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sabato 21 giugno 2008

Intenti

Ad essere sincero, stasera ritengo sia opportuno smattonare, spaccare tutto, far finta di niente, e per far finta di niente far finta di troppo.

Ma fino a che punto sarebbe onesto, sarebbe giusto, sarebbe buono? Non lo sarebbe punto, e questo lo sappiamo tutti. Me lo leggo negli occhi allo specchio. Che, se uno attraverso gli occhi legge l'anima, oggi mi vede solo freddo e vuoto. Come prima, più di prima. E si spera che così, freddo e vuoto, si galleggi più a lungo.

Il mondo si avvierà al termine, e si spegneranno i potenziali. Non vogliamo che nessun vuoto esploda.

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domenica 17 giugno 2007

L'ultimo viaggio (1)

Piove. Ormai è diventato il leitmotiv del mio dolore. Dovrebbe rimanere privato, non essere sbattuto in faccia a tutti; non è il dolore di uno.
Ma non so; forse è davvero il dolore di uno solo, ed in tal caso è più intenso.
È scritto; perché non sono un Lotofago, né un amante della rimozione psicologica, con tanta pace di Freud. Ma andrà lett0?


L'auto attraversa lanciata la pianura buia. Dal finestrino abbassato entra il frinire di grilli e cicale. È estate, oggi è la prima sera in cui te ne accorgi. Cerchi di andare sempre più veloce, per lasciarti alle spalle la Milano chiusa dalle sue tangenziali, la Milano che, come città, disprezzi, e che solo negli ultimi mesi hai iniziato a conoscere.
A conoscere non per merito tuo. Dillo, avresti mai pensato di andare a Milano un sabato sera, o non era forse tra le cose che eri certo non ti sarebbero mai capitate?

Ma poche ore fa eri lì, che cercavi un parcheggio tra corso Buenos Aires e piazzale Caiazzo. Che contrattavi con il parcheggiatore la tariffa. Che, come sempre trepidante, aspettavi che scendesse le scale.

Naturalmente, è scritto tutto, e questo è solo l'incipit. Ma non so...non credo vada pubblicato. Attenderò suggerimenti

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giovedì 31 maggio 2007

Mi sento a disagio

...ed era parecchio che non succedeva.
Non è essere di cattivo umore, non è avercela con il mondo od una persona in particolare, non è avere la luna storta perché non è stata giornata, o settimana, o non è vita.
È non sentirsi a casa, o come nei famosi sogni in cui ci si vede a parlare in pubblico nudi, anche se poi è scontato che è un sogno, ma ci si sveglia lo stesso rassicurati. (A proposito: ho scoperto di recente che la maggior parte delle persone non si rende conto che sta sognando, e pensa di vivere davvero quello che sogna. Boh. Si vede che io non ho abbastanza fantasia, oppure sono troppo distaccato).
È come un bambino che ha un segreto stupido, tipo che ha rubato i biscotti, e adesso non sa come dire che ha il mal di pancia, perché sarebbe subito scoperto - ma la mamma non è stupida ed ha visto tutte le briciole per la cucina, e non deve scoprire nulla.

Ecco, mi sento a disagio come quel bambino. Non posso certo dire di aver custodito gelosemente il mio segreto, ma certo non l'ho affisso ai muri; e vedere che qualcuno lo sa - senza che gli sia stato detto, che io sappia - mi fa sentire come un ladro colto in flagranza di reato. E non che abbia molto senso anche negare, di cui pure sono maestro, visto che oltre a non essere effettivamente più possibile è anche ingiusto.

Ma perché sono a disagio? Mi sentirò pure come colto in flagrante, ma certo non credo sia un reato quello che ho commesso; e non va neanche contro l'onore, la giustizia, o cose affini. Due cose. La prima è che non è da me. Come se si scoprisse che Berlusconi, che pur se ne vantò, a suo tempo, non ha sulla scrivania "Il Principe" di Machiavelli, ma Harry Potter. Ho ancora nelle orecchie due giudizi sul mio conto, dati a distanza di anni e da due persone diversissime, ma parimenti molto veri "La tua aridità ci preoccupa" e "Ma quanto è bello questo cinismo". Ecco, questo è il vero Cassa, o perlomeno il Cassa che vale la pena conoscere, mica quell'altro, di cui pure su queste pagine sto dando eccessivo spettacolo. E non solo questo, non che si veda soltanto come un problema di immagine. Avevo giurato a me stesso che giammai avrei dovuto cadere in una trappola di tal fatta, che si fa anche presto ad iniziare bene, ma poi conduce alla rovina.
E la seconda cosa, più importante e seria.
A chi piacciono i sentimenti, in particolare quelli degli altri? A nessuno, ovvio. Li subiscono un po' tutti, come dice pure la parola stessa: passioni, da patire. Non riesco nemmeno ad immaginare quale fastidio possa dare essere oggetto di un qualche tipo di sentimento da parte di qualcun altro, in particolar modo se si condivide poco o punto. E, se sono a disagio io, quale disagio sto procurando a quell'altra, che certo non lo merita, e nemmeno, voce populi, ne ha mai fornito ragioni?
Io, confesso, ero convinto non di mantenerlo segreto, ma certo non che facessi di tutto per farlo sapere in giro; anzi. Ma, evidentemente, così non va.
Sono allora due le alternative che si potrebbero intraprendere. O fare un passo indietro, e stare alla finestra, o cercare di segnare il punto. L'uno comodo ma doloroso, l'altro faticoso, senza alcuna possibilità di riuscita, e senz'altro foriero di male.
Un male non meritato, di cui ho coscienza.
Il male.

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lunedì 19 marzo 2007

Grido disperato

Eccomi, appena rientrato dalla tre giorni ginevrina.
Non so se ho fatto bene ad andarci. Sulle prime non volevo; so quanto posso essere scostante, e c'è qualcuno con cui non lo voglio essere. Poi mi hanno convinto, e sono andato. Sono stato bene, nonostante una piccola disavventura meglio di quanto pensassi, e per qualche ora meglio di quanto avrei dovuto.
Adesso è importante, se non riesco a farlo da me (e non ci riesco, credetemi), qualcuno mi deve aiutare. Non è, o non è solo, quello che sostiene qualcuno, cioè una questione di egoismo. Per me, comunque, non vedo alternative. Ma penso a qualcun'altro, che non si merita il tormento che gli darei. Dovete impedirmi, a tutti i costi, di innamorarmi. Non fa altro che danno, agli altri prima che a me. E non voglio fare altri danni.
Non lasciate che mi innamori!

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martedì 13 marzo 2007

Razionalizzare la pioggia

Come la pioggia. Siamo bravissimi a prendere qualsiasi cosa, ad ingabbiarla in un'equazione più o meno elegante, a spogliarla della sua sordida concretezza ed a trovarne una formulazione necessaria. Possiamo parlare di velocità limite, di forza viscosa, introdurre la nostra equazione dv/dt=(mg-bv)/m, e questa è la pioggia.

Così possiamo prendere il problema di settimana scorsa e ricondurlo sotto il nostro controllo. Ho passato una settimana a cercare di razionalizzarlo. Di far sparire l'indistinto affollarsi di sensazioni per tirarne fuori una verità. Ma non c'è. Non c'è verità nella volontà. Questo è un problema. Sarebbe consolante per tutti trovarne. Una cosa voluta, sempre voluta, fortissimamente voluta, diventerebbe vera. Buona. Perché la Verità ed il Bene si accompagnano, e le verità che fanno male sono comunque un bene, per l'ordine delle cose, per l'etica di chi vive, per la vita di chi vuole. Invece non c'è verità nella volontà. Scommettiamo su una cosa, facciamo di tutto per essa, la innalziamo come obiettivo dell'azione e metro del giudizio. Ci dà un movente, finché l'abbiamo davanti agli occhi. Come con le teorie fisiche, la seguiamo fino alle estreme conseguenze; e, proprio quando sembra più forte, sembra poter regolare non solo noi ma tutto, si schianta contro il muro della Verità. Vano sarebbe il nostro agire, se scoprissimo la Verità quando intralcia i nostri piani. Ma si può pensare ad una Mistica della Verità. La Verità si fa scoprire prima, ma al contrario della Volontà non vuole, non fa. Essa è. Il volere, il fare, implicano movimento tra le parti, e ce l'ha già detto Parmenide: non è qui il vero. La Verità è, nessuno di noi la prende e se la mette davanti, già si staglia contro l'oscurità dell'arbitrio, da prima che vogliamo, mentre vogliamo, quando abbiamo smesso di volere. Ma, al contrario delle nostre volontà, non sbraccia, non si coniuga alle misere contingenti realtà. È come una montagna: le nubi delle sensazioni la possono nascondere, ma non ne fanno sparire la mole. Sentiamo che incombe su di noi anche se non la possiamo distinguere. E, come la montagna, non è fine a se stessa. Lo può sembrare; ma ben misera vita se lo fosse. La Verità non fa quasi mai bene all'animo, che invece si appaga delle sensazioni; non ci dice cosa fare; come la montagna punta al cielo, così la Verità indica fuori di sé a chi cerca il Senso (nel senso di significato, non di sensazione). E, a noi, a me, oggi, come qualche giorno fa, è il Senso che manca. Non voglio indagarlo, perché si fa alla svelta a confondere il Senso con il senso, e pensare che abbia Senso quello che ci appagherebbe, o anche, al contrario, che lo abbia quello che ci distrugge, se vediamo solo grigio di umida pioggia. Ma anche la pioggia ha il suo Senso, e l'equazione la sua soluzione.

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martedì 6 marzo 2007

Piove...

Yes, the newspapers were right: snow was general all over Ireland. It was falling on every part of the dark central plain, on the treeless hills, falling softly upon the Bog of Allen and, farther westward, softly falling into the dark mutinous Shannon waves. It was falling, too, upon every part of the lonely churchyard on the hill where Michael Furey lay buried. It lay thickly drifted on the crooked crosses and headstones, on the spears of the little gate, on the barren thorns. His soul swooned slowly as he heard the snow falling faintly through the universe and faintly falling, like the descent of their last end, upon all the living and the dead.

Ecco, con la differenza che la neve è bella, attutisce i rumori e le spigolature, cancella le cose brutte con il suo manto; mentre la pioggia è grigia, aggiunge con lo sciabordio delle pozzanghere rumore al rumore, fa fango anche dove, prima, era bello. Così mi sento oggi.
Non vorrei essere frainteso, in primo luogo: sono contento quando piove, mi piacciono i giorni grigi ed umidi. Non perché siano belli, ma perché sono a misura d'uomo, conformi alle brutture in cui vive, non lo fanno sentire piccolo ed inutile; se poi è grigio, e non si ha panorama, ecco che si è paghi di se stessi.
Non sono quello che sembro e, per converso, non sembro quello che sono. Ci ero riuscito, quasi, in lunghi anni avevo inspessito la corazza, non ti curar di loro, ma guarda e passa l'avevo marchiato sulla coscienza; ero consapevole di non poter piacere a nessuno, in questo modo, ma mi ero reso conto che, alla fine, anche a me non piaceva né sarebbe piaciuto nessuno, e quindi tanto meglio. Avevo, ed in realtà ho, molto altro a cui pensare. Fossi rimasto da solo, avrei lavorato di più. Se qualcosa, qualcuno, qualcuna fosse cominicato ad interessarmi troppo, non c'era che una possibilità: turarmi il naso, andare là e farmi odiare. Il che mi risulta facile.
Ma questo errore, no. L'ho fatto mesi fa. Inutilmente mascherato. Che colpa ne ho io, dicevo, se le sensazioni mi fanno "patire", e pur sapendo che non avrei dovuto farmi piacere nessuno, lei mi piace? In fin dei conti, questo non influiva né sull'azione, né d'altro canto potevo prendermela per qualcosa indipendente dalla mia volontà. Non siamo noi che facciamo le sensazioni, noi prendiamo solo le decisioni. E l'ho sostenuto, per mesi; con coerenza anche grottesca, con ostentato disinteresse. "Fare finta di niente", questa la mia bussola. Ignorando una cosa, questa non esiste. Sparisce. Si leva di torno con i problemi che porta con sé.
Peccato per un particolare. Io so essere falso, sarò un mentitore spudorato, farò di tutto perché nessuno sappia se penso o meno quello che dico, se voglio o meno quello che faccio. Vorrei ingannare tutti, non so ingannare me stesso. Eppure lo sentivo, sul fondo dell'anima, il lento infausto ribollire. Potevo, posso ridere quando voglio essere serio, posso essere serio quando vorrei soltanto essere altrove; non posso volere di non volere. E questo mi ha rovinato, mi rovina.
Sentivo in questi giorni il troppo sublime dispiegarsi della stagione...io odio la primavera. È troppo bella. Nessuno se la può meritare. Ed odio quelli che sono contenti perché è primavera. Di che vi rallegrate? È forse merito vostro?
Ma lasciamo perdere. Non diamo la colpa all'asse terrestre, o al Creatore. Perché, pur sapendo che non era vero che mi piaceva e basta, pur sapendo che non era vero che io mai e poi mai avrei potuto (nell'ordine) abituarmi, affezionarmi, voler bene a qualcuno anche dopo quella lunga e patetica vicenda chiusa anni fa, ho finto di crederlo con tutti, ma soprattutto ho cercato di ingannarmi?
Adesso è peggio. Non è morto nessuno, certo. Domani è un altro giorno, certo. Un sacco di banalità di tenore più o meno simile, che non ho capito perché si dicono che da che mondo e mondo non hanno mai consolato nessuno...
La cosa assurda è che, oggi, non ho mica avuto sorprese. Sapevo dove stavo andando a parare, prima di affrontare la cosa. L'ho sempre sostenuto davanti e contro quegli inutili ottimisti dei miei colleghi. E adesso si vedrà

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