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venerdì 25 settembre 2009

Conseguenze

Fatto
A mia sorella piace cucinare

Ne consegue che organizza una cena con i suoi amici
Ne consegue che una sera di settimana scorsa fanno tardi giù in taverna
Ne consegue che, quando hanno finito, c'è una sua amica da accompagnare a casa
Ne consegue che deve tirar fuori l'auto in retromarcia
Ne consegue (sapendo guidare come io so cucinare) che demolisce specchietto (e non solo) dapprima contro il cancello, poi contro il muro in fondo alla discesa
Ne consegue che si deve procurare uno specchietto di ricambio
Ne consegue che lo si procura da uno sfasciacarrozze
Ne consegue che bisogna chiamare qualcuno per montarlo, e chiamo un mio amico
Ne consegue che viene da me ieri, e dapprima sostituiamo il pezzo, poi tentiamo altre varie riparazioncine.
Ne consegue che scende anche mio fratello, per qualche motivo eccessivamente di buon umore
Ne consegue che lancia idee strampalate, che noi perlopiù bocciamo
Ne consegue che s'ingegna a trovare qualcosa a cui difficilmente direi di no, e trova la montagna
Ne consegue che inventa di andare al Curò, l'indomani, e che riesce a convincere un numero sufficiente di camminatori
Ne consegue che, indipendentemente dalle condizioni meteo, stamattina alle sette si parte con l'AX rattoppata e ripulita, destinazione Valbondione
Ne consegue che ci mettiamo sul sentiero alle otto e dieci, incuranti di brume e nebbie e del fatto che non si vede la testata della valle
Ne consegue che, all'altezza del bivio con la Direttissima, inizia a piovere a catinelle
Ne consegue che ci facciamo la Direttissima sotto l'acqua, ed arriviamo al rifugio (per fortuna aperto, con questa ormai relativamente nuova gestione) peggio di pulcini bagnati.
Ne consegue che passiamo mezza mattinata a scaldarci al fuoco ed a giocare alla Torre di Hanoi fino all'ora di pranzo, che consumiamo in parte al sacco in parte caldo.
Ne consegue, ovviamente, che a parte la prima mezz'ora scendiamo che non piove e quasi quasi sembrerebbe poter uscire il sole.
Ne consegue che stasera andrei anche a letto presto, ma tanto non posso

La foto non c'entra niente con la camminata (forse come metafora dell'acqua a catinelle), serve per dare una rappresentazione grafica del concetto di "cascata di eventi"

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mercoledì 2 settembre 2009

Quando ci si perde

Come ormai si è ampiamente dimostrato, non è che io riesca a stare in casa, fermo e calmo, per più di tre giorni di fila. E così, avvicinandosi pericolosamente il limite, ier l'altro - che sarebbe lunedì 31 - sono partito per un'escursioncina che doveva essere facile facile, salire al rifugio Albani (1940 m) dalle baite Möoschel che sono sopra Valzurio, in comune d'Oltressenda Alta (1265 m). Poiché il sito del CAI di Bergamo, che ha una bella mappatura elettronica dei sentieri, mi dava tre ore di tempo, avevo fatto conto di salire in un paio d'ore, star su tranquillo, scendere di volata e - magari - risalire per un pezzo anche all'Olmo, che avrei fatto due rifugi in un giorno e non è cosa da buttare via.

Invece, sotto molti punti di vista la gioranta è stata sfortunata; in primo luogo perché la strada fino alle baite è percorribile solo da fuoristrada, previo pagamento di tariffa, e con la mia macchinetta mi sono dovuto sobbarcare tre quarti d'ora buoni di cammino in più, partendo da Spinelli che è l'ultimo luogo in cui arriva l'asfalto. La cosa più grave è, stata, nondimeno, imboccare il sentiero sbagliato (CAI BG 314 invece di 311) e salire verso il passo degli Omini; e - essendo già salito di duecento metri almeno prima di rendermene conto, perché si era nel bosco - decidere di non tornare indietro, ma di attraversare la valle fino a raggiungere il sentiero vero rimanendo in quota, tagliando per pascoli e sperando di trovare le tracce di sentiero che la cartina Kompass Foppolo-Valle Seriana indica. Dal file di Google Earth, che siete invitati a scaricare, con il percorso si dovrebbe poter evincere il mio percorso, in cui ho sì trovato vecchie tracce di sentiero, ma così labili e sconnesse da non riuscire a seguirle per più di cinquanta metri. Poi, va da sé, finalmente sono riuscito a ritrovarmi sul sentiero vero ed in breve a raggiungere l'Albani, rinunciando nel ritorno all'Olmo perché si era perso parecchio tempo, tra il tratto in più e la mia gita fuoristrada.

Nel bel mezzo della mia traversata nel deserto mi sono ritrovato in una conca sotto la parete del Ferrante, nella quale troneggiava un vecchissimo ed abbandonato capanno da pastori, che ha però la peculiarità di aver scritto, a caratteri cubitali, in minio, sulla lamiera arrugginita, "1961" e "S.A.R" (non saprei dire con certezza se i punti ci sono o meno, io ce li ho visti), e poi in piccolo graffiati mille nomi di persone passate di lì, dai tipici cognomi Oltressendesi, tipo Baronchelli. Il punto è, a mio avviso - bisogna sì considerare che avevo sbagliato sentiero, ma poi ho sempre saputo con discreta precisione dove fossi - questo; ecco, a tal proposito invoco i miei lettori, ma più facilmente i visitatori occasionali, che sappiano darmi informazioni sul capanno, e su eventuali ascensioni al Ferrante da quella posizione (vedevo abbastanza distintamente un ghiaione che mi avrebbe portato, credo, a scollinare dall'altro versante, un duecento metri sopra il punto in cui mi trovavo).

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domenica 10 maggio 2009

Sentiero Caslini - variante

Ieri si è tenuta la tradizionale marcia da Scanzorosciate fino alla Malga Lunga di Sovere; e non dev'essere un caso che in questi giorni si sono moltiplicati i download del tracciato del Sentiero Caslini che ho realizzato in occasione della mia ultima visita. Ora, io non ho mai ricevuto critiche su quel tracciato, che in effetti riproduce il mio itinerario di quella volta, ma in questo ultimo anno e mezzo la situazione è cambiata. Per cominciare, il CAI della Val Cavallina ha compiuto una colossale opera di segnalazione sentieri e, dunque, il segnavia "Sentiero A. Caslini (Rocco)" è presente ed installato (a volte con l'indicazione del tempo stimato di percorso, perlopiù senza) già a partire dalla sbarra di Gavarno. Per ragioni a me oscure, tra l'altro, nel tratto Forcella di Valle Rossa-Forcella di Ranzanico non abbiamo nemmeno seguito il segnavia e, penso per risparmiare tempo, ci è stato fatto tagliare per pascoli, in assenza di sentiero o traccia, e capisco perché a suo tempo i proprietari avevano avuto da ridire, essendoci - stando alle mappe CAI - un sentiero che fa lo stesso percorso, magari con un po' più di giri, ma segnato e "regolare"; tra l'altro, non deve essere una facile sfida ricostruire il percorso tra quei pascoli, senza la segnaletica temporanea e l'erba calpestata da chi è passato prima di te.

Ad ogni modo, leggo dal precendente tracciato che con mio fratello avevo fatto già un bel casino in località Cascina Scapla, tra i pascoli di Altinello ed la forcella di Valle Rossa. Inoltre, va aggiunta la descrizione del sentiero "vero", che dalla Forcella sale alla Croce di Bianzano e poi, dapprima ancora per bosco e poi per pascoli, conduce alla Forcella di Ranzanico per l'itinerario più diretto (benché, voglio ricordare, il sentiero CAI in questo settore non fa lo stesso percorso).

Ridendo e scherzando (no, non è vero, sputando sangue e sudore) ieri ho anche battuto il mio record sul percorso, mettendoci sei ore (e dovendo in questo tempo contare le pause ai punti di ristoro e quelle obbligate da incipienti collassi cardiorespiratori).

Ho sostituito il file che nell'altro post viene scaricato, che comunque è scaricabile anche cliccando qui.

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domenica 3 maggio 2009

Conca del Farno e pizzo Formico

Favorito dal lungo weekend, dal bel tempo e - in maniera determinante, come mi ha fatto capire il negoziante di Cirano - dal buon tempo, sabato mi sono cimentato nella prima vera escursione di questa stagione, cominciata troppo tardi per via dello sfigatissimo meteo di aprile, prima con gli scarponi nuovi che andavano inaugurati prima della Malga Longa di sabato prossimo - belli, neh...ma va bene rigidi e tutto per l'alta quota, ma per la bassa montagna un po' eccessivi.

Dopo lunghi tentennamenti e continui abboccamenti con i miei consiglieri, ho optato per salire al pizzo Formico, che già avevo messo in programma per inizio aprile e che poi era saltato. Per non fare le cose facili, ho posto la partenza a Cirano, negletta frazione di Gandino (negletta, perché tutti conoscono Barzizza, ma Cirano non se lo fila nessuno). L'idea era salire per la lunga Val Concossoio fino alla Montagnina, e di lì al Formico. Ma l'azione congiunta di una cartina a grande scala e del fatto che il parcheggio fosse ad una certa distanza dal sentiero, e che quindi si dovesse fare un po' di strada asfaltata, che si somigliano tutti mi hanno messo sul sentiero che più decisamente puntava verso l'alto, a prescindere dall'effettiva fattibilità e più o meno anche della direzione, e quindi mi ritrovo ad inerpicarmi su per il Gerù (ghiaione, per gli extraorobici), finché incrocio un segnavia CAI che - già lo sospettavo, peraltro - numerandosi 549 tradiva il Barzizza-Formico, e che quindi seguo salendo e rimontando ed arrancando fino alla grande croce lignea che sovrasta Cirano ed alla cappella del CAI di Gandino, dove c'è anche una fonte - cosa in linea teorica rara, in questa zona, e saranno state le piogge d'aprile sarò stato io che mi confondo con la zona dei Monticelli, in effetti di fonti non tante, ma alcune si trovano - da cui mi arrischio a bere nonostante frammenti non identificati galleggino nel mio bicchiere, dopo averlo riempito. Un'ora ed un quarto dalla partenza.

Visto che ormai sto facendo l'anello al contrario, decido di farlo fino in fondo, e devio in costa alla sinistra, tagliando alto il gerù, lungo quello che la mappa indicherebbe come segnavia 545 ed i segnavia 549A, urge procurarsi una mappa aggiornata del CAI, per arrivare nel bel mezzo della Conca del Farno (l'immagine che sembra uno sfondo di Windows) - dove perdo un po' il sentiero e punto a vista verso la grande croce del Formico che tutto sovrasta (e che da questo punto di vista, dai 1300 metri su cui più o meno mi trovo, sembra molto meno imponente che visto da Clusone), fino ad incrociare la carrareccia del Farno ed a scorgere, oltre ad una teoria di escursionisti che procedono verso la vetta, un segnavia CAI che mi indica la strada.

La salita al Formico non è particolarmente interessante; guadagna qualcosa quando si sbuca sullo spartiacque tra Val Gandino e Val Seriana, con la vista sui molti paesi donde inizia l'alta valle, Ponte Nossa e Parre sopra tutti, e certo Clusone con le sue chiese nel suo altopiano. Qua e là, ai lati del sentiero, gli ultimi accumuli di neve. Arrivo alla grande croce, mezz'ora dall'attacco, e mi riposo quel poco che basta per veder venire degli ardimentosi in trial-bike che si sono issati fin qui portandosela a spalla, e così ora scenderanno come dei matti. Scendo dall'altro lato, abbassandomi rapidamente alla Forcella Larga, ai ruderi (ma costruivano in cemento armato??) della Capanna Ilaria e di lì verso lo spartiacque tra la conca del Farno e la Val Borlezza, dove si trova un laghetto, un tabiotto che ha l'aria di essere stato usato, negli anni '70, tipo come noleggio pattini ed una cappella, dove mi fermo a pranzo. Mezz'ora dalla vetta (l'immagine con la croce, ovviamente, via Flickr).

Dal laghetto della Montagnina la direzione da prendere per chiudere il mio anello è controintuitiva. Evitando di seguire la traccia più battuta, che rimonta di una cinquantina di metri il dosso erboso e conduce - presumibilmente, e a posteriori perché sulla mia mappa non è segnato nulla - al rifugio Parafulmine, si scende lungo un sentiero poco battuto (ma indicato dagli onnipresenti segnali di divieto d'accesso, manco fossimo in un centro storico) che, dapprima nella macchia poi in bosco si abbassa, non senza qualche evoluzione per evitare abeti caduti, al Campo d'Avene (1222m), un immenso prato ritagliato nel bosco, con una baita ed un crocifisso nel mezzo, sul cui limitare si diparte il sentiero CAI 548 che, discendend tutta la Val Concossoio, rimena a Cirano. Per la prima mezz'ora la discesa è veramente gratificante. Si procede incassati tra le franose e dolomitiche (Formazione di Castro secondo la Carta Geologica della Provincia) pendici del sistema pizzo Secco-monte Corno sulla sinistra (croce che imperiosa svetta sulle guglie, mi sembra ci sia anche una ferrata che vi giunge dall'altro versante) ed i piedi dell'ampia costa della Guazza (la mia mappa riporta "Prati del Sole") sulla destra. Un ruscello scorre nella valle e spesso, essendo il sentiero costretto a passaggi a volte un po' fini a sé stessi dall'una all'altra sua sponda, lo si attraversa; si incontra una piccola edicola dedicata a Sant'Anna in memoria dei morti del Campo d'Avene (e non è chiarissimo, almeno a me, se facesse riferimento a qualche tragico fatto della Resistenza, visto che è zona e pare che il Campo sia stato bombardato in quell'occasione, o a non meglio specificati operai morti durante qualche lavoro) e si giunge ad una carrareccia silvopastorale che fa da strada di servizio ai molti casolari sparsi tra bosco e pascoli. La discesa si fa noiosissima, ed a volte eccessivamente ripida, perché difetto della Val Gandino è avere la testata, su cui mi trovavo alla Montagnina, distante chilometri dai paesi. Si supera, tra le altre cose, una graziosa cappelletta con il portico che si allunga scavalcando il sentiero, una fonte abbondantissima e ottima, e si giunge alla chiesa di San Gottardo, a pochi minuti di cammino dal parcheggio e dall'auto. 1h30' dalla Montagnina.

È come sempre disponibile il file del tracciato per la visualizzazione con Google Earth.

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giovedì 19 marzo 2009

Filaressa '09

Lentamente riprendo il ritmo delle escursioni in montagna, poiché il programma camminatorio per quest'estate si preannuncia intenso ed è bene arrivarci ben preparati (e il lunedì di Pasqua si ha in programma un'escursione tutt'altro che leggera); così, dopo un'uscita propedeutica sui colli d'Argon la settimana scorsa, ieri ho approfittato di un due ore e mezza-tre del pomeriggio per sgranchirmi le gambe su una delle cime più rapide dei dintorni, quella Filaressa che, pur sfiorando spesso nella celebre Selvinata (il segnavia 533 CAI-BG da Monterosso a Selvino, appunto) ho salito solo una volta in una torrida mattina di fine maggio del 2006; ben prima di avere questo blog, dunque, e quindi immagino che i miei lettori non ne siano informati.

Il sentiero parte da Nese di Alzano, ad onor del vero, ma penso che sia veramente insensato chi, salvo doversi allenare alla corsa in montagna, non inizi a calcare il sentiero dal forcellino di Monte di Nese, frazione di Alzano sugli 800 metri di quota, nei pressi del quale c'è un ampio e comodo parcheggio (quasi sempre vuoto, credo di averlo visto pieno solo un 25 aprile). Il segnavia è il numero 511 CAI-BG che in decisa salita punta all'insellatura tra il monte Filaressa sulla destra ed il monte Cavallo sulla sinistra, insellatura presidiata da una chiesetta e per la quale, oltre ad incrociare il già citato sentiero verde che porta a Selvino, passa anche il sentiero che scende a Poscante di Zogno (considerato il luogo d'origine del leggendario Pacì Paciana, non il discusso Centro Sociale di Bergamo ma ol Robin Hood dé la 'al Brembana). Evitando di scervellarsi cercando di interpretare i vetusti cartelli indicatori del CAI di Bergamo, quasi illeggibili, subito dopo la forcella dapprima si sale a sinistra seguendo le indicazioni poste dal CAI della Val Seriana, più recenti (511 Filaressa, mentre il 533 Selvino, ammesso che lo troviate, va ignorato in quanto raggiunge, stando basso, il Castello di Monte di Nese e prosegue di lì per Salmezza), per una strada bianca dalla pendenza notevole al cui termine si percorre a mezza costa una traccia di terra che attraversa dei pascoli.

A questo punto sono passati venti minuti scarsi dalla partenza, ma si ha un po' di fiatone perché si è macinato più di metà dislivello. Fortunatamente, nonostante il giallo di questa stagione che suggerisce come non sia poi molto che la neve s'è sciolta, questa pausa oltre a permettere di tirare il fiato è anche sufficientemente amena, e permette di osservare ad un tempo le ultime propaggini della Val Seriana a sinistra (e peccato per la foschia di ieri) e gli affioramenti rocciosi che caratterizzano la Val Brembana basse a sinistra (si riconoscono pieghe, guglie, anche una grotta).

Il sentiero riprende a salire stando sul crinale del monte, ma presto il segnavia, molto marcato, si stacca a destra e punta verso una rada macchia boscosa. Tradizionalmente io proseguo sul crinale, anche se mi rendo conto che la versione "ufficiale" del sentiero è più agevole e porta comunque, nel giro di cinque minuti, al bivio del sentiero. In questo tratto è sempre più evidente la natura dolomitica della Filaressa, con guglie rocciose che affiancano il sentiero e tra le quali talvolta ci si deve inoltrare. Il bivio non è di immediata identificazione. Il cartello metallico segna a sinistra per Salmezza, mentre su un sasso è segnata, con vernice sbiadita, una freccia, mentre si intravede l'indicazione Filaressa.

Io, seguendo la cosiddetta (da me) "Via Salmezza", seguo le indicazioni che portano ad abbassarsi velocemente lungo il dirupato versante nord della Filaressa, dove in questi giorni si trovano ancora rari depositi di neve; si rivolge un pensiero ed una preghiera al povero decenne precipitato e perito durante una colonia estiva degli anni sessanta, di cui il ricordo è mantenuto vivo da una lapide e si arriva all'evidente valico tra la Filaressa ed il Costone di Salmezza. Lungo questo tratto vengo distratto da alcuni fischi di rapaci, e riesco ad immortalare, come il servizio fotografico in allegato testimonia, una coppia - ok, se ne vede solo uno, ma ce n'erano due - di probabili falchi che volteggiano tranquilli e feraci. Qui inizia la parte più divertente della salita: ignorando le indicazioni per Salmezza di sale, aiutati da uno dei soliti cartelli indicatori, per il ripido sentierino che, sulla destra, rimonta l'arido versante; sentiero talmente ripido per cui, a volte, non si disdegna l'uso delle mani. La croce della Filaressa si vede spuntare sopra la nostra testa tra gli ultimi contrafforti rocciosi, ma il nostro sentiero preferisce lasciarla a sinistra fino ad infilarsi in un intaglio tra due rocce affioranti e, aiutati da una superflua corda metallica, tornare sul crinale a poche decine di metri dalla vetta, che si raggiunge in breve voltando a sinistra. L'attacco diretto alla vetta sembra - ma io non sono un arrampicatore - possibile, benché risulti non banale uscire in vetta per via dell'eccesso di zelo del gruppo escursionistico Paleocapa di Alzano che negli anni '70, oltre ad erigere la croce, ritenne anche di utilizzare la corda metallica a mo' di parapetto tutto attorno alla vetta.

La discesa lungo il sentiero standard è rapida e banale, ed in poco tempo si torna alla Forcella da cui all'auto. Tempo richiesto per il breve giro, considerato che non sono ancora al pieno della forma, un'ora e mezza.

Su Facebook (Facebook è il nuovo Space) ho caricato alcune delle foto della passeggiata, mentre come al solito metto a disposizione il tracciato di Google Earth per chi volesse replicare.

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giovedì 15 gennaio 2009

Val Bondione e Val Cerviera - Le foto

Visto che meglio tardi che mai, e nonostante abbia fatto di tutto per non meritarmele, ho ricevuto le foto della due giorni di settembre passata in montagna con alcuni fidati compagni d'università, tra la Val Bondione e la Val Cerviera. Ho caricato alcune delle immagini ricevute a questo indirizzo. La foto del pizzo Strinato con il sole alle spalle non è uscita particolarmente bene, ma effettivamente la fotografa m'aveva detto che sarebbe stata delicata.

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domenica 7 dicembre 2008

Nìf

Le decisioni prese il venerdì sera, davanti ad un boccale di birra d'abbazia, sono sempre quelle di cui ci si pente meno. Questa settimana, la decisione presa è stata «Domani andiamo a fare un giro e finalmente vediamo un po' di neve vera» - a Bergamo ha solo spruzzato la settimana scorsa, come si dice, e piovuto questa.

Qualche piccola resistenza va smussata, ed è opportuno rinunciare agli obiettivi presenti nella mia testa, e si scende al compromesso secondo il quale la decisione è mia, così come la responsabilità in caso di poco gradimento.

Visto che sono anni che mi si ricrimina aver mentito a proposito della lunghezza di un'escursione (ho detto cinque, erano otto), ho ridimensionato i programmi ed anche spostato di una buon'ora in avanti l'orario di partenza presunta. La neve di più facile accesso, retaggio della mia infanzia, è quella di Valcava, cinque cascine e dieci seconde case (di quando negli anni '60 ci si illudeva dello sviluppo turistico della bassa montagna) a cavallo tra la Val San Martino (quella che da Erve e Vercurago scende a Pontida) e la Valle Imagna. Si sale da Torre de' Busi, per dodici chilometri di stretta strada contorta. Valcava sorge sui rilievi che si innalzano dalla piana di Almenno, a serrare verso sudovest la Valle Imagna, e che si innalzano, dapprima con la placida costiera dell'Albenza, poi sempre più aspri e rocciosi fino alle bastionate del Resegone, a fare da estremo limite alle Alpi verso la pianura; tanto che, subito dopo la partenza da Rosciate, già li si vedono innalzarsi, con la sommità imbiancata.

Già avvicinandosi, e più ancora percorrendone i tornanti, si capisce come non sia solo la cima ad essere imbiancata, ma anzi l'innevamento sia più che sufficiente, per vedere la neve. Inoltre, lasciatici alle spalle la nebbia rada che invade la pianura (che si concretizza, per noi, in cappa di grigio sopra Scanzo e visibilità a settanta metri a Pontida), la giornata è limpidissima e si vede tutta la corona delle Alpi Occidentali, dal Monviso al Rosa, innalzarsi dal grigio della Pianura Padana. Arrivati al valico, infilo gli scarponi «Ecco! Lo sapevo che tramavi qualcosa. Io non vengo!» e, seguendo un anziano con gli sci da fondo che subito dopo essersi messo sul sentiero di cresta (molto ampia e pianeggiante) è sparito dalla nostra vista, ci incamminiamo nella selva di ripetitori (che permettono a mezza bergamasca di vedere la televisione) verso il Linzone. Dove il sentiero è già battuto la neve è compressa e si cammina quasi agevolmente, mentre avventurarsi nella neve fresca è utile solo allo scopo di inzupparsi, essere ridicoli e prendere un gran freddo.

Dopo aver fatto una passeggiata, aver sudato un bel po' ed aver visto il sole sparire dietro un nuovo strato di nuvole formatosi nell'oretta che ci siamo fermati, abbiamo deciso di scendere verso la Valle Imagna, incuranti delle indicazioni in senso contrario di un motociclista che era salito da là, e pregava che la discesa dalla parte opposta fosse migliore. Noi, chiaramente, imbocchiamo la strada, che in linea teorica è molto più larga di quella di Torre de' Busi, ma in pratica era praticabile (dove lo era) solo una carreggiata, perché l'altra non era stata sgombrata dalla neve. Costa Imagna, poi la Roncola, Almenno e ritorno a casa, in abbondante anticipo per pranzo.

Segnalo il file di GoogleEarth con il tracciato della passeggiata, e l'album fotografico (è su Facebook, credo sia comunque visibile da tutti). Nell'immagine un'idea dell'ambiente. Tutte le foto sono di Fabio©.

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mercoledì 15 ottobre 2008

Quattro passi d'autunno

Anche se taggarla "escursione" è decisamente troppo, la passeggiata di questo pomeriggio va segnalata anche solo per per il percorso - non perché sia qualcosa di speciale, ma perché vedo nella mia banca dati cartine che una buona parte si è svolta su un sentiero fantasma, non censito e neanche segnato sull'altrimenti maniacalmente precisa mappa del parco dei Colli di Bergamo.

Approfittando della bella giornata e del fatto che il dentista di famiglia, e dunque di mia sorella, è a Ponteranica, mi sono offerto volontario per accompagnarla, onde sfruttare la mezz'ora che avevo messo in conto per provare la strada per la Maresana - contando sulla non eccessiva pendenza e su ampie curve e controcurve, per godermi un po' la guida di montagna. Il Fato, nella forma di un'infermiera-segretaria talmente somigliante ad una mia vecchia conoscenza da tentarmi ogni volta da chiederle se ci conosciamo, mi comunica però che di mezz'ore ce ne vorranno almeno tre, e mi fa capire che è poco saggio fermarmi ad attendere - cosa che non avrei fatto comunque, ma questo è abbastanza insolito e non se lo poteva immaginare. Questo dà dunque la possibilità di raggiungere la Maresana, parcheggiare l'auto e godersi un po' i boschi d'autunno, che in questi giorni guardavo con struggente desiderio dalla finestra di casa.

Tutto il percorso della passeggiata è visibile in questo stralcio della mappa in formato PDF, anche se bisogna stare un po' attenti alla descrizione in quanto si salta di sentiero in sentiero. Il giro si fa in un'ora un po' abbondante.

Partenza dal ristorante sulla Maresana, alla sinistra della foto, seguendo il sentiero CAI BG 502 (non segnalato, mi pare) con le provvidenziali indicazioni Parco dei Colli, in direzione San Rocco (frazione di Ranica). Si procede in pianura su un sentiero comodo, ancorché non molto largo, ed adeguatamente battuto, fino all'incrocio con il sentiero CAI BG 501 (questo è segnato). Si sale a sinistra su un sentiero che sale con pendenza abbastanza decisa, ma ampio e comodo, in direzione dei grossi ripetitori per radio e televisione. Si arriva nei pressi di quella che doveva essere una casa d'abitazione, ed abbastanza signorile, ancora curata ma ridotta a supporto per antenne, badando di non dare troppo nell'occhio e di non sembrare sospetti al carabiniere di guardia (alcuni ecoattentati degli anni passati hanno portato al presidio da parte della forza pubblica degli impianti), non come ho fatto io che, intraprendendo la passeggiata con tanto di giacca e cravatta, ero un po' fuori posto. Di fronte alla casa di cui s'è detto c'è un pilone dell'elettricità, su cui sono tracciati in arancione una croce ed una freccia a destra. Si imbocca (beata incoscienza) un sentierino pochi passi oltre il pilone (e che non troverete sulla cartina), che tenta di seguire la linea di livello ma, dopo una breve discesa, piega leggermente a sinistra in salita. Il bosco è rado ed il sentiero tutt'altro che battuto (era passato qualcuno di recente a tagliare l'erba attorno alle recinzioni di alcune case, e quindi era sgombro; ma dentro il bosco non sei mai sicuro se segui il sentiero o stai improvvisando), ma ci si accorge abbastanza chiaramente che, ad un certo punto, si incrocia un sentiero che sale in lieve pendenza alla tua sinistra (a rigor di logica, da dove stai venendo) e digrada a destra verso un roccolo ben tenuto. Il senso dell'orientamento dice che la croce del disegno è quella del Colle Ranica (più probabilmente è quella di Torre Boldone, ma al momento non sai della sua esistenza), e che quindi bisogna andare a destra, ma anche in salita, e dunque decidiamo di andare a sinistra. Ottima scelta, perché il sentiero torna a girare e si fa pianeggiante, mentre si passa attraverso chiari indizi di una caccia al tesoro (biglietti con mezze parole appesi a diversi alberi lungo il sentiero) e si arriva ad una croce di legno presso la quale gente va in cerca di castagne e c'è un tavolo da picnic. Secondo il Parco dei Colli, siamo arrivati sul sentiero CAI BG 606, praticamente all'altezza del punto panoramico, e ci stiamo ora dirigendo verso est, in direzione della croce in "vetta" al Colle di Ranica. Altra gente in cerca di castagne, ed invece di seguire uno dei cercatori lungo l'ovvio sentiero (ancora il 606, da cartina, ma vi assicuro che non è segnato niente, e che quindi il divertimento è assicurato) per il ristorante Pighèt e l'eliporto, scendo verso nord attraversando un grosso roccolo, intravedendo il tetto del ristorante a destra e quindi tenendo, più o meno, la sinistra (ovviamente, sulla mappa nulla di tutto ciò è segnato, ma vi assicuro che i sentieri ci sono, molti e comodi. A questa fase della passeggiata, ho deciso che porterò il CRE a fare un grande gioco da queste parti). Presto ci si mette su un sentiero abbastanza curato da avere anche canaline per lo scolo dell'acqua, che segue il crinale Colle di Ranica-Croce dei Morti, ma che presto si butta su una carrareccia tenuta ancora meglio, che non so dove vada a sinistra, ma a destra punta decisamente verso il Pighèt, stando alta sopra la strada (segnata sulla mappa) che lo raggiunge. Per risparmiare tempo ed incuriosito dalla piccola folla di cercacastagne che si richiama a gran voce per il bosco, taglio buttandomi nelle foglie che arrivano ne sopra la caviglia e saltando così sulla stradina (asfaltata, checché ne dica la mappa). In breve si sale alla Croce dei Morti (da sempre adorabile per il motteggio che la contraddistingue) (di cui ho trovato solo questa foto d'epoca) e si prende in discesa il sentiero CAI BG 533 per la Maresana (questo è ben segnato, essendo un tratto della celebre Bergamo-Selvino), sempre tra castagni e carpini per tornare al punto di partenza.

Una passeggiata come questa ci voleva, benché si potesse evitare di farla in giacca (presto tolta) e con le scarpe da città (che, ahimè, non si potevano togliere, ma se n'aveva voglia). Il Parco dei Colli andrebbe riscoperto, con tutto che mi manca ancora di percorrere la Valle del Giongo, e sono anni che voglio trovare le sorgenti del Morla. A proposito di Parco, è d'obbligo segnalare l'ottimo sito, da cui - tra l'altro - provengono le foto dei sentieri che ho citato.

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lunedì 22 settembre 2008

Curò in autunnale

Esiste un blasonato legame che lega i fisici alla montagna. Ad esempio, forse non tutti sanno che Enrico Fermi e gli altri ragazzi di via Panisperna erano appassionati di alpinismo. E, anzi, leggo che nell'ambiente accademico di Roma la montagna era tenuta in gran considerazione, e che anche mostri sacri della matematica (Levi-Civita, per dirne uno il cui nome giace sottotraccia alla tesi) condividevano questa passione. Dunque, niente di insolito scoprire che, anche tra noi ben più modesti studenti e laureandi di Milano - Bicocca, la passione è diffusa, ed in più di un'occasione sono i monti a fare da cornice alle nostre "gite sociali". Purtroppo, come al solito, di rinvio in rinvio si arriva a fissare un'escursione come quella di sabato e domenica praticamente all'ultimo fine settimana utile prima della neve (perché ad inizio stagione, quando sarebbe forse più facile organizzare, è più cosa da alpinisti su misto - che da camminatori, per quanto con buona gamba). Ed abbiamo così raggiunto un compromesso scegliendo i due giorni trascorsi, pur cadendo in contemoranea con l'ultima apertura stagionale delle cascate del Serio, e dunque con una folla che invadeva tutto il bacino del Barbellino e Valbondione.

Così, con le persone che, alla fine, sono riuscite ad intervenire - ed eravamo in cinque, tra matematici, fisici e fisici che vogliono passare a matematica - siamo partiti con tutta calma nella mattinata di sabato ed abbiamo raggiunto non Valbondione, bensì Lizzola (dal punto di vista pratico, perché il parcheggio - a differenza di quelli di Valbondione - non ci avrebbe dato problemi, dal punto di vista alpinistico per intraprendere la bella risalita della Val Bondione e la discesa per la Val Cerviera). Iniziando a calcare il sentiero alle undici, ci si inoltra in lieve pendenza nella valle, fino ad incrociare il Sentiero delle Orobie nel tratto Curò-Albani dopo circa un'ora di marcia (sì, probabilmente troverete scritto che ci vuole di più, siamo partiti benino) e si inizia a salire più decisamente tra i rododendri, piegando a destra onde rimontare un gradino e sbucando nella ondulata torbiera che occupa il bacino degli antichi (non so quanto antichi, sulla mia cartina sono ancora segnati) laghi di Sasna, da dove in breve, guidati da un barek (qui per informazioni in merito agli alpeggi della montagna bergamasca) raggiungiamo la baita di Sasna dove - essendo giunta l'ora - ci fermiamo a mangiare.

Alla ripresa dell'escursione, che ormai si svolge in severo ambiente d'alta montagna, inizia a sorgere il problema serio della due giorni, ovvero le ultime ore di vita degli scarponi di uno di noi - si sa come vanno le cose, quando la suola inizia a scollarsi, e si sa che il momento del commiato dalle proprie calzature è ormai inevitabile. Sbuchiamo, dopo qualche tempo, nella piana lunare che si trova alla testata della valle, e che si incunea tra i monti d'intorno, mentre le nuvole attorno alle cime alla nostra destra (cioè quelle sul confine con la Val di Scalve, alla nostra sinistra sono ancora sgombre) decidono di calare e di avvolgerci. Il proprietario degli scarponi sifuli si ferma, mentre ci inoltriamo alla cieca (senza segnavia né omini e sostanzialmente a naso) verso il Lago di Bondione, che troviamo proprio nell'ultimo circo della valle, tenendoci in movimento per non iniziare a sentire seriamente freddo. Riprendiamo a salire, stavolta con molta più pendenza, per guadagnare gli ultimi cento-duecento metri di quota che ci separano dall'incrocio con il sentiero Curò (che unisce l'omonimo rifugio nostra meta con il rifugio Tagliaferri al passo del Venano, quattro ore sopra Schilpario); ma le scarpe si degradano velocemente, ed il passo giocoforza rallenta esponenzialmente. Come non bastasse, siamo sempre più profondamente immersi nelle nuvole e basta rimanere indietro quindici metri per sparire dalla vista. Si sentono anche voci nella nebbia che non dovrebbero essere nostre, ma non incontreremo anima viva (come, del resto, non incontriamo dalla partenza e non troveremo fino all'arrivo). Arriviamo all'incrocio, sotto il passo di Bondione, in quello che non esagero essere per me il posto più suggestivo dell'escursione, sassi sassi ed altri sassi tra le affilate creste che scendono dal Tre Confini, ormai sopra le nuvole. Saliamo gli ultimi metri che ci portano alla crestina che corre sulla destra orografica della Val Cerviera (dunque, guardando da fondovalle verso la testata), con il sole che illumina radente, avanti a noi, i laghetti di Val Cerviera (che raggiungeremmo seguissimo la cresta, ma poi bisognerebbe scende al Curò lungo una non meglio definita "variante" non segnata sulle mie mappe e, soprattutto, a me ignota), ed il Coca in fronte a noi, ed il mare di nubi che si stende sul fondovalle.

Scavalchiamo lo spartiacque e ci abbassiamo rapidamente lungo una traccia innevata (qui ha nevicato in settimana, ed è rimasta una spolverata sui versanti esposti a nord) calandoci nel ghiaione della testata della valle. La Val Cerviera è lunga, e si scende alternadno ampi ed ameni paesaggi ondulati (specie nella parte più alta) a ripidi gradini sui quali il sentiero procede controgradiente, ed il sole cala, ancorché non velocemente senz'altro inesorabilmente, mentre il nostro passo rallenta (il nostro sfortunato collega ormai scende in ciabatte, che hanno più suola degli scarponi) ed io cerco disperatamente di farmi tornare alla memoria tutti i dettagli di questa valle, scesa di corsa saranno ormai minimo due anni, per rassicurare gli altri ma soprattutto me stesso che saremmo arrivati al rifugio senza dover accendere le frontali, e che al rifugio non avrebbero dato via i nostri letti non vedendoci arrivare. La discesa della valle dura due ore, e fortunatamente le nuvole, viste dal di dentro, non erano fitte come quelle dell'altro versante, così ci rendiamo conto quando arriviamo all'imbocco, ad una decina di minuti dal rifugio, sulla comoda mulattiera militare. Alle sette meno un quarto.

Fortunatamente non ci sono stati problemi con i posti letto (una sorta di regolamento dei rifugi dice che, se il prenotante non arriva entro le sei e mezza, il gestore può lasciare il posto ad altri escursionisti), ed abbiamo così preso posto nel rifugio invernale (perché la folla convenuta per l'apertura delle cascate aveva saturato l'estivo, e si stava stretti anche di là), che altro non è se non il vecchio rifugio, con sparante camerate soppalcate. Condividiamo la nostra con due mamme con bambini e (purtroppo) con una compagnia di giovani, chiaramente in totale promiscuità di genere come s'usa nei rifugi. La principale fregatura di stare nell'invernale è dover uscire alle fredde intemperie della sera per raggiungere la sala da pranzo, e soprattutto per sopportare l'incredibile accecante sbalzo termico (accecante, perché appanna gli occhiali che hanno un tempo di recupero più lungo di quello della fotocromia). Mangiamo bene, e beviamo un po' meno - ci consoliamo pensando che sia vino da montanari - e, dopo aver rinunciato a farci servire al tavolo, ci spostiamo nella sala comune per giocare un po' a carte e bere un bicchierino. Tentiamo, con immani sforzi, di insegnare a Chiara la briscola chiamata e quando, dopo un paio di mani fallimentari, rinunciamo decidiamo di andare a letto. Le signore con i bambini non sono andate in camerata da molto, e le troviamo ancora alzate, mentre i nostri compagni "giovani" stanno cantando a squarciagola i cori dell'Atalanta e quelli "da bevuta". Presto, pur con l'inevitabile difficoltà di dormire nel sacco a pelo, ci assopiamo, anche perché sentiamo parecchio nelle gambe la lunga camminata, anche se non fatta a passo di corsa.

Appena preso sonno, sembra che la camera cada a pezzi. La compagnia della Valle Imagna (mentre cantavano a squaricagola chi è nato a febbraio... non siamo riusciti a cogliere da che paese, e come si vedrà il mattino seguente non sarebbero riusciti a rispondere) è stata cacciata a forza dai rifugisti, ed ubriachi fradici e chiassosi cercano di trovare posto ciascuno nel proprio letto, e trovare il telefonino smarrito facendolo suonare all'impazzata. Credo di non aver mai sentito prima di allora una madre bestemmiare, per cercare di zittire l'orda. In quanto a me, sarà che sono addestrato con gli adolescenti intemperanti, sarà che quando sono già a letto deve essere o mio dovere alzarmi o essere tremendo quello che succede, sarà che - a ragione - ho valutato che, quando si cerca di arginare un ubriaco, quello tende a far peggio, fattosta che mi sono girato dall'altra parte sperando che la marea passasse presto; ma non l'ha fatto abbastanza. Ed in più ero ostaggi della mia cuccetta, perché non potevo calarmi (per andare in bagno, ad esempio) in quanto quella sotto di me era occupata da due di loro, che carini. Chiara mi aveva costretto a chiudere l'anta, ché altrimenti ci saremmo svegliati alle quattro (e che ci sarebbe stato di male?), e così sono rimasto ore all'oscurità girandomi nel sacco a pelo, cercando di non appoggiare la testa direttamente sul cuscino, e tentando di indovinare il tempo che passava; finché sono ho realizzato che, sporgendomi, riuscivo a recuperare il telefono, e scoprire così , qualora fossi stato solo, sarei stato in piedi già da tempo. Mi accorgo che Claudio, che dorme di fronte a me, è sveglio, e presto decidiamo, avendo sentito rumoreggiare le signore con i figli, che è ora di levarsi su - abbastanza incuranti dei giovani, che non si capisce perché siano venuti a dormire ed a rumoreggiare quassù, se tanto vogliono vedere le cascate, e quindi devono scendere subito a valle. Beh, subito, quando smaltiranno la sbornia.

Noi, intanto, abbiamo rinunciato al giro in programma, in parte per la questione degli scarponi, in parte per le pessime nuvole basse che preludevano ad una giornata fredda ed umida. Dopo la colazione saliamo, di buon passo più che altro per stare caldi, al Lago Naturale con il rifugio Barbellino, che è ancora immerso nell'oscurità, tra nubi gonfie e la mole imponente del pizzo Strinato, dietro cui si nasconde il sole. Spero sia uscita la foto dell'ombra del pizzo proiettata sullo schermo di nuvole; ci sono cinque gradi scarsi, e ripariamo presto all'interno, dove - avendo definitivamente rinunciato alla briscola chiamata - intavoliamo una partita di Machiavelli; un gioco decisamente troppo anarchico per i miei gusti (io sono devoto alla scopa liscia, per quel che mi riguarda). Ci scaldiamo ciascuno come può (anche usando in modo improprio gli infusi bollenti, e facendo€ onore alla grappa di Paolo) e ci risolviamo a mangiare lì (anche perché l'originale, cioè mangiare all'aperto, è improponibile); dopodiché ci facciamo forza e scendiamo, nelle nuvole sempre più fitte. Non si vede il lago artificale del Barbellino, non si vede il rifugio Curò dal sentiero, scopriamo che l'apertura delle cascate è stata un fallimento, in quanto non si vedevano (e così sta bene a quei giovinastri).

Non è più prestissimo, ed il segnavia dà tre ore fino a Lizzola - tre ore, senza contare il fatto delle ciabatte, ed il sentiero non è un autostrada. La cosa più saggia è che i due che hanno l'auto (io e Claudio) corrano a Lizzola (se abbassassimo i tempi da tre ore a due e mezza sarebbe un affare) mentre gli altri, con tutta calma (normalmente ci vuole un'ora e mezza per raggiungere Valbondione, su una larghissima mulattiera) scendono in paese. Partiamo a gambe levate, scavalchiamo una torma di calmi discesisti, ed in un amen siamo al bivio con il sentiero delle Orobie. Si taglia in piano, su pendii scoscesi, e di quando in quando attraversiamo scarichi di detriti che ci rompono il passo. Come, purtroppo, so bene, la cosa meno sensata per scendere da 1900 metri a 1260 è iniziare a salire, ed ovviamente il sentiero lo fa, ed alterna ripide discese ad incredibili strappi di salita. Arriviamo stravolti (e c'è chi sta molto peggio di me) a Lizzola dopo 1h45'; ed avremmo potuto fare più veloce, se fossimo stati disposti a morire tentandoci. E facciamo bene, arrivando a raccogliere gli altri che sono arrivati da poco più di dieci minuti.

Commiati direttamente a Valbondione, ché le nostre strade si dividono, per comodità. Nonostante la discesa della Valle Seriana sia una delle strade più rischiose, in quanto a traffico, non abbiamo problemi dopo il famigerato semaforo di Colzate - e forse ce ne sarebbe un po' anche all'altezza di Nembro, ma svicoliamo elegantemente per la vecchia strada.

Temo sia finita la stagione dell'escursionismo in alta montagna, a dire il vero con il botto - nel senso, l'ultima è stata la migliore della stagione; e se arrivano le foto (quando le fanno gli altri, l'ottativo è d'obbligo) tutti capiranno il perché.
A meno che il GAP...

Il tragitto dell'escursione su Google Earth.

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mercoledì 20 agosto 2008

Una "Fantonata" - Ardesio 2008


Poiché le cose non vengono mai sole, non basta che stanotte si parta per Parigi, non certo me hortante, o che sia indietro - drammaticamente - con le relazioni di Calcolo, e soprattutto non sia qui a morire d'entusiasmo all'idea di doverle finire, ma ieri pomeriggio sul tardi, mentre annaspavo nelle dimostrazioni, mi chiama Fabio - e contemporaneamente mi emmeesseenna Epo - riferendomi l'invito a passare serata e notte - ed eventualmente giornata successiva - in quel d'Ardesio, alla casa del Geordie che è su in ferie con Pedro. In pratica, il ritrovo della compagnia, ma in Alta Valle.

Questo alle ore diciotto e quaranta, mentre - di lì a poco - ricevevo Fabio e, soprattutto, le sue foto ed i suoi video del campo; ed alle diciannove e trenta si progettava la partenza. Ora, negli ultimi tempi è invalso l'uso di definire una mattata organizzata all'ultimo momento una "Fantonata", perché il Nostro è maestro in queste cose, e - come segno beneaugurale - ci pare buona cosa mettere le nostre trovate sotto la sua protezione; tanto che anche questo post presenta come immagine un'icona del Nostro.

E sono state un diciotto ore intense, sebbene, fì che fó, non che si sia fatto poi molto.

Infilati nello zaino una maglietta di ricambio ed il sacco a pelo, siamo partiti rombando, e fermandoci dopo meno di dieci minuti all'Esselunga di Nembro, dove la nostra strada incrocia la Val Seriana, per prendere qualcosa di cui fare omaggio ai nostri ospiti; tappa, in teoria breve, che al solito si prolunga per quaranta minuti, onde discutere se la differenza di prezzo tra la birra Splügen e la birra Wührer (detta anche Führer) corrisponda al diverso packaging od alla qualità diversa, o scendere a compromessi tra la qualità del vino ed il costo per il nostro portafogli. Poi, ripresa la strada, arriviamo ad Ardesio sul far della sera, mentre una pletora di ragazzini frequenta l'oratorio e l'antioratorio, entrambi davanti alla casa che ci ospiterà, e troviamo anche l'Anello mancante della nostra compagnia, ovvero il TAR.

Ci siamo dunque tutti e, parzialmente deludendo le aspettative di Fabio in merito a lasciarlo cucinare, il Pedro ed il Geordie hanno già approntato la cena, e dunque a noi spetta solo l'aperitivo - che, col nostro solito costume, rende di fatto la cena superflua, o meglio una stomegata. La cena, abbastanza incuranti dei vicini che - probabilmente - hanno tutta l'intenzione di dormire, si protrae a lungo, mentre mangiamo un chilo di pasta in sei, ci riempiamo di salame nostrano, decidiamo che la birra Führer non fa per noi, o noi non facciamo per questa birra, ed ascoltiamo e ridiamo sguaiati in merito ad aneddoti vecchi di un decennio, od a quelli nuovi, se possono essere utilizzati contro qualcuno dei presenti. Senza un vero motivo, mentre l'orologio si porta verso la mezzanotte, usciamo a passeggiare per Ardesio; ci fermiamo all'oratorio per le caramelle, ma ormai gli unici frequentatori sono gente del tutto sbiellata, e - dopo aver girato fino alla piazza del mercato, senza aver trovato nulla né nessuno - ci fermiamo all'unico bar dall'aria decente del paese, serviti da una cameriera sosia rustica di una giovane Gianna Nannini, e cerchiamo di capire cosa abbiano le quattro ragazze del tavolo a fianco da fare di divertente a Valgoglio (visto che là ci sono solo condotte forzate). Al rientro a casa siamo cotti, messi alla prova e vinti dalla sola cena. Ma il meglio deve ancora venire

Dopo essermi svegliato alle otto in una casa silente, disturbata - ma è il giusto contrappasso - solo dai vicini che si urlano qualcosa da un balcone all'altro, mi impossesso del libro che la sera prima sono solo riuscito ad adocchiare, ovvero Toponomastica del comune di Albino, che però mi lascia presto molto perplesso, perché - se alcune delle tesi ivi esposte sono condivisibili - mi lascia molto perplesso, ad esempio, decidere in modo all'apparenza arbitrario che una volta il termine ha una radice, che so, illirica, ed un'altra una radice ligure, con significati diversissimi, quando le due parole sono identiche. Perché, ad esempio, Bondione dovrebbe c'entrare con l'acqua, e Bondo con i recinti. Poi ci si alza tutti, più o meno presto, specialmente se raffrontato con gli orari a cui mi aveva abituato, soprattutto, Geordie al mare, ed un commando esce per comprare le brioches, mentre un'altra task force prepara il caffè ed il latte.

Dopo la colazione ci prende il dubbio di cosa fare, per riempire le ore prima del pranzo, dopo il quale saremmo dovuti tornare a scendere; ed abbiamo deciso, per ingannare il tempo, di cucinare ininterottamente; abbiamo così avuto zucchine saltate in padella e soffritte, e zucchine impanate e fritte. Bocconcini di pollo delizia, anche se avremmo voluto le mandorle ed abbiamo deciso all'ultimo secondo di non sostituirle con le arachidi salate, e pasta al sugo; poiché alla COOP locale erano sforniti, se non di commesse gradevoli, di gamberetti. Poi, petti di pollo crudi - tanto per provare - ed anguria alla panna montata; in realtà, un innominabile coacervo di sapori, perché mi sembrava il caso di provare. E, dopo aver litigato alquanto con il cavatappi sbilenco, anche bagnato dal miglior vino che avevamo a disposizione, un Valpolicella del 2005 - consumato con moderazione, anche perché una bottiglia per cinque non permette di bere più di tanto, e poi si doveva guidare, ed andare a casa a studiare (cosa non fatta, my fault). Per poi tornare giù, decisamente satolli ed a rischio appiocco, anche perché la quantità di pasta era la stessa della sera di ieri, ma eravamo in uno in meno e c'era molto altro da mangiare.

Attualmente, è allo studio per il mio rientro da Parigi una due giorni escursionistica con l'anello Valbondione-Coca-Curò, non fosse che c'è da svegliare un po' Fabio che ha sempre paura di aver male alle gambe; intanto, le sette ore dell'altro giorno, smarriti tra i contrafforti e le nebbie del Pizzo Tre Signori, non hanno avuto un grande effetto fisico, ma ora la montagna in questione è nella mia lista nera, come lo è stato per un paio d'anni il Resegone; cioè in quella delle cime da salire a qualsiasi costo. E vedremo chi è più duro.

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venerdì 25 luglio 2008

Un po' di sassi (Rifugio Benigni)

Avendo finito con gli esami (in realtà, avendo finito la sessione di luglio, perché me n'è rimasto indietro uno a settembre), ieri ho celebrato a mio consueto modo l'inizio delle (più o meno) ferie con un'escursione in montagna. Benché all'inizio avessimo valutato, Epo ed io, che si sarebbe potuti proficuamente andare al rifugio Baroni al Brunone, alle pendici del Redorta, ma poi la pigrizia, e soprattutto la voglia di passare una giornata divertente, e non di cupa fatica, ci ha fatto ripiegare sul rifugio Benigni al Lago Piazzotti, tra la Val Brembana (che per me è ancora abbastanza ignota, fatto salvo l'ampio spartiacque con la Seriana) e la Valtellina, perché mi ricordavo che fosse una salita di medio impegno - e, soprattutto, c'è il famoso Canalino che avrebbe reso la gita diversa dalla solita camminata.

Ricordavo male, perché quella che pensavo essere una salita di un mille-milleduecento metri di dislivello per tre ore-tre ore e mezza di tempo (ricordavo nel senso che pensavo di aver letto) si è rivelata, una volta presa in mano la cartina e confrontati i segnavia del CAI (fino al Canalino l'ottimo sentiero 108, poi ci si immette sul Sentiero delle Orobie Occidentali, 101 CAI BG), con una quasi passeggiata dai 1500 ai 2222, per un tempo previsto di due ore (ed effettivo di 1h40').

L'attacco del sentiero è lungo la strada che da Cusio va ai Piani dell'Avaro, dismessa località sciistica che i comuni della zona stanno studiando di far tornare viva, nei pressi della baita degli Sciocc. Il sentiero sale, dapprima costeggiando la strada ma innalzandosi sopra di essa, in un bosco rado e, nonostante sia abbastanza stretto, non dà nessun problema. Dopo una decina di minuti (i tempi sono calcolati col nostro passo) il sentiero piega a destra, uscendo dal bosco ed immettendosi nella bella Val Salmurano, che sale fino all'omonimo passo. Con qualche impercettibile saliscendi (che si fa più percettibile solo in discesa) si costeggia una baita, attualmente "scarica" ma di sicuro ancora in funzione, e si attraversano in qualche modo due torrenti che scendono dalla nostra destra. È passata una mezz'ora dalla nostra partenza, e fino a questo punto saremo saliti sì e no di cento metri. Il sentiero, ora, si impenna per superare un dosso che ci porterà nella parte alta della Valle di Salmurano, e si placa solo nei pressi della Fonte S. Carlo (è pieno di fonti S. Carlo, su questi monti) a poco meno di 1800 m. Da qui, il percorso nella parte bassa della valle è una traccia chiara nel verde dei pascoli.

Spogliato il primo strato di copertura (al mattino faceva decisamente fresco, ed anche adesso, all'ombra, non è che si scherzi), riprendiamo a salire lungo una mulattiera militare (a tutta prima) che, con pendenza costante, si dirige verso il passo di Salmurano (2017 m), che separa il versante orobico dalla Valgerola. Il sentiero sta relativamente alto sopra il fondo della valle, occupato dai ruderi di un paio di baite e dal greto del torrente Salmurano, e piega verso ovest (dunque, a sinistra) tagliando un centocinquanta metri più in basso il costone erboso che porta al passo. Un paio di varianti, una prima della svolta, e l'altra quando il sentiero raggiunge le pareti rocciose in cima alle quali è appollaiato il rifugio (ma ancora non lo sappiamo, perché abbiamo proceduto faccia a terra, fino a questo punto) permettono di portarsi al passo, ma ormai noi siamo in vista del Canalino e procediamo per la nostra via. A memoria (quindi chissà quanto sia vero) sapevo che il canalino è certo facile, ma prevede qualche passaggio di tipo più alpinistico, anche se non supera il II grado, ma a dire il vero la salita la facciamo talmente di slancio che è più il divertimento che altro. Sì, c'è una placchetta che non si può superare praticamente a caso come tutto il resto, ma niente di che.

Comunque, superati i cento metri del canalino, uno potrebbe pensare di essersi meritato l'arrivo...invece non è così, e dopo un piccolo pianoro da cui si osserva, ormai sotto di noi, il passo di Salmurano, c'è ancora un quarto d'ora abbastanza ripido per superare l'ultima bastionata, tra l'altro reso ancora più antipatico dalla ormai evidente bandiera del rifugio, che rimane sempre ferma sopra le nostre teste. Finalmente arriviamo, al piccolo ma simpatico rifugio, da cui un'incredibile vista spazia su tutto il gruppo Scalino-Disgrazia-Bernina, e le altre cime delle Alpi Retiche che fanno da cornice, bianche di neve e ghiacciai. La giornata è talmente limpida che, con l'aiuto del potente binocolo di Epo, riusciamo a vedere due cordate impegnata nella salita del ghiacciaio del Bernina!

Dopo un minimo di relax, durante il quale abbiamo raggiunto la rosa indicatrice delle cime dei dintorni, posta ad un cinque minuti dal rifugio, abbiamo percorso i pochi passi che lo separano dal Lago Piazzotti, per osservare da vicino il metodo di raccolta dell'acqua (il lago, come appare evidente, non può che essere alimentato da sorgenti sotterranee, in quanto è troppo ampio per essere pluviale né ci sono torrenti che vi si immettono, e l'acqua per gli usi del rifugio viene derivata dal lago. Peccato che non sia potabile, e che un'ordinanza vieti di berla). Prima di pranzo, abbiamo deciso di fare due passi per ingannare il tempo e farci venire appetito, ed abbiamo iniziato a salire verso la cima di Valpianella ma poi (eravamo sempre venuti per divertirci, e non per sudare più di tanto) abbiamo abbandonato la traccia di sentiero giocando ai piccoli Kaiserjaeger (e non Alpini perché andiamo in Alto Adige ai campi estivi), cercando di attraversare a vista, tra i grossi massi e i lastroni della conca al cui fondo si trova il lago, fino a raggiungerne le sponde dal lato opposto rispetto al rifugio, e di lì tornare per pranzo. La cosa ci impegna per una mezz'oretta, durante la quale abbiamo modo di renderci conto di quanto siano diffusi gli stambecchi su questi monti. Ne avevamo visto uno in lontananza arrivando al rifugio, ed un paio che scendevano lungo le balze della cima di Piazzotti orientale, sulla quale è costruito il rifugio, ma facendo questo giro incontriamo: stambecchi che ci attraversano il sentiero, stambecchi che ci osservano con faccia di tola, stambecchi che fanno cozzare gli uni contro gli altri le corna, stambecchi che scappano quando, calandoci nel nostro giro del lago in una conchetta, ce li troviamo davanti e (più tardi, al rientro) una famiglia completa di sette stambecchi, di cui due cucciolissimi, che beatamente prende il sole a dieci metri dagli umani. Talmente tanti stambecchi, che ad un certo punto ci siamo stancati di fotografarli. Dopo aver mangiato, ed aver organizzato una gara di bouldering, in cui siamo arrivati fino al livello 3 (conglomerato, salita in aderenza), abbiamo intrapreso la discesa (durata poco più di un'ora e dieci), trovando solo un minimo di difficoltà nel fare a ritroso la placchetta di II grado del canalino. Epo (non so come) è rimasto in equilibrio sulla "lama" della placchetta, mentre io mi sono calato (dopo aver superato un primo passo sulla medesima lama, perché non si riusciva a scendere subito) nel canaletto sulla destra che, percorso fino in fondo, arriva alla base della placca, dove poi si traversa a sinistra e si trova il segnavia. Il resto della discesa è quasi una passeggiata.

Tutte le foto giudicate degne di essere ricordate si trovano nella cartella del mio fotoalbum.
Come di consueto, è disponibile un file con il tracciato di Google Earth dell'escursione (parzialmente dovuto al CAI di cui ho "copiato" il percorso dei sentieri.

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giovedì 17 luglio 2008

Ritorno in Val Zebrù

Non c'è più religione! Stavo scordandomi anche della relazione della gita delle medie del CRE di questo martedì. Non che la questione sia la gita in sé, di cui infatti, anche volendo scriverne, non che ci sia molto da dire. Ma, essendo la gita un'escursione in montagna, è necessaria la relazione che segue ogni mia girata.

Tra l'altro, riguardo la nostra meta avevo la nostalgia dell'infanzia passata, perché quando ero alle elementari ogni tarda primavera facevamo un'uscita di qualche giorno in montagna, ed in terza elementare eravamo stati (ne sono certo, passando per l'Aprica e non per Lecco-Colico-Sondrio), appunto, a Sant'Antonio Valfurva, e le due escursioni impegnative (per un bambino di nove anni, intendo) erano state appunto la Valle dei Forni e la Val Zebrù. E, in particolare - ma faventes le migliori condizioni meteorologiche ed alcune nuove amicizie di quel giorno - avevo apprezzato la Val Zebrù. Ora, sono certo che oggi come oggi avrei preferito il roccioso, severo e brumoso clima di quella giornata al cospetto del ghiacciaio dei Forni, e non il verde ridente di larici, abeti, e pascoli punteggiati di baite, con tanto di rumoroso e spumeggiante ed impetuoso torrente, ma allora non c'era stato gioco, ed avevo in mente una specie di venerazione per la Val Zebrù. Al punto che le quattro ore di pullman per raggiungerla (la statale dello Stelvio era ancora interrotta per le frane di domenica, e la deviazione ha comportato una lunga coda, e per fortuna che ci avevo pensato ed avevamo i DVD del Signore degli Anelli per ingannare il tempo) non mi erano un peso.

Arriviamo, con arditi tornanti - decisamente arditi, per i nostri tre pullman granturismo - al borgo di Niblogo, dove scendiamo e perdiamo subito un quarto d'ora perché tutti i ragazzi muoiono di fame e devono mangiare. Alle undici meno un quarto del mattino. Poi ci dividiamo in gruppetti di una ventina di persone, perché abbiamo cinque guide alpine e del parco che ci accompagneranno spiegando quello che incontreremo - e sulla falsariga di quello che ci insegnavano alle elementari, ma in effetti per noi allora erano novità, e lo erano anche per curato, suora e ragazzi delle medie che non avevano fatto le medesime cose in più tenera età. Formiamo un gruppo di volontari più camminatori, e ci inoltriamo sull'ampia, comoda, quasi autostradale mulattiera - di origine militare - della valle. La nostra guida ha la filosofia del non è importante fare le corse, ma guardarsi intorno ed imparare il più possibile, così la passeggiata, già di per sé alquanto amena, diventa la cosa più riposante che abbia fatto da secoli. Nonostante l'assurdo chiasso che producevamo - e, secondo me, se avessimo corso di più presto l'avrebbero piantata per risparmiare fiato, ma così non c'è stato verso - abbiamo avvistato un gruppo di stambecchi ed il gipeto, anche detto avvoltoio degli agnelli (ecco, questo era stato appena reintrodotto, l'ultima volta, e non l'avevamo visto, ma le aquile). L'unica è che, con questo passo, presto è venuto il tempo di fermarsi per pranzo, ed anche se, in seguito, il nostro gruppo di camminatori è ripartito in "salita", praticamente sulle tracce dei miei ricordi di cui avevo messo a parte la guida, fino ad arrivare, dopo aver attraversato diversi torrenti che tagliavano la strada, ad un ponte sullo Zebrù ed al gruppo di baite che era stata la nostra meta della gita alle elementari (e non ho osato dire che, allora, il gruppo dei camminatori più tosti era arrivato ancora più su, fino ad un ristoro) - anche perché siamo dovuti scendere di corsa, essendo la meta non più Niblogo ma il paese di Sant'Antonio, e dovendo quindi mettere in conto una discesa non breve, per giunta rallentata da quanti del nostro gruppo avevano ormai mollato.

Ma la cosa migliore è stata senz'altro il fatto che avesse fatto brutto tempo nei giorni precedenti, e che la giornata fosse tersa e radiosa, ed i monti tutti imbiancati. Si vedevano ovunque tracce del violento disgelo - è comunque metà luglio - e cascate, cascatelle, spruzzi e nastri d'argento scendevano da tutta la bastionata rocciosa del Monte Cristallo. E credo di essere stato il solo ad aver avvistato i pennacchi di neve sollevati dal vento che spazza le creste. Anche se, in effetti, abbiamo camminato troppo poco, e piano, per i miei gusti. Ma, ad aver tempo, in quattro ore si raggiungerebbe il rifugio V Alpini, al cospetto del Gran Zebrù - non fidatevi delle indicazioni CAI-Stelvio, che sono a misura di milanese zoppo. E mi sa che è da fare.

Informazioni logistiche: la Val Zebrù è una trasversale della Valfurva, che sale da Bormio al Passo di Gavia. Presso la frazione di Sant'Antonio Valfurva si prende a salire a sinistra, e si raggiunge la località Niblogo dove termina la strada asfaltata e si deve lasciare l'auto. Poi ci si inoltra lungo la comodissima sterrata, seguendo gli onnipresenti cartelli del Parco Nazionale dello Stelvio, e si prosegue più in piano che in salita praticamente fino a quando non si è paghi di quello che si è visto. Se uno non è mai appagato, continuerà a salire fino al termine della strada, e poi su sentiero risalendo i ghiaioni, fino al rifugio V Alpini a 2877 m, e poi eventualmente a divallare presso il passo di Zebrù.

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domenica 29 giugno 2008

UniGrigna

Sabato giorno, dopo oltre un mese di procrastinature, è venuto finalmente il momento per la gita sociale delle discipline scientifiche (per davvero) dell'Università degli Studi di Milano Bicocca. La meta, essendo che diamo al lecchese Chiesa l'onore e l'onere dell'organizzazione, la Grigna meridionale. È abbastanza ozioso descrivere il percorso, anche perché ci ero già andato in tempi recenti e quindi esiste un post dettagliato. Di certo, c'ero andato in tempi più recenti che non Chiesa, il quale già a metà salita lamentava che, in fondo, non era stata la scelta di escursione più piacevole ed opportuna, ma terribilmente noiosa.

Tra il Sole che picchiava (e di cui ho nuovi piacevoli souvenir cutanei), le difficoltà organizzative per il trasferimento Lecco-Piani Resinelli, ed il ritmo non propriamente da bersaglieri che abbiamo tenuto, siamo stati in giro tutto il giorno. Senza goderci un granché nemmeno il panorama, perché insieme a noi sono salite le nuvole e, nonostane ci fosse il sole, tutti i panorami erano preclusi da grigi vapori, non si sa se d'afa o di pioggia, ma io propendo per la prima.

Ma sono dettagli. Ho scoperto, ad esempio, che anche miei insospettabili colleghi hanno una carriera da animatori d'oratorio, ed ho recuperato idee per due giochi nuovi. E, come già l'anno scorso, buona parte della conversazione ha verso sulla diatriba romani vs. ambrosiani. E siamo venuti a sapere che Claudio Quadrelli ha sbaragliato tutti, e si laureerà in matematica il 14 luglio. Invidia. E pure che i miei colleghi del corso di MQ erano già venuti a sapere che il professore aveva scoperto il mio blog, e che nessuno si era curato di farmelo sapere, che io magari già da allora mi moderavo.

La prossima gita in programma, ma con una clientela selezionata, dovrebbe essere lo scavalco delle Orobie. A settembre. Si vedrà.

La foto è l'unica mia foto di ieri. Mi dovrebbero arrivare le altre dai miei colleghi.

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mercoledì 11 giugno 2008

Valbondione 2008

Per il secondo anno, appena terminate le scuole si parte per un paio di giorni di formazione per gli animatori del CRE. E, per il secondo anno, capita esattamente a cavallo dei miei esami. L'anno scorso si era rimediato salendo dopo il primo giorno, superato l'esame di laboratorio di fisica. Quest'anno si è dovuto fare diversamente, perché l'esame è domani; e scendere ieri sera, perché in teoria dovevo essere a Milano stamane, e perché non credevo si potesse studiare così bene in montagna, modulo trovare il tempo di farlo. Ad esempio, niente distrazioni come questa.

Sveglia traumatica lunedì mattina, perché - al solito, ormai è un vizio - non avevo preparato niente in anticipo, ed in mezz'ora scarsa preparare lo zaino (ed il pranzo) per la montagna e la borsa per la vita normale, nonché caricare tutto in auto - misteriosamente lasciata in strada da mio fratello -, e quindi dover fare l'andirivieni tra la scarpiera, dove ho tutta l'attrezzatura, e fuori. Corsa folle per le poche centinaia di metri da casa alla chiesa di Scanzo, dove si iniziava con la Messa, ed arrivare a metà prima lettura (fantastiche, le messe feriali: erano solo le otto e tre). La solita perplessità nel vedere mammine accompagnare i pargoli sedicenni che mancheranno di casa per ben due giorni e mezzo, ed la consueta spola tra oratorio e piazzale, per caricare l'autobus. Valigie dal volume di un metro cubo. Non capire perché a me tocca portare lo scatolone delle varie ed eventuali, che avrà pesato venti chili, ed a quello che avevo accanto lo scatolone delle brioche, che se pesava tre chili era tanto. Dovendo scendere prima, salgo in auto, con l'incarico di precedere il pullman per far trovare aperta la casa, sita in posizione ignota perché era la prima volta che ci andavamo. E, mentre mi fermo a fare benzina, a Casnigo - probabilmente non avevo maturato abbastanza vantaggio - l'autobus mi passa, e per i successivi venticinque chilometri di valle non c'è verso di passarlo. Arrivo, dunque, sette secondi dopo gli altri.

La giornata non è bella. Cielo coperto, inquietanti addensamenti attorno alle cime. Il programma era tirarsi a bolla, e salire al rif. Coca. La tenutaria della casa vacanze ed io rimaniamo dell'idea che la cosa migliore sia seguire il programma, perché - nonostante sia molto più pesante - salire al Coca è rapido, e si sarebbe riusciti ad arrivare su asciutti. Il don, supportato dagli altri - non dagli adolescenti, per cui la scelta era rimanere in casa - dispone invece il Curò, un'ora in più di salita ma sentiero che si potrebbe fare anche con i tacchi (ed una volta ho incontrato una che lo faceva). Purché si parta in fretta, raccomandiamo, si va. Ci dividiamo in tre gruppi-velocità, ed iniziamo la facilissima marcia. Quando si esce dal bosco, la sorpresa del fragore delle Cascate del Serio, che di solito vengono aperte tre giorni all'anno per la gioia dei turisti, ma le condizioni del tempo (in paese ci hanno detto che sono due mesi che piove tutti i giorni) impongono di sversare i bacini idroelettrici. Arriviamo sotto una pioggia fine, che quasi non bagna, all'attacco della direttissima (si guadagna quasi mezz'ora, rispetto alla panoramica), e saliamo. Il primissimo tratto, su fondo di terra, è franato e ci dobbiamo improvvisare equilibristi per qualche metro. Poi si inizia a calcare la roccia che - sebbene fradicia - non ci dà nessuna difficoltà. Vedere dal basso dove sbucheremo, a quelle lontanissime bandierine che garriscono al vento, è impressionante. Ma chi ha un minimo di pratica sa che non è difficile come sembra risalire il costone di roccia, mantenendosi sulla sinistra ed aiutandosi, in un paio di passi, con le mani e le catene. Beltrame di Valbondione-Rifugio, 1h30'. Non male; anzi, record. Il rifugio Curò del CAI di Bergamo (1895 m) dovrebbe essere ancora chiuso, ma i rifugisti - nuovi, dall'anno scorso - l'hanno già aperto per preparare la stagione, e stanno anche ospitando degli scialpinisti. Se li avessimo avvisati per tempo, avrebbero anche preparato per il pranzo. Noi, in realtà, avevamo tutti (eccetto uno) il pranzo al sacco, ma non si può transigere sulla birra dei primi arrivati, e nemmeno tutte le altre golosità da rifugio. Il resto del gruppo arriva nella successiva ora e mezza, gli ultimi sotto una pioggia che si è fatta battente a dir poco. Il bacino artificiale del Barbellino, pieno oltre l'immaginabile, si perde nelle nuvole. Gli ultimi che arrivano, pantofolai e costretti alla direttissima dai propri accompagnatori per prendere meno acqua possibile, lamentano la peggior esperienza di montagna della propria vita, e di aver pianto. Per quanto mi riguarda, non riesco a sopportare di restar fermo in un rifugio, specialmente come quello del Curò, con mille belle cose da vedere senza sforzo, per più di un'ora, e mi avventuro, impermeabilizzato il più possibile, fino alla diga. Al mio ritorno ha quasi smesso di piovere, e con un piccolo gruppo ed il don usciamo per una nuova passeggiata; di nuovo alla diga, dove avvistiamo un branco di camosci che lecca il sale che trasuda dal cemento, e le opere idrauliche di troppo pieno che compiono il proprio prezioso lavoro. Il sentiero per il Lago Naturale, che doveva essere naturale proseguimento della gita, è lambito ed a tratti invaso dalla neve. Diventa l'occasione per battagliare. E perché una, camminandoci sopra, sprofondi fino alla vita in seguito al crollo di una "grotta di neve". Rientriamo al rifugio che ha ripreso a piovere, e disponiamo l'inizio della discesa. Non piove poi così tanto. Parto per ultimo, avendo il tempo di gustare altre specialità etiliche di montagna, ed inizio una corsa in discesa con l'intento di raggiungere i primi, avanti d'un quarto d'ora e che non stanno certo fermi. Improbabile la direttissima in discesa, si tagliano un po' i tornanti della panoramica, e prima del bosco si raggiunge la testa del gruppo. Sono in fuga i primi tre, e non c'è verso di prenderli. L'obiettivo diventa allora un altro, dimostrare che esiste una scorciatoia dal sentiero standard a quello del Coca, che volevo facessimo al mattino. In effetti, arrivo in paese per primo (ma quelli che inseguivo si erano fermati al termine del sentiero, non si saprà mai chi ha prevalso), dopo essermi praticamente gettato giù per la linea di massima pendenza del bosco - il sentiero c'era: ricordavo bene!

La casa vacanza è di lusso, con tanto di bagni in camera. E qualche problema dovuto al fatto che le donne si sistemano sempre all'ultimo piano, ed hanno a lamentarsi perché non arriva loro l'acqua calda, e proprio devono scendere seminude nelle camere dei maschi per finire la doccia. Già alle sei si capisce che sarà una lunga notte. Cena e servizi in fretta e furia perché gioca l'Italia, mentre io, in un angolo, studio le interazioni elettrodeboli. Quelli che non escono a cercare un bar dove veder perdere la Nazionale si preparano a vedere un film degli otto che il don, non sapendo decidere, ha portato. La spuntiamo con N., di Virzì. La notte non è particolarmente traumatica; bisogna solo (nell'ordine): cacciare quelli che si nascondono negli armadi delle ragazze, murare le finestre di quelli che, incuranti della morte, l'amore spinge ad arrampicarsi alle finestre del piano di sopra, e fare un intervento antiincendio spinti da fumo anomalo proveniente da una camera.

Non riuscendo a dormire in un letto non mio, sveglia alle cinque e mezza il giorno dopo. Così riesco ad intercettare la suora prima che scenda in bassa valle a fare gli esami di terza media, ed a farmi dare le istruzioni per colazione e pranzo. Un paio d'ore di studio tranquillo, e preparare la colazione per quaranta affamati. Poi, in mattinata, lavori per fasce d'età; una gru che lavora un cento metri sopra, nel manovrare, prende i cavi dell'alta tensione e lascia al buio (e, per via del sofisticato impianto antincendio, noi anche senza gas) metà paese. Pranzo freddo, con il riso cotto la sera prima condito con tutto l'edibile, dopo aver scartato la mia fantastica proposta di fare del sushi di carne con le fettine avanzate dalla sera prima. Nel pomeriggio ci si divide per "luogo di lavoro", onde predisporre laboratori ed accoglienza del primo giorno. Per quanto mi riguarda, uno dei responsabili di Scanzo (medie). Me l'avranno ripetuto dieci volte, di lasciar lavorare i ragazzi, che organizzino loro l'accoglienza, e non mettere becco. Obbedisco, ma sia chiaro fin d'ora che (nel più politicamente corretto dei toni) l'accoglienza che è stata predisposta non incontra la mia sensibilità. Io credo, nemmeno della media dei ragazzi delle medie. Ma le signorine-animazione, d'altro canto, credono di aver ragione loro; ed ai posteri l'ardua sentenza. Fosse per me, non scenderei mai. Ma, prevedendo di dover andare a Milano il mercoledì (cosa poi saltata, e quindi inutilmente) avevo detto a mio fratello (dice lui, io non ricordavo) che martedì sera poteva avere l'auto, e quello mi chiama e fa chiamare tre volte, per dirmi di scendere subito a consegnargliela. Carico le mie cose, dunque, mentre gli altri preparano la messa, e volo (letteralmente, chi è salito in macchina con me sa come fa quando passa i cento all'ora) giù per la sgombra strada della valle. Per (spiace ribadirlo, ma mi è rimasto qui) sapere che potevo restare su. In ogni caso, non si può tornare indietro, anche perché alcune cose che devo studiare non me l'ero portate, prevedendo il rientro.

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lunedì 2 giugno 2008

Rifugio Olmo

Se perfino morto un Papa, se ne fa un altro, figuratevi cosa si fa quando salta una gita in montagna. Se ne fa un'altra. E così, accantonata la Grignetta, con un gruppuscolo di irriducibili montanari ci siamo trovati questa mattina a Rosciate, pronti per una meta alternativa. Anzi, pronti con una rosa di mete alternative. Considerato l'intento di non passare tutta la giornata calcando sentieri, ed il cielo velato, ci risolviamo su una meta di media lunghezza e di medio impegno, il rifugio Olmo (1819 m) del CAI di Clusone, alle pendici occidentali della Presolana.

L'attacco del sentiero è a Rusio, piccolo ed amenissimo borgo montano in comune di Castione, nei pressi di un apparentemente piccolo punto di ristoro - che scopriremo enorme, almeno a giudicare dal numero di auto parcheggiate al nostro ritorno - al di là del torrente che scende dalla Valle dei Mulini. Qui, un'ampia mulattiera agevolmente percorribile con fuoristrada sale, dapprima placidamente poi con sempre maggiore ripidità e costanza, nel bosco di mezza montagna, punteggiato dai mille e più cartelli segnaletici disposti da tutti i possibili enti montani, e più; al punto che è straniante avere tra le mani una cartina che segna un sentiero, e doversi fermare a leggere le indicazioni agli incroci come e peggio che alla periferia di qualche grande città.

Dopo tre quarti d'ora di salita senza requie si esce dal bosco, e tra gli arbusti appare, finalmente, il profilo della Presolana nella cui direzione iniziamo a puntare decisamente. Poco dopo un dosso il sentiero, finalmente, smette di tirare come un maledetto e procede, invece, in falsopiano lambendo alcune malghe, in questa stagione così acerba ancora vuote. Quando ormai sembra che ci si stia tranquillamente dirigendo verso il passo non più così lontano, i segnavia - traditori - lasciano la mulattiera e si innalzano in un pascolo, per un sentiero che, in caso di pioggia, ha tutta l'aria di apparire come un fiume in piena. Fortunatamente, pochi minuti dopo il sentiero torna ad assumere un andamento subpianeggiante, tagliando a mezza costa il pendio, innalzandosi con gradualità sempre più alto sopra questa conca di pascoli, e puntando in maniera sempre più convinta verso il passo Olone, che raggiunge dopo un ultimo strappo, dopo due ore dalla partenza. Superato il Passo il sentiero si butta, ripido, sulla destra, ed in pochi minuti raggiunge il poggio, a dire il vero abbastanza sacrificato, su cui sorge il rifugio Olmo.

Sono da poco passate le undici e un quarto, ma lo sforzo fatto si fa sentire e consumiamo un pranzo anticipato. Mentre pranziamo, notiamo come le marmotte - appena svegliate dal letargo - siano estremamente minute rispetto a quelle che sono abituato ad incontrare in stagione inoltrata, ed anche o temerarie per la fame o intontite per il risveglio, perché non mi era mai capitato di riuscire ad avvicinarle tanto. Intanto, il tempo volge al peggio, mentre un gruppo di escursionisti che abbiamo trovato al rifugio ci umilia, giungendo in meno di venti minuti in vetta al Pizzo Olone, affrontanto e superando la cresta in cinque minuti scarsi.

Avvicinandosi i vapori con una manovra a tenaglia, da dietro il passo di Polzone alle nostre spalle e salendo dalla Valzurio di fronte a noi, ci ributtiamo gli zaini sulle spalle ed affrontiamo la brevissima ma intensa risalita al passo Olone. Inzia poi una lunga discesa, che a sprazzi ci vede bagnati dalla pioggia che ci insegue, scendendo dalla Presolana, finché non inizia a piovere con una certa convinzione non appena torniamo sulla mulattiera. Il tempo ci convince a non tentare percorsi alternativi, ma non appena andiamo oltre il punto di non ritorno, ovviamente, smette di piovere e ritorna l'afa che ci aveva fatto amorevole compagnia anche nelle prime ore dell'andata.

Raggiunto il torrente, decidiamo (decido, a dire il vero) per una svolta avventurosa - necessaria dopo aver ascoltato l'assurda trama del nuovo Indiana Jones - che si conclude con un mezzo bagno, dopo aver mal calcolato la larghezza di uno dei bracci in cui l'acqua si divideva.

Come sempre, è stato realizzato un file di GoogleEarth con il percorso affrontato, e qui sono state pubblicate alcune delle foto di oggi.

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domenica 25 maggio 2008

Proposta

Io propongo ufficialmente questa meta per un'escursione da farsi venerdì prossimo. Adatta a tutti. (le foto sono prese come oggi, due anni fa)


I prati dell'Alpe Corte Bassa (1400 m)


Lago Branchino (1800m e rotti)

Al cospetto dell'Arera e della Corna Bianca

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venerdì 23 maggio 2008

Cornagera e Poieto

Questa gita in montagna era sulla mia agenda da tre settimane. Si decide, in accordo con i compagni d'università interessati, una data che vada bene a tutti; si passano due settimane, quasi, ad individuare un itinerario che ci metta ad un piano superiore rispetto ai bambini di dieci anni ma che non comporti eccessive sofferenze da parte di quanti sono meno esperti ed allenati. Poi arriva il maggio più piovoso a memoria d'uomo, ed ecco che quello che, fino a qualche giorno prima, era un'assodata certezza si tramuta in un terno al lotto.

Salta l'ascensione in Grignetta di domani con tutta la folla di colleghi, e fino all'ultimo rimane in dubbio anche quella di oggi. Poi le mie previsioni del tempo, cioè quelle su cui di solito faccio affidamento, ci hanno assicurato bel tempo almeno di mattina, e abbiamo deciso di andare lo stesso. Perdendo per strada le donne della compagnia, che non volevano bagnarsi. Inutile dire che non solo non ci siamo bagnati, ma a tratti abbiamo anche quasi preso il sole.

Ad ogni modo, come avrete intuito dal titolo, oggi siamo saliti sulla Cornagera e sul Poieto.

I due monti sono rilievi relativamente modesti (non superano i 1400 metri) che si elevano dall'altopiano di Selvino-Aviatico, nota zona di villeggiatura estiva per milanesi, ed infelice tentativo di sviluppo sciistico negli anni sessanta e settanta. Resistono milioni di seconde case di dubbio gusto pseudosvizzero ed impianti di risalita arrugginiti. Dopo essere passato, di primo mattino, a raccattare la mia compagnia alla stazione di Bergamo, siamo saliti a Selvino per la celebre strada delle curve scagazzo ed Osvaldo, anche se - da quando è stata ampliata per migliorare la sicurezza - molto meno fascinosa di una volta. Attraversiamo l'Altopiano e troviamo il parcheggio esattamente all'imbocco del sentiero, sui 900-1000 metri, che inizia a salire ripido in un bosco fitto e saturo d'umidità; al punto che un tale che lavorava in giardino, appurata la nostra meta, ci metteva in guardia del fatto che i sentieri erano bagnati. Non l'avremmo mai detto. Comunque, dopo un primo tratto quasi ripido ed abbastanza difficoltoso, perché il fango su tutto il sentiero rendeva problematico salire, nel giro di una ventina di minuti abbiamo raggiunto il margine del bosco, e tra una nube e l'altra abbiamo iniziato ad intravedere le pareti rocciose della Cornagera, ed a risalire - tenendoci sul bordo - un primo grosso accumulo di sassi e ghiaia precipitati dal monte. Guadagniamo quota girando attorno alla montagna, e dopo un po' imbocchiamo - il sentiero è spesso segnato - una valletta riparata dove le caratteristiche dell'ambiente si fanno quasi dolomitiche. Molto bello ed affascinante, specie quando il sole fa capolino tra le nubi, ma niente di impegnativo. Almeno finché non realizziamo compiutamente che, per raggiungere questa prima vetta - volendo, si potrebbe proseguire per il Poieto senza toccarla, ma già che non ci sono le donne possiamo osare - bisogna risalire questa "paretina" e per risalire si intende arrampicarsi. Arrivati in cima si scavalca la cresta e si prosegue verso sinistra - tornando, in un certo senso, sui nostri passi - dapprima appena sotto il filo di cresta, il che comporta un traverso non banalissimo, e poi proprio sopra, essendosi ormai allargata. Si prosegue in piano su un crestino erboso e ci si abbassa al famoso intaglio, dove convergono un paio di canalini che, previa qualche difficoltà alpinistica, probabilmente sarebbe bello usare per la salita al posto del nostro percorso. Da qui si è risale brevemente alla vetta, ornata da una croce in posizione un po' troppo ardita perché ci mettiamo a raggiungerla e da una statua della Madonna. Vista praticamente verticale su Aviatico, e di lontano su Selvino.

Torniamo sui nostri passi e scendiamo (senza troppa difficoltà, pensavamo peggio) a recuperare il sentiero per il Poieto, che ci presenta presto un bivio: sentiero standard o buco della Carolina? Inutile dire che scegliamo il secondo, che altro non è che un paio di strettissimi passaggi tra lisce pareti rocciose, nessun pericolo e tanto divertimento - e, dato il clima, umidità. Arrivati ad una selletta tra Cornagera e Poieto riprendiamo a salire, nuovamente nel bosco, fino ad arrivare in breve alla cima erbosa del Poieto, dominata dal vicino "rifugio" punto di arrivo degli impianti di risalita, e da una cappelletta votiva con bella vista sul versante della Val Seriana. Ci abbassiamo al rifugio e proseguiamo verso la Forca di Aviatico, che separa il Poieto dal Succhello, con un agevole e largo sentiero. Mentre la traccia continuerebbe in cresta, ad un certo punto scegliamo di abbassarci a sinistra, in un'umidissima faggeta esposta a nord, ed estremamente scivolosa, fino a raggiungere una più ampia carrareccia che, comunque, va nella direzione da noi voluta - e, cosa che non fa mai male, è un sentiero CAI.

Proseguiamo lungo questa stradetta in leggera discesa, finché non ci sembra che la discesa diventi - nei pressi di un gruppo di cascine in buono stato - un po' troppo in discesa, e ci sorge il dubbio di aver oltrepassato il passo, e di star scendendo verso la Val Vertova. Decidiamo così di tornare sui nostri passi per qualche minuto ed abbassarci in paese, ormai chiaramente visibile, percorrendo dei ripidi e rigogliosi ed umidissimi pascoli, punteggiati di cascine e stalle che raggiungiamo, una dopo l'altra, nella vana speranza di trovare un sentiero vero. Ovviamente, cinque minuti ancora di pazienza e saremmo arrivati alla Forca di Aviatico, come da programma, e saremmo scesi in paese su una mulattiera con tutti i carismi. Quando, finalmente, tocchiamo la strada, non ci resta che percorrere, praticamente in piano, tutto il paese di Aviatico per tornare all'auto e fare ritorno, abbondantemente prima di pranzo, alle nostre case. Senza aver preso neanche una goccia d'acqua. E godendoci la discesa lungo l'Aviatico-Orezzo-Gazzaniga, forse la strada di montagna più sportiva che conosca.

In conclusione, una passeggiata senz'altro breve, ma tutto sommato abbastanza intensa, se si considera che ancora adesso accuso un po' di stanchezza ai polpacci. Certamente alla portata di tutti, se si esclude la salita alla Cornagera che richiede un minimo di esperienza e di tecnica; specialmente quando i sentieri sono un po' più asciutti, il che renderebbe meno spiacevole camminare nel bosco. E la compagnia, cioè Ivan - che fa il capo scout - oltre ad essere ben preparata (al punto che quasi mi vergognavo di proporre un giro del genere, ma era stato pensato anche per le ragazze), mi ha anche suggerito un fantastico grande gioco di sopravvivenza da sottoporre agli adolescenti al prossimo Campo Estivo...preparatevi...

Come al solito, qui si possono trovare alcune foto della gita di oggi, che provano anche che è vero che c'erano occhiate di sole, e qui il file di GoogleEarth se vi interessasse ripercorrere virtualmente l'itinerario.

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giovedì 22 maggio 2008

Monti

Bisognerebbe mettere a fuoco il mio rapporto con la montagna.

Per certo, so che mi si fa iniziare a parlarne non finisco più; che come poche cose mi sa mettere entusiasmo; che, fosse per me, ci passerei ogni minuto, quelli liberi ed anche quelli occupati.

In più di un'occasione, mi ha messo in difficoltà con altre persone - un aneddoto in merito è entrato negli annali delle cose da non dire ad una ragazza, solo per citare l'esempio più eclatante - e una volta ha quasi preteso il mio tributo di sangue.

E, nonostante questo, e nonostante anche il tempo incerto che da un momento all'altro potrebbe rovesciarmi addosso il diluvio universale, domani impicco (per i non indigeni forse marino, bigio o faccio sega) l'università e vado a calcare qualche sentiero. E non da solo - almeno i miei saranno contenti.

Ora come ora, è la cosa che più mi tiene vivo. A parte la geometria differenziale, ma questa non è sempre un bel vivere.

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