martedì 17 agosto 2010

Informazione sulla Brigata "8 aprile"

La Brigata "8 aprile" è un'unità interforze delle FF.AA. costituita con lo scopo di condurre la delicata operazione "Figlia del Reggimento". La costituzione della detta brigata è stata confermata da decreto del Ministero della Guerra in data 15 giugno. La Brigata è costituita da un reggimento dell'esercito (arma di fanteria) precedentemente in servizio territoriale nella Regione Militare Bergamo Città e da un battaglione Speciale, incaricato delle azioni non convenzionali, per l'occasione distaccato dal Corpo d'Armata Speciale "Mediolanense". Il servizio informazioni della Brigata è garantito da una squadra di uomini del servizio segreto delle Forze Speciali, noto come Abwehr. Il comando della brigata è stato assegnato ad un generale già in servizio presso lo Stato Maggiore Generale. Il Parlamento ed il Capo dello Stato hanno autorizzato l'operazione per quattro mesi. Tutto il materiale eventualmente raccolto nell'operazione verrà secretato e conferito nel Dossier Pace presso i servizi segreti civili (noti con l'acronimo Serse).

Uno sfogo terapeutico, e quasi un indovinello

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martedì 20 luglio 2010

Genova. 2001.

Leonardo, di cui ho molta stima, oggi scrive di Genova, Giuliani (è anche argomento di attualità politica, grazie a quel mostro di tafazzismo di sinistra di Vendola con la sua ultima uscita), ricordando la registrazione di una conversazione tra carabinieri dopo l'uccisione del nostro facinoroso martire.

Anch'io conservo, a distanza di nove anni, un SMS che un mio compagno di scuola - allora si era assai politicamente scorretti - mi inviò allora, raccontandomi di aver visto in città una nostra compagna di scuola, che poco ci stava in simpatia e che tra i black block si sarebbe trovata bene: "Ieri in centro ho visto la ***. Speravo fosse a Genova così magari la uccidevano". Eccessivo. Scorretto. Crudele. Risi un sacco. E ce l'ho ancora, tre telefonini dopo.

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domenica 27 giugno 2010

Prima Repubblica

Premessa: venerdì, durante il week-end di formazione dei GD di Bergamo, ho preparato un gioco di ruolo (che è stato partecipato con, mi sembra, un certo entusiasmo) il cui scopo era formare un governo ed ottenere la fiducia dal Parlamento, secondo la prassi e con i protagonisti della Prima Repubblica (nel senso che ciascuno dei partecipanti doveva identificarsi con un partito e (eventualmente) una corrente. Riporto com'è andata, sostituendo ai nomi dei concorrenti i nomi "veri". Sembra divertente.

Le elezioni del 25 giugno 2010 riservano diverse sorprese al mondo politico italiano, ma quella che non sembra poter essere messa in discussione è la nettezza dei risultati: infatti, la Democrazia Cristiana è il primo partito con il 52,6% dei consensi, il che le fornisce i numeri sufficienti per non dover cercare alleati, cosa mai successa nella storia repubblicana. Secondo partito è, a sorpresa, il Movimento Sociale Italiano che ottiene il 16% dei voti validi. Segue il Partito Socialista Italiano (14,3%) che supera il Partito Comunista Italiano fermo al 13,8%. Ai partiti minori restano le briciole: l'1,8% per Democrazia Proletaria e l'1,4% per il Partito Liberale Italiano.

La nettezza dei risultati dei partiti nasconde però un grosso problema per il partito di maggioranza, che si trova fortemente polarizzato tra l'ala conservatrice degli andreottiani (32% del Consiglio Nazionale) e quella della sinistra sociale (Forze Nuove ha la maggioranza relativa con il 32,6% del Consiglio Nazionale). Il centro doroteo si ferma al 19,5%, la sinistra de La Base al 14% mentre i morotei raccolgono le briciole. Negli altri partiti, si osserva per la prima volta la corrente lombardiana, di sinistra, giungere alla guida del Partito Socialista superando l'ala craxiana, mentre il Partito Comunista è in mano ai miglioristi di Amendola (ed è di fatto irrilevante la sinistra di Ingrao e Cossutta).

Che formare un governo, a dispetto dei numeri, non sarà semplice emerge dal Congresso della Democrazia Cristiana, in cui viene eletto come segretario di compromesso Aldo Moro, privo di una maggioranza, mentre il partito passa momenti di fortissima tensione per le pressanti richieste di Carlo Donat-Cattin di inserire nel programma di governo il matrimonio per gli omosessuali: proposta questa, irricevibile per Andreotti e Forlani, e che lascia molto freddi anche gli altri leader. Il congresso DC si chiude con un fragile accordo per il riconoscimento di diritti e doveri alle coppie conviventi.

Nel frattempo, iniziano le consultazioni per la nomina del nuovo governo. I partiti minori, demoproletario e liberale, si dichiarano fuori dai giochi ed indisponibili a sostenere qualsiasi maggioranza; mentre il PCI, il PSI ed l'MSI si sono accordati per la formazione di un governo che conterebbe sull'appoggio determinante dei voti portati in dote da Carlo Donat-Cattin (che in Parlamento conta su più voti di ciascuno dei partiti dell'eventuale coalizione), pronto a spaccare la Democrazia Cristiana perché ostile all'idea di autosufficienza che ha caratterizzato la stagione congressuale. Il programma che una così composita maggioranza di governo promuove prevede la nazionalizzazione delle attività produttive, l'aumento della pressione fiscale sulle rendite ed i ceti improduttivi e la contestuale diminuzione per le fasce deboli, l'estensione del matrimonio per le coppie omosessuali, un convinto europeismo. Più problematica la posizione sull'energia nucleare, visto che si fronteggiano i socialisti decisamente favorevoli e comunisti e neofascisti contrari. La Democrazia Cristiana offre, invano, la Presidenza del Consiglio al Partito Socialista, dopo il fallimento dei tentativi di Forlani di stringere un accordo con l'MSI, rendere non più necessari i voti dei deputati fedeli a Donat-Cattin e garantire per l'Italia un governo di centro-destra.

Il Presidente della Repubblica affida, così, l'incarico di formare il governo ad Enrico Berlinguer, esponente del Partito Comunista Italiano. Il governo che si presenta al parlamento per ottenere la fiducia vede, inoltre, i socialisti Lombardi agli Interni e Craxi agli esteri ed Almirante, del Movimento Sociale, all'Economia. L'accordo tra i partiti della maggioranza prevede, inoltre, l'elezione alla presidenza della Camera del comunista Amendola. A sorpresa, però, sfruttando l'istituto del voto segreto, Benigno Zaccagnini, de La Base (ok, licenza poetica), riesce a convincere l'intero gruppo democristiano a portare presidenza della Camera il collega di corrente Ciriaco De Mita, al tempo stesso come garante dell'opposizione e risarcimento per la spaccatura del partito causata da Donat-Cattin.

A questo punto il Partito Comunista, ritenendosi sottorappresentato, invoca la sospensione della seduta del Parlamento e la ridefinizione dell'accordo tra i partiti della maggioranza. Il PCI chiede al PSI di rinunciare ad uno dei due ministeri per permettere la nomina di un ministro comunista, ma a questo punto il PSI, pesantemente corteggiato dalla Democrazia Cristiana, lascia il tavolo. Il governo Berlinguer, oltre ai voti favorevoli del Movimento Sociale, del Partito Comunista e di Forze Nuove, la corrente ormai ex-DC di Carlo Donat-Cattin, riesce ad ottenere l'appoggio esterno di Democrazia Proletaria, ma l'abbandono del PSI gli impedisce di riscuotere la fiducia. Riprendono così le febbrili trattative tra i partiti e le consultazioni al Quirinale. PCI, MSI, DP e Forze Nuove tornano a proporre Enrico Berlinguer, mentre la Democrazia Cristiana torna ad offrire la Presidenza del Consiglio al PSI, nella persona di Bettino Craxi. Il Partito Socialista, subendo gli insulti degli ex-alleati, acconsente in cambio di un ulteriore ministero di peso, gli Interni, che sarà destinato a Lombardi. La coalizione DC (priva di Forze Nuove)-PSI non ha, comunque, i numeri necessari a governare: interviene in suo soccorso il Partito Liberale, che con i suoi dieci parlamentari permette a Craxi di ottenere la fiducia, in cambio del ministero dell'Economia che viene affidato alle liberistiche cure di Renato Altissimo.

La Camera concede la fiducia ed il cosiddetto "Gruppo Democratico" (formato, invero, da partiti con differentissimi concetti della democrazia) che doveva riunire PCI, PSI, Forze Nuove e MSI rimane lettera morta. Come al solito, Democrazia Cristiana al governo: emblematica della situazione politica la fotografia che ritrae Giulio Andreotti sorridere sornione alle spalle di Craxi. Per quale motivo, si dirà, se sembra proprio essere dover l'unico insoddisfatto della soluzione, dato che la sua corrente, pur essendo ormai maggioritaria, non ha ottenuto nemmeno un posto (ministero ai dorotei, presidenza della Camera alla Base, segreteria ai morotei)? Ha finalmente avuto tutte le necessarie assicurazioni circa la propria scalata alla Presidenza della Repubblica, allo scadere del settennato dell'attuale Presidente.

Ok, ci vuole una canzone

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lunedì 31 maggio 2010

A disposizione - dal romanzo di Lui


Dopo essere rimasto a lungo in dubbio circa l'opportunità di pubblicare un capitolo che fa tanta (troppa) chiarezza sul contenuto di Lui, mi sono risposto affermativamente. Vedremo.


Non era convinto della politica di Sua Eccellenza il Ministro della Guerra. Non era convinto della politica, per essere più precisi. Se, da una parte, l'arruffapopoli romagnolo gli era sembrato scaltro ed attento, dall'altra i pochi contatti con le squadre che aveva avuto l'avevano confermato nella sua idea che non ci fosse differenza tra quanti aderivano alle organizzazioni eversive o alle cosiddette organizzazioni patriottiche. Questo, nonostante una circolare del ministero della Guerra avesse precluso ai militari le prime (e ci sarebbe mancato altro) ma non le seconde.

Pertanto, assolutamente inutile era l'autorizzazione appena richiesta. Ai Fasci avevano aderito molti militari per ragioni politiche, e quanti ne bastavano per ragioni di...sicurezza. Una sola parola, e non ci sarebbe stata federazione provinciale senza due occhi pronti a telegrafare a Roma.

Percorse le poche centinaia di metri che separavano il ministero dal comando, si presentò dal "suo" generale all'ora della colazione, che venne loro servita direttamente nello studio.

«Vede, signore...i politici hanno deciso di giocare tutte le carte in loro possesso per condurre il fascismo dalla parte dello Stato; d'altra parte, specie nella periferia, è lo Stato che sembra passare dalla parte dei fascisti. Prefetti, sottoprefetti, questori...ufficiali della Guardia Regia decenti ce n'è pochi, e la truppa si sa com'è. Inoltre, al mio ufficio sono stati segnalati alcuni episodi che vedevano coinvolti anche isolati uomini dei Carabinieri. »

Il generale Badoglio aveva abbandonato da poco l'incarico di Capo di Stato Maggiore, e da qualche settimana inanellava una missione all'estero dietro l'altra. I "politici" volevano da tempo riprendere il controllo dell'esercito, ma i primi dei suoi nemici erano i colleghi; ora sedeva insieme a loro nel Consiglio dell'Esercito, sotto il Presidente del Consiglio e l'indiscutibile Diaz.

«Colonnello, mi duole dirlo ma non possiamo aspettarci nulla di diverso, da questa situazione. Non nascondo si tratti di guerra civile. Gli italiani sono già armati gli uni contro gli altri, e le violenze e le uccisioni sono all'ordine del giorno; non ci resta che fare la nostra parte. La parte dello Stato, secondo la volontà di Sua Maestà il Re»

«Lo spazio di manovra che ci è concesso è sempre più ridotto. Come le scrissi ieri da Milano, il governo è disposto a pagare per addomesticare i fascisti»

«È una vergogna, ed i fascisti sono dei criminali. Tra l'altro, raccogliticci ed incapaci. »

«D'altro canto, bisogna riconoscere che l'opinione pubblica solidarizza più facilmente con loro che con i socialisti. Negli ultimi due anni i sovversivi sono stati molto rumorosi. Non è molto chiaro ai cittadini se il loro - relativo - chetarsi sia dovuto a ragioni interne o alla pressione degli avversari. La maggioranza è portata a credere che sia un merito, benché ottenuto con metodi non ortodossi, dei fascisti»

«Lo pensano anche molti nel governo. Giolitti è convinto, al contrario, che sia un declino naturale; e che lo stesso naturale declino investirà anche nazionalisti e camicie nere; e, conseguentemente, non ha intenzione di fare nulla. Ma per fare nulla ci sono i politici, noi dobbiamo fare qualcosa»

«Infatti, signore, infatti. Se posso permettermi di esprimere un'opinione, io mi concentrerei su due faccende: il rapporto che Mussolini ha con gli inglesi - che non è poco - e quello tra Mussolini ed i suoi scherani. C'è parecchia differenza tra lui ed i cosiddetti ras padani o toscani. Se necessario, li metteremo l'uno contro gli altri»

«Sta bene. Tra due giorni parto per la Romania - faccia lei, carta bianca. Come sempre. »

Lui si alzò facendo il saluto, e si congedò dal suo superiore. Due strette rampe di scale dopo si trovava nelle stanze del servizio I, piombato tra capo e collo del maresciallo di piantone, che aspettava il suo comandante per un orario più urbano; dopo l'orario del pranzo, per dire.

Si infilò senza dire una parola nel suo ufficio. Ci rimase per una mezz'ora abbondante, riordinando carte e rovistando tra gli schedari; diede una voce al tenente portadispacci - che era rientrato dal pranzo - e gli consegnò un biglietto in busta chiusa, senza l'indirizzo del destinatario. Quello intuì ed uscì da una porta sul retro, senza farsi vedere.

Nel frattempo, Lui cercava di ridare una parvenza di ordine ai documenti che aveva rovesciato sulla scrivania; alcuni venivano riposti nuovamente in schedari e - i più importanti - in cassaforte. Altri, e non erano pochi, infilati con cura in un paio di grosse valigie di cuoio.

Verso le sedici il tenente rientrò recando seco una busta sigillata. All'interno non c'era che un biglietto scritto a macchina, con un geroglifico di firma; fortunatamente, il mittente era inequivocabile, dato lo stemma impresso sul sigillo. Dopo averlo letto e fatto sparire nel fuoco, Lui chiuse con cura le due valigie, ormai colme di incartamenti. Poi si affacciò all'uscio dell'ufficio, ed ordinò al maresciallo di chiamare l'altro colonnello.

Il colonnello Garruccio non si fece attendere, ed arrivò in pochi minuti paonazzo in volto e costretto nella divisa che stentava a rendere più marziale la sua pinguedine. Anche se di fronte ad un suo pari grado, non si sedette e rimase in piedi davanti alla scrivania di Lui.

«Sono oltre tre anni che con molta abilità impersona il ruolo di comandante del servizio I, colonnello; da quando il generale Badoglio ritenne non fosse sicuro che, date le attività di cui ci occupiamo, fossero noti volto e nome del vero responsabile. Allora si era in guerra, e la sicurezza era rivolta soprattutto nei confronti dei nostri nemici esterni; anche ora siamo in guerra, ma il nostro nemico è più furbo, non sempre indossa una divisa e -sempre- non ha quartiere. »

«Sì, signore» Nonostante il grado e l'età, Garruccio sapeva benissimo chi comandava, in quell'ufficio «Ciò nonostante credo che abbiamo avuto discreti successi, specie nella rete di informatori all'estero»

«E la rete di informatori all'estero sarà tutto - o quasi - quello che lascerò al mio successore»

«Lei è trasferito, Signore? », domandò a Lui, più sorpreso che allarmato

«Più che trasferito, direi 'scorporato', colonnello. Ora il servizio I è cosa sua, ma si occuperà solo di spionaggio e controspionaggio militari, rivolgendosi ai nostri competitori stranieri. Non si occuperà più di faccende interne. Immagino che lei capisca»

Il colonnello Garruccio non aveva mai realisticamente pensato di poter subentrare a Lui quale capo del servizio; negli ultimi anni, oltre a firmare i rapporti che venivano indirizzati al comando supremo, al governo ed al parlamento aveva seguito solo una sezione del servizio, quella relativa agli attaché militari all'estero, che facevano convergere su Roma, per suo tramite, le informazioni che ottenevano. Delle operazioni cosiddette interne, non aveva ritenuto di voler sapere nulla - anche per sua sicurezza, come gli aveva ripetuto Badoglio quando, riorganizzando lo Stato Maggiore nel mezzo della guerra, aveva scomposto e ricombinato gli uffici per le informazioni militari. Quello appena prospettatogli era un decisivo avanzamento di carriera. E, ad ogni modo, avrebbe comunque dovuto obbedir tacendo.

«A disposizione, Signore»

Lui lo fece sedere, e si mise con pazienza ed ordine ad illustrargli gli aspetti del servizio che doveva conoscere, gli schedari a cui avrebbe avuto accesso, i canali informativi che avrebbe avuto a disposizione

«Inoltre, è inteso che se rivolgessi una richiesta al suo ufficio, ci si aspetta che mi mettiate a disposizione uomini e mezzi»

Fino a quel momento, Lui aveva evitato di accennare a quale sarebbe stato il prossimo incarico. E, dal tono con cui gli aveva parlato, non intendeva farlo.

«È il momento di scambiarci ufficialmente le consegne. Arrivederci» Così dicendo, lasciò un mazzo di chiavi ed un quaderno-cifrario sul tavolo, sollevò - non senza fatica - le due valigie e si dileguò per la scala che dava direttamente sul cortile interno, dove attendeva parcheggiata un'automobile coi vetri affumicati.

Si era fatto pomeriggio inoltrato, e Lui era atteso per l'appuntamento più importante della giornata.

Si diresse, lasciandosi alle spalle il traffico di carretti e carrozze della Roma serale, a nord della città, dove imponenti parchi ed una riserva di caccia appartenuta ad un nobile pontificio separavano Roma dal suburbio.

Entrò nel parco della villa da un ingresso di servizio, evitando i controlli dei carabinieri; si diresse a velocità ridotta fino ad un'ala non illuminata, dove fu fatto entrare da un servitore. Fu lasciato ad attendere in un salotto, con le pesanti tende completamente tirate, in modo che nessuno da fuori potesse vederne le luci accese.

Lui rivolgeva lo sguardo al portone a due ante, appesantito di stucchi dorati, quando sentì alle proprie spalle aprirsi un passaggio nascosto nella decorazione. Preceduto da due addetti della Casa Militare, il padrone di casa si presentò in divisa da Generale d'Esercito; Lui se ne sorprese, pensando che - almeno a casa - vestisse in borghese. Il primo degli ufficiali presenti, a mo' di scusa, ricordò a Lui che il padrone di casa era atteso ad una cena della Marina, e che non poteva trattenersi troppo.

Uno sguardo tagliente del padrone di casa, dal basso all'alto, fece capire ai due assistenti che sarebbe stato opportuno si ritirassero.

Quando furono soli, Lui - ancora rigido dal momento in cui il suo ospite si era mostrato - tirò un respiro.

«Maestà»

«Riposo»

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giovedì 27 maggio 2010

Confessioni di una mente pericolosa

a tutti i "signor Franco" del mondo

Mettiamo che siamo nel 1970.
Mettiamo che un gruppo di militari, ex repubblichini, industriali di destra stia preparando un golpe.
Mettiamo che a capo di tutti c'è Junio Valerio Borghese.
Mettiamo che, per gestire il cambio di regime in Sicilia, qualcuno pensi di cercare l'appoggio di Cosa Nostra.
Mettiamo che, per vari motivi, tra qui quello - umanitarissimo - di far scarcerare un paio di parenti, don Tano Badalamenti sia pronto a convincere l'intera Cupola Mafiosa a sostenere il colpo di stato.
Mettiamo che i corleonesi non sono tanto dell'idea.
Mettiamo che i corleonesi, tramite Salvo Lima e Ciancimino, hanno agganci molto rilevanti a Roma
Mettiamo che questi agganci arrivino direttamente al Ministero dell'Interno

Mettiamo che sia inviato a Palermo un funzionario del SID per sostenere, all'interno della mafia, le ragioni dei contrari alla collaborazione con i congiurati ed al colpo di stato.
Mettiamo che si faccia chiamare Franco
Mettiamo che sia io

Che noi sapessimo del tentativo di Borghese non c'è nemmeno bisogno di dirlo, figurarsi che stavamo occupando Sesto e se n'è accorto pure lui, annullando tutto. Un po' meno ovvio, certo, sarebbe raccontare come ne eravamo venuti a conoscenza, ma mettiamo, appunto, che qualche fascista abbia fatto male i propri conti tra anticomunismo politico ed avversione 'storica' per il fascismo della mafia siciliana. Insomma, a metà 1970 sapevamo del piano. In generale, certo. Comunque questi corleonesi ci avevano visto giusto, adesso uno potrebbe tirare in ballo Stati Uniti o quello che vuole, ma i fatti furono che contraemmo un debito mica male nei riguardi di un certo numero di personaggi di spicco. E, si sa, non è che fossero anni tranquilli; un gruppo di collaboratori senza scrupoli, per il bene dello Stato e della Repubblica, era manna dal cielo. Insomma, non era nemmeno la prima volta che imbarcavamo persone dal curriculum imbarazzante, questi erano solo più in vista di altri. Contraemmo un debito, ed un debito va onorato. Ma, anche senza giustificazioni, che non vi devo dare: il mio incarico era, è stato per molti anni, è stato finché il sistema ha retto, controllare, indirizzare e prestare attenzione ai cari Ciancimino, Riina e compari. Anche quando un magistrato particolarmente efficiente (e ce n'è pochi, in questa nostra Italia) riusciva ad acciuffarli, dovevo farmi in quattro per impedire che qualcuno si lasciasse convincere a parlare di questo nostro delicatissimo accordo. La cosa è durata parecchio. Almeno finché non abbiamo avuto più bisogno della mafia. Il problema è che la mafia sapeva troppe cose. Il problema è che non è che potessimo sterminare tutti i capimafia di Sicilia dall'oggi al domani (e, mi capite, non certo per impossibilità pratica). Insomma, siamo rimasti un po' sul filo del rasoio. Anche perché questi mafiosi avevano alzato un po' troppo il tiro, con quella mania delle bombe. E uccidendo Lima, certo. E, dove non si mettevano i mafiosi, c'erano i cavalieri senza macchia e senza paura della magistratura, che tanto andavano di moda. Insomma. A stare nel fango ci si sporca, anche se lo stai spalando via. È insopportabile la parte di chi fa il puro. Che due o tre scribacchini abbiano pensato di diventare famosi seminando zizzania, che se fosse stato per quelli della loro risma finivamo come un Cile o una Grecia, salvo poi fare gli scandalizzati dalle colonne di Paese Sera...

Mettiamo che adesso io me ne torno all'Afghanistan, che son problemi più seri.
Mettiamo che non mi chiamo né Franco né (ma da dove l'avete tirato fuori, poi..?) Carlo.
Mettiamo che mi sono inventato tutto.

ispirato da Repubblica di oggi

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mercoledì 26 maggio 2010

De libero arbitrio

Scena: attorno ad un tavolo, oratorio. Sera.

Educatore adolescente: E comunque io penso che sia giusto, almeno una sera, lasciare i ragazzi liberi di fare quello che vogliono
Don:Avresti ragione, la libertà è un valore importante, e costruisce responsabilità. Ma non dimentichiamoci che la libertà è un rischio, un rischio che non possiamo permetterci di correre: solo Dio lo corre, dato che ci ha voluto liberi...
Cassa:...e non è stata la migliore delle sue pensate.

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lunedì 24 maggio 2010

Di mafia e Sicilia

Quando uccisero Falcone avevo sei anni. Non ricordo praticamente nulla della strage, ma ricordo bene che elessero Scalfaro Presidente della Repubblica. Ascoltavamo la seduta delle camere riunite al giornale radio. In casa fummo contenti dell'elezione, questioni di corrente facevano sì che mio padre non amasse Andreotti. Meglio di Forlani, comunque.

Poche settimane fa era l'anniversario dell'assassinio di Peppino Impastato. E contemporaneamente di quello di Aldo Moro. Tra l'altro, l'anno era lo stesso, il 1978. So che è estremamente sgradevole classificare i morti, figuriamoci le vittime. Ma qualcuno dovrà rendere conto del fatto che ormai non si parla (almeno dalle mie parti politiche, ma altrove non se ne parla e basta) che del primo, e si dimentica il secondo. Il primo era un discretamente oscuro candidato consigliere comunale di Democrazia Proletaria (vi scuso se non ne avete mai sentito parlare), il secondo il Presidente della Democrazia Cristiana. Il primo ebbe il coraggio di denunciare mafia e mafiosi, avendone in famiglia; il secondo è di fatto il padre ideale di quello che oggi è il Partito Democratico, e comunque dell'assunzione di responsabilità politica dei comunisti. E fu ucciso (fino a prova contraria, a me piace parecchio anche la dietrologia) perché c'erano comunisti che questa responsabilità non volevano assumersela. Poi ditemi voi.

PS: il 9 maggio sarebbe anche la Festa dell'Europa, ma dai tempi della Margherita nessuno ne parla più. Già, belle cose.

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giovedì 4 marzo 2010

Sybilla

Visto che le cose non vanno mai come ce le si aspetta, uno dei modi più efficaci per non farle avvenire è immaginarsele. Nei dettagli.

Pensavo di aver formulato un pensiero arguto, e poi mi è venuto in mente di aver letto, secoli fa, qualcosa del genere

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lunedì 4 gennaio 2010

Lui


Che il blog non incontri più i miei interessi al punto di dedicargli l'ora al giorno necessaria per scrivere qualcosa d'intelligente, cosa che tentavo di fare almeno fino a prima dell'estate, è evidente e sotto gli occhi di tutti. Non pensavo, però, che sarei arrivato al punto da non avere chissà che interesse per le cronache del campo, ché il campo c'è stato, dal 30 al 3, a Morlupo (più o meno) presso Roma. Niente cronache, dunque. In compenso, un progetto più o meno completo per trovare uno scopo alla vicenda di Lui, che - nei tempi necessari, che non saranno brevissimi - dovrebbe diventare una specie di romanzo.
Qualche sprazzo è già stato pubblicato "in diretta" sul blog, eccone i link:
1910, Kant
1917, Igiene del Mondo
1920, Fert Fert Fert
1921, Giovinezza

Bene. Ora torno a lavorarci.

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giovedì 24 dicembre 2009

Natale

Trascorsi molti secoli da quando Dio aveva creato il mondo e aveva fatto l'uomo a sua immagine;
e molti secoli da quando era cessato il diluvio e l'Altissimo aveva fatto risplendere l'arcobaleno, segno di alleanza e di pace;
ventuno secoli dopo la nascita di Abramo, nostro Padre;
tredici secoli dopo l'uscita d'Israele dall'Egitto sotto la guida di Mosè;
circa mille anni dopo l'unzione di Davide quale re d'Israele; nella settantacinquesima settimana della profezia di Daniele;
all'epoca della centonovantaquattresima Olimpiade;
nell'anno settecentocinquantadue dalla fondazione di Roma;
nel quarantaduesimo anno dell'impero di Cesare Ottaviano Augusto,
mentre su tutta la terra regnava la pace,
nella sesta età del mondo,
Gesù Cristo, Dio eterno e Figlio dell'eterno Padre,
volendo santificare il mondo con la sua venuta,
essendo stato concepito per opera dello Spirito Santo,
trascorsi nove mesi, nasce in Betlemme di Giuda dalla Vergine Maria, fatto uomo.

E’ il Natale di nostro Signore Gesù Cristo secondo la natura umana.

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giovedì 17 dicembre 2009

Giovinezza


Ancora un episodio della vicenda di Lui

Camminava a passo svelto tra la folla della Galleria Vittorio Emanuele. Aveva preso una decisione che comportava seri rischi, ma d'altra parte in mezzo alla gente che prendeva parte alla passeggiata domenicale ben pochi sarebbero stati in grado di seguirlo senza farsi notare. Questo era di importanza primaria, dopo che saltando da un tram in corsa era riuscito a far perdere le proprie tracce a quell'uomo di mezza età con un'insolita (e sospetta) giacca di tweed ed un paio di favoriti di foggia straniera. Per la sicurezza della propria borsa, invece, non poteva che affidarsi alla manetta, opportunamente nascosta dalla giacca troppo lunga, che gliela legava al polso. Per la sua sicurezza, era meglio non pensarci. Del resto, nessuno avrebbe dovuto saper niente del suo trasporto. Anzi, forse nessuno ne sapeva niente, ed era sceso dal tram solo per paranoia. Ma sempre meglio che avere un gentiluomo di Sua Maestà britannica alle costole.
Tagliò per la diagonale piazza Duomo, evitando di incrociare i due carabinieri a cavallo che avevano occhi più per le giovani a spasso negli ultimi giorni di primavera che per l'ordine pubblico; quando fu dalla parte opposta della piazza, si infilò nella più stretta delle vie e si dedicò ad un giro piuttosto tortuoso, sempre dalle parti della biblioteca Ambrosiana. In piazza San Sepolcro, all'infuori di una beghina che usciva dalla chiesa, sembrava non esserci nessuno.
Gettando uno sguardo sul palazzo in cui era atteso si chiese come facesse la gente a non aver mai pensato a finanziatori occulti di quel partitino dello zero virgola; dello zero virgola, ma molto rumoroso; ma del resto tutti gli estremisti erano molto rumorosi, in quegli anni. La questione fondamentale, ora, era capire se convenisse farli tacere, o far urlare loro parole condivisibili.
Quelli dell'Alleanza Industriali, a quanto pareva, propendevano per la soluzione due. Per ora non ci erano riusciti, ma continuavano a prestargli gratis la sede.
Era venuto il momento di dare una scossa alla situazione. Lui tirò il fiato, diede una lisciata ai baffetti impeccabili, ed entrò nel portone.
Nemmeno in guerra aveva visto una soldataglia peggiore. «Sono atteso», si limitò a dire alla specie di sergente appesantito dalle più incongrue decorazioni che avesse mai visto, da fez nastrini e cordicelle, che faceva un solitario nella guardiola del portiere. Nonostante indossasse abiti civili, e passasse per corridoi in cui erano buttati qua e là squadristi coi loro manganelli, nessuno lo fermò; solo ogni tanto si levava qualche occhiata scontrosa, che Lui tacitava con lo sguardo che dispensava, durante la guerra, alla rassegna della propria compagnia. La faccenda buffa è che quegli sgherri fissavano lui, con sospetto per via dell'abito elegante, del volto rasato, dell'aspetto aristocratico, e non sembravano prestare attenzione alla valigia che cercava di muovere il meno possibile, mentre saliva al piano nobile e percorreva il corridioio per il salotto di rappresentanza.
Alle pareti, teschi e gagliardetti degli arditi, una sorta di raccolta di souvenir della Guerra.
La prima persona a rivolgergli la parola fu una giovane. Lui si trovava dinanzi alla porta chiusa del salotto, colto nell'attimo d'esitazione tra il bussare o attendere che qualcuno lo notasse - in fondo doveva essere atteso - ed introducesse.
«Signore, può accomodarsi ed attendere con noi»
"Noi" erano due giovani sorelle con l'abito della festa e l'aria spaesata di chi è la prima volta che si trova in un posto del genere. In un posto che, Lui riteneva, non avrebbero mai dovuto frequentare. Probabilmente anche loro stesse non erano entusiaste della propria posizione; anche perché gli squadristi non avevano di meglio da fare che fissarle con insistenza o cercare di risultare, con esiti disastrosi, sufficientemente urbani per attaccare bottone.
Lui, al contrario, non aveva nulla da dimostrare; inoltre, doveva evitare di far cadere l'attenzione sulla valigetta e sul suo strano braccialetto. La ragazza che gli aveva rivolto la parola denotava una spigliatezza, ancorché non sufficiente per confonderla con una ragazza introdotta in società quali quelle che Lui frequentava, bastante per passare un quarto d'ora ameno. L'altra sorella, invece, doveva essere d'indole ben più riservata. Probabilmente un partito migliore, per qualche rampollo del paese; peccato fosse meno graziosa della prima.
Mentre a mezza voce ciarlava del più e del meno, «Lei è mai stata a Roma, signorina?», Lui cercava di dedurre cosa le conducesse a quello che non era certo un ritrovo d'educande. Ci avrebbe visto meglio delle donne pubbliche, Lui; non le figlie di uno stampatore di Tirano - annotò mentalmente: libelli eversivi in Valtellina, controllare.
Non aveva idea di quante visite potesse ricevere il capo del movimento, ed a quali scopi. Erano circa venti minuti che facevano anticamera, ormai. Lui non avrebbe potuto dirlo con precisione perché il movimento necessario ad estrarre l'orologio dalla tasca avrebbe probabilmente scoperto le manette, e non era il caso. Tra l'altro, per salutare le signorine avrebbe dovuto dar loro la destra, dalla padella alla brace. A meno che fossero fatte entrare loro per prime.
Cosa che, fortunatamente ma ragionevolmente, avvenne. A metà del suo ragionamento, dalla porta uscì un vecchio artritico, vestito di una camicia nera troppo larga. Invitò le signorine Zinella -Zinella, segnato- ad entrare, e chiese a Lui se volesse qualcosa da bere. Mandatolo a far fare un caffè, Lui si gettò attorno un'occhiata, constatò con un sorrisetto che, sparite le signorine, era scemata anche l'attenzione degli squadristi; ed in due mosse si liberò il polso, in tempo per prodigarsi in una regolare presentazione - che prima aveva evitato per non dover stringere mani o fare il baciamano (ché non sarebbe da fare, perché non sono sposate: ma saranno abbastanza erudite da saperlo, o preferirebbero comunque riceverlo, per vantarsi con le amiche di aver conosciuto un vero gentiluomo, in città?). La giovane e graziosa Pace, la timida Giaina («diminutivo di Giovanna, nostro padre è alquanto eccentrico»). Lui le guardò prendere lo scalone, prima di voltarsi ed entrare, borsa alla mano, nel salotto in cui era atteso.
Pesanti tende alle finestre, affacciate sulla piazza quasi deserta; un tavolino rotondo per prendere il tè; un vecchio divano ed una poltrona in coordinato; una scrivania insolitamente sgombra di carte, per il direttore di un giornale. Davanti alla scrivania una seggiola imbottita: le signorine dovevano essere state ricevute al tavolino, sebbene fossero state congedate in breve tempo. Dietro la scrivania riluceva la calvizie dell'uomo. Di fronte a lui, una mezza risma ordinata di carta bianca. Accanto alla risma, una penna. Non era certamente lo studio in cui lavorava.
«Si accomodi, dottore»
Lui, soffermandosi artatamente ad esaminare la foto di un gruppo di commilitoni in divisa da bersagliere, notò con la coda dell'occhio le due giovani uscire dal portone; solo allora, un momento prima di dare l'impressione di essere scortese, depose cappello e soprabito sul tavolino, guadagnò la seggiola e posò la borsa sulla scrivania.
«Un'altra campagna elettorale, per le ennesime elezioni politiche. Mi chiedo sempre cosa ci troviate, voi politici»
«Ed io mi chiedo sempre perché voi signori non facciate un partito vostro, invece di venire ad elemosinare da noi»
«Per via del suffragio universale; ma definirei assai opinabile dire che siete voi a farci l'elemosina.»
E, così facendo, aprì la borsa e mostrò all'interlocutore il suo contenuto. Per quanto si sforzasse di non mostrare sorpresa, questi non poté fare a meno di sobbalzare.
«Sì, sono tanti. Vedete di guadagnarveli»
«Con questa donazione, penso proprio che i bolscevichi non metteranno a repentaglio il raccolto, come l'anno scorso»
«I proprietari che rappresento ne confidano. E confidano anche che con le elezioni del mese prossimo si dia una scossa al Paese»
«I cuori degli Italiani si rivolgeranno a noi in questo momento di crisi; la borghesia e gli amici dello straniero che affamano il popolo soccomberanno sotto l'autentico sentimento che sorge dalla coscienza nazionale»
«Devo confessarle che fatichiamo a capirla, talvolta. L'abbiamo appena finanziata affinché siate d'ostacolo alle rivendicazioni dei braccianti»
«Ma quei vostri braccianti non sono italiani autentici, sono ammorbiditi e corrotti dal veleno bolscevico e da sobillatori stranieri, che vogliono indebolire la nostra economia e con essa l'Italia!»
«Come dice lei. Coloro che rappresento, comunque, gradirebbero una ricevuta»
Scribacchiò su uno dei fogli che aveva di fronte, «Il sottoscritto, a nome della federazione dei Fasci di Combattimento, riceve da...?»
«Unione Agraria Italiana»
«..dall'Unione Agraria Italiana lire 150 000 quale contributo volontario...»
«Lasci perdere, non andremo certo a metterla sui giornali questa nota. Lire 150 000. Stop. Serve a me per dimostrare che ho fatto il mio dovere.»
«Va meglio lire 150 000 per mezzo del dottor Fabiani
«Andrà benissimo»
Appallottolò il foglio su cui stava scrivendo e ne prese un altro:

Il sottoscritto, a nome della federazione dei Fasci di Combattimento, riceve dall'Unione Agraria Italiana lire 150 000, per mezzo del dottor Fabiani.
M.

Lo ripiegò con cura, sigillandolo in una busta, e lo consegnò a Lui; il quale, congedandosi, raccolse dal tavolo anche la brutta copia. Poi, riprendendo cappello e soprabito, diede ad intendere che non voleva si sentisse mai parlare dell'incontro; e si raccomandò, ancora una volta, per il sereno svolgimento del raccolto.
Lui scese velocemente le scale ed uscì in piazza. Senza doversi più preoccupare della borsa e dei soldi, si sentiva parecchio più leggero; anche le casse dello Stato dovevano avere la stessa sensazione, pensò quasi sorridendo.
C'era meno gente in piazza Duomo, si stava avvicinando l'orario del pranzo. Come al solito, invece, l'usciere della piccola filiale della Stefani presidiava l'ingresso dell'ufficio, con la sua mole da ex pugile che sembrava occupare tutta la guardiola. Lui entrò sbrigativo, e si mise a parlare seccamente, più al vento che all'usciere: «Allora, tre cose: Primo, c'è in giro un inglese che stamattina mi seguiva; Secondo, fatto tutto: telegrafate a Roma; Terzo...avete corrispondenti a Tirano?»
«Signore, non è nemmeno sede di prefettura...» rispose con un po' d'imbarazzo l'impiegato
«Non c'è bisogno di dire nulla, giusto?»
«Agli ordini», gli rispose portando la mano alla fronte. Lo sguardo di Lui avrebbe potuto fulminarlo; l'usciere bofonchiò delle scuse e gli consegnò un biglietto ferroviario.

Nella salone della Stazione Centrale, Lui esaminava il tabellone dei treni in partenza. Scorreva con lo sguardo passando dal primo treno per Roma a quello per Tirano, e viceversa. Avrebbe potuto giungervi prima di notte. Si risolse ad una decisione quando ormai la locomotiva aveva cominciato a sbuffare. Si accomodò in poltrona, e riprese ad esaminare la vicenda delle signorine Zinella, ed a cercare di mettere a fuoco il motivo per cui un incontro banale avesse attirato la sua attenzione. Giaina e Pace; con nomi del genere, il padre non poteva che essere anarchico - o socialista rivoluzionario; forse, a Pace avrebbe preferito Guerra, ma probabilmente la moglie aveva conservato un po' di buon senso. Uno Zinella anarchico, o sociorivoluzionario, in alta Valtellina. Non sarebbe dovuto essere molto difficile scoprire molto su di lui; e, soprattutto, cosa avevano le due figlie da confabulare con un arruffapopoli.

Dodici ore (di cui ben poche di sonno) ed un bagno veloce dopo, Lui attendeva nella divisa d'ordinanza, nell'anticamera di Sua Eccellenza il Ministro Rodinò, al piano nobile di Palazzo Baracchini.

«Non sapevo che si chiamasse Fabiani, colonnello»
«Ci sono diversi avvocati Fabiani, Eccellenza. Ma non ne conosco nessuno.»
Il Ministro si stava rigirando tra le mani la ricevuta per l'utilizzo di quei fondi riservati. «Beh, la faccia archiviare»
«Senz'altro, Eccellenza. Posso chiederle l'autorizzazione ad infiltrare i Fasci di Combattimento?»
«I compiti di polizia politica dovrebbero essere affare della Guardia Regia»
«Forse, ma non sono riusciti nemmeno ad individuare l'inglese che suggerisce la linea ai fascisti. Almeno io so che faccia ha.»
«Colonnello, lo so che è inutile negarle l'autorizzazione»

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mercoledì 2 dicembre 2009

Applicazioni Fisiche della Teoria dei Gruppi

Con ieri ho portato a casa un'altra casella del libretto, sulla strada ancora tutta in salita per diventare Dottore Magistrale (ma in latino suona meglio, sarò "Maestro").
Si tratta dell'esame di Applicazioni Fisiche della Teoria dei Gruppi, che al di là dello spreco di maiuscole significa algebre di Lie, con particolare riferimento all'algebra del gruppo di Poincaré e ad SU(3) dell'interazione forte; esame che avevo messo in conto di fare per la prima-seconda settimana di novembre ma che è lentamente scivolato fino a ieri, complice anche la continua procrastinazione (dieci giorni, di giorno in giorno) del docente, preso dal dover far "supplenza" ad un collega assente.

Esame oggettivamente non difficile, che in sede di prova scritta (come al solito, è tipico degli esami con Girardello) ha avuto come principale difficoltà capire cosa lui volesse - né è facile all'orale, ma almeno lì continua a correggerti finché imbocchi la strada giusta; difficile capire cosa lui volesse, e tra l'altro il professore giustamente si lamenta, perché basta andare a chiedergli e ti spiega. Solo che, mentre fai l'esame, difficilmente ti passa per la testa che la risposta che tu daresti alla domanda non sia quella che vuole lui...

Pagando questo scotto, alla fine è andata bene e sono riuscito a portare a casa un 28, che credevo di aver buttato alle ortiche impelagandomi in tableaux di Young che quasi non sarei nemmeno tenuto a sapere, avendo evitato l'esame di Metodi Matematici avendone affrontato due terzi degli argomenti a Fisica Matematica il terzo anno.

Anche se per indole sarei portato a mettermi sugli allori una settimana, non c'è tempo. Anche perché tra un esame e l'altro sarebbe anche il caso di fare un po' di ricerca, e quindi devo mettermi a ripassare i miei cari vecchi bialgebroidi.

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sabato 28 novembre 2009

Quando sei nato non puoi più nasconderti

...anche se ci provo, ad esempio lasciando in coma il blog per oltre un mese. Un mese ed oltre passato a studiare per l'esame di Applicazioni Fisiche della Teoria dei Gruppi, che non sarebbe nemmeno troppo difficile, non fosse che il professore sono dieci giorni che mi tiene sulle spine, e «Le telefonerò per avvisarla di quando posso farle l'esame. Posso chiamarla fino alle undici?». È anche ricominciato il semestre, e seguo finalmente il corso che attendevo con ansia da quando ho visto la riorganizzazione della Laurea Magistrale, e cioè Meccanica Superiore. Un corso che non farà saltare di gioia il ministro Gelmini, visto che siamo due studenti per due professori (ma è tutta colpa dei matematici che non amano la fisica matematica e, fosse stato per loro, avrebbero mandato il corso deserto); ma che fa saltare di gioia me, e per il corso e per la compagnia qualificata.

Ma questa routine è ben poco accanto a quello in cui sono stato incastrato - e possiamo anche, col senno di poi, congratularci a vicenda che sia stata una bella mossa - e cioè sono stato eletto Coordinatore del Partito Democratico di Scanzorosciate e Gorle, proprio questo mercoledì. Tutto assolutamente concordato, anzi. Richiesto. Quasi imposto. In effetti, faccio un po' di fatica ad immaginare quei circoli dove ci si scontra all'arma bianca per eleggere il coordinatore. Da noi è quasi solo una questione di disponibilità. Che non ho saputo negare di fronte alle richieste di molti amici (loro magari si offendono, preferendo compagni) del circolo.

Adesso, tra le mille altre cose da fare, c'è anche questa. Che va fatta bene, ché già ogni giorno c'è sempre il rischio che la più parte dei miei compaesani rifluisca nelle rassicuranti tiepide acque delle "radici", e ci mancherebbe prestare il fianco.

A parte che non starei lì a farmi colpire.

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martedì 27 ottobre 2009

Democratico, popolare, liberale

Pare che finalmente Rutelli si sia convinto a mollare gli ormeggi, per la costruzione di un partito riformista «autenticamente democratico, popolare e liberale». Il finalmente non va letto con quel sorriso d'esultanza, palese o implicito, che molti lasciano trapelare su Facebook o nei commenti riportati in calce all'articolo sui quotidiani online.

Da parte mia, avrei voluto esserci, al teatro Parenti di Milano, per vederglielo dire dal vivo, e - certo - per sentire Dellai che, dopo aver inventato la Margherita, ora guida l'Unione per il Trentino che è, a mio avviso, il più significativo esperimento (ma un esperimento che è il secondo partito della provincia, proprio dopo il PD) di partito-calamita del voto moderato di centro e centrosinistra, con il suo impianto cristiano-democratico e la sua capacità di mettere all'angolo Lega e PDL.

Pace, non sono potuto andare a Milano; per fortuna che Sky ha fiutato l'aria che tirava ed ha proposto la diretta del convegno (penso che ora lo stia rimandando in loop, ma non esageriamo), così mi sono sentito più o meno tutto quello che c'era da sentire, e condivido le preoccupazioni; soprattutto quella, non rivolta soltanto al gruppo dirigente, ma a moltissimi militanti ed elettori, per cui si tratta di persone che negli ultimi vent'anni hanno cambiato quattro partiti ma pensano ancora di essere nello stesso. In totale buona fede, e buona pace del fatto che diventano ogni giorno di più minoritari; se si aggiunge che ormai i voti si prendono dalla mezza età in su (e basterebbe guardare i giovani venuti alle primarie a Scanzorosciate, per confermarlo), non ci attende nulla di buono. Niente di buono ma, certo, molto rassicurante.

Quanto a me, non sono mai stato rutelliano, andando la mia fiducia ad altri personaggi dal passato più lineare. Bisogna, però, ammettere che la stagione della Margherita, senza dubbio foriera di innovazione sul piano politico e senza la quale il PD non avrebbe certo visto la luce, è da ascrivere in gran parte a suo merito, per la capacità di progettare il futuro. Chicca: nella foto, scovata su un vecchio server della Margherita, il congresso fondativo di Parma, nel 2002. Il giovane che, al centro, protende la mano per stringerla al Francescone è un giovanissimo (16 anni) Cassa.
Detto questo, però, ritengo che un minimo di apertura di credito alla nuova linea politica del PD vada concessa. Se non altro, non posso dire di non condividere i toni, a tutta prima pacati e responsabili, di Bersani, molto più di quanto condividessi le urlate di Franceschini, che continuo a ritenere un espediente tattico per smarcarsi da quello e per attirare frange movimentiste in vista delle primarie; espediente non riuscito, o perlomeno non a sufficienza. Dietro i toni rassicuranti, però, non si può fingere di non vedere dove vuole andare a parare. Ma nel PD tutti sanno fare il proprio mestiere, ed io ritengo che Bersani sarà convinto, con le buone o con le cattive, a fare in modo che il PD sia ancora accogliente per chi non viene dalla radice comunista, e non ne vuole sapere di esservi innestato sopra. Diciamo così, conviene anche a lui, conviente a tutti. Perché, vecchio refrain, comunque vada noi vinciamo.

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