui attendeva nella divisa d'ordinanza, nell'anticamera di Sua Eccellenza il Ministro Rodinò, al piano nobile di Palazzo Baracchini.

«Non sapevo che si chiamasse Fabiani, colonnello»
«Ci sono diversi avvocati Fabiani, Eccellenza. Ma non ne conosco nessuno.»
Il Ministro si stava rigirando tra le mani la ricevuta per l'utilizzo di quei fondi riservati. «Beh, la faccia archiviare»
«Senz'altro, Eccellenza. Posso chiederle l'autorizzazione ad infiltrare i Fasci di Combattimento?»
«I compiti di polizia politica dovrebbero essere affare della Guardia Regia»
«Forse, ma non sono riusciti nemmeno ad individuare l'inglese che suggerisce la linea ai fascisti. Almeno io so che faccia ha.»
«Colonnello, lo so che è inutile negarle l'autorizzazione»

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giovedì 25 giugno 2009

Fert Fert Fert

Prosegue la vicenda di Lui

La Bora sferzava il volto, sollevava sabbia che si infilava in gola, nel naso, negli occhi, faceva mugghiare il mare sollevando imponenti creste di schiuma; avvolto nel cappotto d'ordinanza, il militare stringeva il binocolo, che scorreva da una parte all'altra della macchia grigia distesa tra mare e colle, sull'altra sponda del golfo. Nonostante il mare grosso, due cannoniere incrociavano di fronte alla città, provocandone gli abitanti e gli occupanti con i loro pesanti pennacchi di fumo.

Il suo attendente lo attendeva ad una decina di metri di distanza, avvolto nell'impermeabile, al posto di guida dell'automobile. L'ultimatum era scaduto da qualche ora, ma sembrava che, a Fiume, quello là avesse deciso di ignorarlo completamente. Per quanto non potessero essere moltissimi, quei legionari, se si fossero preparati ad una battaglia qualche movimento si sarebbe dovuto vedere; e, invece, nulla. Lui sapeva che la prima azione bellica sarebbe avvenuta all'alba dell'indomani, con un leggero cannoneggiamento delle strutture portuali. Poco più di qualche petardo per spaventare la teppa. Poi si sarebbero attesi segnali di resa, ed in caso contrario si sarebbe aumentata di poco l'intensità delle azioni...e così via, sperando che quei pazzi idealisti tornassero a ragionare prima di dover passare a più cruente vie di fatto. Delle vie di fatto non doveva preoccuparsene lui, vero, ma gli faceva comunque problema sparare sui propri connazionali, e magari su qualche commilitone dei tempi della Guerra.

Il portaordini sbucò all'improvviso dal viottolo, arrancando sulla bicicletta. Scambiò due parole con l'attendente che mise in moto l'auto, poi portò il plico all'ufficiale.

Qualche istante dopo, la vettura scendeva verso il Quartier Generale, sistemato in due casupole contigue di un piccolo paese di pescatori.
«Colonnello, si muova! È un po' che il Generale l'ha fatta cercare»
raccomandava l'attendente di questi, sapendo che si sarebbe preso la colpa per non essere stato capace di rintracciarlo subito. L'ufficiale si infilò nella stanza facendo un distratto segno di saluto, ed i due sottufficiali presenti si volatilizzarono chiudendosi la porta dietro le spalle.
«C'è una specie di disertore - fece il Generale - Mi comunicano che devo farlo interrogare da lei.»
«È esatto, generale. Disposizioni del Comando Supremo, lei certo intende. Dove si trova quest'uomo?»
Bofonchiando, il generale ordinò al sottufficiale che, ad una sua voce, era rientrato nella stanza, qualcosa come "portalo da quello", e Lui uscì dalla stanza seguito dalla muta ostilità del generale cui veniva sottratta giurisdizione dai burocrati della guerra.

La specie di disertore era tenuto sotto custodia in una cantina umida e buia, in cui l'aria e la luce entravano da una grata sul soffitto. Nella penombra, un giovane aspettava buttato su un pagliericcio fradicio.
«Alzati e vieni con me» fece il colonnello senza rivolgergli più d'uno sguardo, e comunque anche cercare di osservarlo non avrebbe portato a molto, in quel buio. L'altro, con una certa aria di strafottenza, lo seguì per le vie del paese spazzate dal vento.

«Ti facevo migliore, tenente.»
«Ed io facevo migliore la sua vista, se non la sua disciplina. Sono colonnello.»
Sbuffando, il disertore replicò «Ma facevo migliore anche la tua memoria. Siamo commilitoni, e tu non mi degni nemmeno d'uno sguardo»

Lui si fermò, ma non si volse a guardare il suo interlocutore. Non ancora. «Vede, sergente, non so lei, ma codesti fatti sono peggio della guerra. Per quanto la mia simpatia istintiva possa andare a lei ed ai suoi insensati camerati e compagni d'avventura, penso che i problemi del vostro Carnaro siano soltanto destinati a peggiorare ed incancrenirsi; e che non siate molto distanti dall'aperta sedizione. E, ancora, sì - la riconosco.»
«Sono io che non ti riconosco, se non nella voce! Il mio tenente sarebbe stato con noi Legionari a difendere con il sangue il suolo di Fiume irredento! Non pronto a sparare sui propri fratelli per un re distante e polveroso.»
«Per cominciare, io non sparo. Non necessariamente, almeno. In secondo luogo, il punto non è quello che faccio o voglio io - ma quello di cui è in cerca lei. È stato lei a passare le nostre linee, non viceversa. Dunque? Se ha da dire qualcosa, la prego di dirlo a me. Non ha parlato con nessun altro, intanto?»

Intanto, sempre camminando, erano arrivati fuori dal paese, dove un balcone naturale si affacciava sui primi quartieri di Fiume, al di là della terra di nessuno.
«No, tenente - cioè, colonnello; e come avrei potuto? Sono stato buttato in quella cella appena ho passato le linee con le mani alzate.»
«Dunque lei dice di aver passato le linee per disertare. Però poco fa esprimeva opinioni contraddittorie; in particolare, di solidarietà con i Legionari ed ingiuriose di Sua Maestà il Re. E questo perché riteneva di riconoscere in me un...sodale. Cose del genere non le sono sfuggite con altri interlocutori, vero? Perché lei è...una spia.»
«No, ma...aspetta! Non ero serio, non puoi essere serio! Ho passato le linee, mi sono consegnato, posso dare informazioni: voglio disertare, ti ho detto; tornarmene a casa, ché non ho mai passato la notte di nozze con mia moglie - sono andato in guerra da fidanzato, ci siamo sposati per procura! A rimanere a Fiume, tutti capiscono che si muore; a meno che abbia ragione il Vate, e voi non osaste mai sparare sui fratelli; ma di questo non c'è da fidarsi, conoscendo il Regio Esercito.»
«Noi si obbedisce agli ordini, questo senza dubbio. E, parimenti senza dubbio, lei sembrerebbe convincente. Non fosse che mi ricordo di lei, e sua moglie - moglie, è inutile che neghi - le scriveva spesso di vostro figlio. - e qui il sergente disertore iniziò a tormentarsi le mani - e poi, mi scusi, non mi sono presentato. Sono il direttore del servizio I dello Stato Maggiore, e sono venuto a parlare con lei non certo come disertore. Ma, diciamo così, come "persona informata dei fatti". In particolare, dei fatti privati. Ancora meglio, dei fatti privati del vostro Vate. Ed è inutile, ancora, che ora lei cerchi di negare; sono venuto a tirarla fuori dal carcere, invece di farla uccidere senza complimenti non appena avesse varcato le linee - con falso atteggiamento da disertore - perché mi servono queste informazioni. Una volta ottenute, lei sarà libero di andarsene, sia pure in giro a spiare. Non mancano molti giorni a che scada l'ultimatum, tanto.»
«E sia, non nego. Ma non capisco perché tu pensi che io possa conoscere i fatti privati di D'Annunzio. Sono solo una spia.»

Lui riprese a camminare, tenendo le mani dietro la schiena, e si fece seguire dal sergente dei legionari giù per un sentiero tortuoso, lastricato malamente, che si dirigeva verso uno dei tanti posti di osservazione disseminati lungo la linea di confine. «Siamo certi che ci possa essere d'aiuto, poiché si è occupato per diversi mesi della guardia alla sua residenza.» Dal tascapane estrasse un pacco di fogli ripiegati, ed iniziò a leggere senza espressione una serie di nomi femminili; l'altro rispondeva - in effetti la maggior parte di quei nomi gli diceva molto, ed il suo interlocutore non aveva sbagliato una sola deduzione, nel discorso - perlopiù affermativamente, perché in effetti il bizzarro occupante di Fiume meritava la fama di sciupafemmine che si era cucito addosso; di qualche altra aveva sentito parlare, ma o non l'aveva mai vista raggiungerlo, o si vociferava lo avesse respinto. Alcuni altri, pochi in verità, erano nomi che non gli dicevano nulla. Lui annotava senza espressione. Dopo l'ultimo nome, richiuse con cura il plico, lo infilò nuovamente in tasca, e fece un mezzo ghigno soddisfatto. «Eccellente. Può andare»
E, senza farselo ripetere, il sergente dei legionari si mosse di gran carriera verso l'interno delle linee, abbandonando il fronte e puntando verso una macchia dentro la quale avrebbe fatto perdere le sue tracce. Intanto, Lui riprendeva in mano il plico e riprese a scorrerlo. Il nome di lei c'era; ma era una di quelle che il Vate non aveva avuto. Si alzò - s'erano infatti seduti su un paracarro, e si diresse velocemente al posto d'osservazione, sparando in aria con la sua rivoltella d'ordinanza. Urlando «Disertore! Disertore!», ed indicando il sergente che, da lontano, aveva sentito gli spari senza rivolger loro molta attenzione, che continuava a correre per i campi.

Sul viottolo al bordo del campo transitava una pattuglia di carabinieri a cavallo. Videro il soldato che correva, e dal fronte che si rumoreggiava e si facevano grandi cenni in sua direzione. Il fuggitivo non rispose al primo alt, né al secondo. In tutta risposta al terzo alt, abbandonò il sentiero per puntare al più vicino lembo di bosco. Le due moschettate dei carabinieri lo colsero in piena schiena.

Le prime cannonate dell'Andrea Doria colpivano Fiume, mentre Lui in motocicletta si allontanava dal fronte. Soddisfatto.

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