domenica 17 agosto 2008

Cronache dal Campo: Day 11 - 9 agosto

Al mattino, evidentemente, tutto tace. Anch'io. Prima che rivolga la parola a qualcuno passano quarantacinque minuti, e tali parole sono mi raccomando, svegliate solo chi merita, e di fatto la sala da pranzo si riempie solo o quasi di ragazze, ma purtroppo anche i fautori della rivolta si svelgiano entro il tempo massimo (col senno di poi, avremmo potuto anticipare la sveglia, senza dirlo). Il programma mattuttino è abbastanza frenetico, perché pende su di noi la spada di Damocle dei ragazzi delle medie il cui arrivo è atteso entro metà mattina, per il cambio della guardia. Nella veloce pulizia delle camere, emergono relitti del tempo che fu. Derrate bastanti a sfamare una persona per una settimana, le marmellatine, scomparse dalla dispensa da giorni, sono rinvenute negli angoli reconditi delle camere, da sotto i letti e - quasi - nelle vaschette dei water.

Io - un po' meno diligentemente degli altri, ma del resto dovrò solo cambiare di camera - sistemo le mie cose e le porto dabbasso, giusto in tempo perché mi venisse chiesto cosa stessi facendo, e mi fosse detto di riportare tutto di sopra, prima che qualcuno caricasse la mia roba per sbaglio, nella camera di fronte alla mia. Ed intanto c'è da preparare la riflessione-summa, e vedere di prendere un po' di misure per il rito dei saluti; che, con il fatto che quest'anno il campo adolescenti è durato dieci giorni, sono stati molto meno strazianti del solito, e questo non è un male. Dopo la lunga messa conclusiva, con condivisione che, di fatto, è coincisa con l'intervento da parte di tutti o quasi, il pranzo a base di pasta fredda e la lunga attesa di quelli delle medie, del dolore e della partenza. Cosa devo dire, io, del Campo Ado?

A parte la rabbia, a parte il poco sono, a parte alcune fugaci preoccupazioni non degne di me, la mia verità sul campo va ricercata nella mia Conclusione, nella terza fila delle interpretazioni. Che penso, non per sfiducia, che ben pochi riescano ad intravedere.

Ma il tempo è giunto, ed inizia il Campo Medie. I miei soci, come si dice, scendono, e rimangono alcuni adolescenti ed un paio di giovani. E si dirige il traffico dei borsoni, e si iniziano a prendere le misure del campo da calcio. Ai ragazzi delle medie serve per giocare, ed alle ragazze serve per guardare i ragazzi, come in una sorta di Non ci resta che piangere, ma alla rovescia. Si sistemano le camere, e si ripetono in sedicesimo le polemiche sulle dimensioni, e le ragazze protestano per il Mulino, lezione di sobrietà che abbiamo deciso di impartire loro. Ed usciamo per la prima passeggiata, che mira ad attirarmi gli strali di queste mamme iperprotettive, che ci accompagnano ed hanno insieme il compito, arduo ed ingrato, delle moderacasati. Fortuna che ci sono i padri, ma di questi parleremo compiutamente in un'altra occasione. Per ora limitiamoci alla cena, abbastanza parca e sembra essere un caso unico, ed all'inizio delle attività. Ed alla prima notte, che li vede ipereccitati ma non cattivi, rumorosi ma non maliziosi, ed infine placidamente addormentati. Ma per poco, perché l'indomani si svegliano alle 6.30, un'ora e mezza prima di quanto fissato. Ed io dormirò tranquillo per la prima volta, in camera con don, i padri ed il piccolo Paganoni, sulle prime eccitatissimo o - con le sue parole - quanto sono felice!, e presto moderato perché, pur invitato ad essere meno felice, saltando sul letto a castello prende una botta in testa che ne basterebbe la metà, e si placa.

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sabato 16 agosto 2008

Cronache dal Campo: Day 10 - 8 agosto

Birnlücken Hütte, o non è un sentiero per vecchi

Il mattino (o meglio, la tarda notte, ché la sveglia per me suona - metaforicamente, perché non ho mai avuto bisogno della suoneria del cellulare - prima delle cinque, per verificare il tempo), si osservano umidi vapori e soffi di lampi che si inseguono sulla mia testa, e poi giù sopra Lutago, fra le cime della Valle di Riva e poi giù nel fondovalle. Ma sono come gli ultimi scoppi dei fuochi d'artificio, e verso le cinque il tempo, pur restando minaccioso, dà evidente segno di calmarsi, e si decide di dare al sveglia e partire. In effetti, già prima delle sette, mentre la nostra colonna assonnata scende a Klammerhöfe per prendere l'autobus, il cielo si sta aprendo di sereno. Il viaggio verso Casere è lungo, anche perché la compagnia è quasi integralmente addormentata e c'è poca conversazione da fare. Alle otto meno dieci, sbattendo per il freddo e guardando con invidia l'Epo che sembra resistere in canottiera, briefing sull'escursione del giorno e preghiera del mattino.

Il sentiero (la stradetta) si inoltra pianeggiante verso la testata della Valle Aurina (ormai l'ho capita, Ahrntal), tra alpeggi ameni ed il torrente spumeggiante, per chilometri ombrosi e freddi, fino a scontrarsi sul primo zoccolo glaciale, e ad affrontare la via dritta fino a Lahner Alm (1980 m), che era la tappa intermedia, che in teoria - facendo affidamento ai tempi delle guide - doveva essere l'obiettivo per i non camminatori, ma - a parte una che era oggettivamente e seriamente inferma - gli unici a fermarsi, in cinque, lo hanno fatto molto più per poca voglia, o per interessi altri rispetto alla condizione fisica ed alle condizioni della montagna. Dopo la malga Lahner c'è una vasta piana acquitrinosa - ed è l'unica zona umida convincente trovata nelle nostre escursioni, e poi un nuovo, cattivissimo, zoccolo glaciale, che per analogia chiameremo la strada tortuosa, e che per oltre quaranta minuti di ripidi stretti tornanti da sputare sangue e non solo. Ci si alza, una rampa dopo l'altra, senza avanzare di un metro, ma solo innalzandosi come in ascensore, finché si sbuca nella testata della Valle Aurina. Non che il sentiero si plachi, fino al poggio su cui sorge il rifugio Brigata Tridentina (2441 m), preannunciato dalle bandiere gemelle (come De Vito e Schwarznegger, cioè una minuscola e l'altra enorme) di Italia e Tirolo, il che indica che si tratta di un rifugio CAI, perché gli altri non hanno quella italiana, e da una croce in ferro battuto e smaltato di rosso. I rifugisti - questi sì, veri rifugisti e non albergatori - si informano sulla nostra meta e ci informano sul meteo, preannunciando grandine; infatti, il cielo si è già nuovamente chiuso. Con un piccolo gruppo, dopo esserci ricompattati, proseguiamo per la nostra meta definitiva, la Forcella del Picco che ci separa (o unisce, termine esatto trattandosi di un evidente valico commerciale) dall'Austria, e la raggiungiamo spazzati dal vento, e reclamiamo al sacro suolo della Patria e del Re almeno cinque metri del territorio oltre il confine austroungarico, confine varcato in armi, cioè armati da racchette da escursionismo. Abbiamo poi mirato ad ottenere posizioni lungo la cresta sud, ma l'inizio di avverse condizioni meteo ci ha impedito di completare lo schieramento, che speriamo poter concludere la settimana successiva, quando saliremo con le medie. Sul confine abbiamo poi girato un video che testimonia l'uso, ancora attuale, del passo per il contrabbando di generi di consumo quali i cappelli tirolesi.

Scesi al rifugio ci siamo accorti che la poca pioggia gelata che avevamo preso non era nulla al confronto con l'acqua e la grandine che aveva afflitto le nostre retrovie, e con quella che renderà un tormento la spedizione del secondo gruppo al confine. Dopo aver esasperato il rifugista per la nostra prolungata e chiassosa permanenza, abbiamo intrapreso la discesa, interrotta da soste alimentari alle varie malghe gestite lungo il percorso, recuperando per strada i nostri figli perduti di Giuda, provando un bicchiere di retrogusto (succo di sambuco!) ed aspettando che gli elementi si scatenassero, ed arrivasse il nostro autobus. Gli elementi, che in fondo ci sono stati soltanto mediamente avversi, decidono di infierire contro di noi nelle poche centinaia di metri che separano la fermata dell'autobus dalla casa, ed arriviamo tutti fradici; ma non ci abbiamo mai messo così poco a fare questo tratto di strada. Il maltempo fa saltare anche i programmi di falò vari per la serata, in quanto - anche se non piove più così forte - il cielo è minaccioso e coperto. Curioso è il fatto che il temporale abbia intorbidato le sorgenti, e l'acqua sia di un gradevole color grigio terra; non diciamo le rivolte per la doccia.

Ma, se di rivolte si deve parlare, allora passerà alla storia, nelle pagine della colonna infame, la notte - o meglio, il tempo dopo l'ora di ritirata. Individuato e ritirato il nettare per libagioni non autorizzate giù al Mulino, e terminato il film-facoltativo, che avremo visto sì e no in dieci, è il momento di mandare a letto gli adolescenti, troppo stanchi per tutto fuorché per fare casino. Iniziano male, perché al gentile (e, stavolta, non è ironico) invito a ritirarsi nelle proprie stanze nei confronti di quelli che erano nella stalla, al calcetto o sotto le promiscue coperte dell'esterno, salta su un irragionevole - e palesemente alterato, fossero ormoni alcolo o droga non mi si è lasciato indagare, ma ho chiaramente le mie idee - tribuno della plebe, che inscena una rissa alla G8 ad un richiamo più fisicamente esplicito. Essendosi così fatta tesa la situazione, ed aggravata da inutili ed infantili sottospecie di vendette trasversali, le disposizioni che ricevo sono ritirarmi nella mia stanza e lasciar esplodere le contraddizioni. Improvvisati comizi, moti oscillatori tutti fuori, tutti dentro, violenti contrasti in loro seno, e situazione ampiamente fuori controllo perché siamo stati bravi (eh?) per una settimana, oggi facciamo quello che vogliamo, e vogliamo essere liberi ed autorizzati a farlo sono i rapidi passi verso la catastrofe pedagogica che deliberatamente alcuni di noi teorizzano; ma qualcuno di noi teorici, e facciamo nomi, Eriberto, interviene prima della catastrofe finale, ed a mio avviso così si perde un po' di incisività, sgridandoli ed insaccoapelandoli prima che si ammazzino fra loro, che è - in fondo - quello che vogliamo.

E paziente, immobile ed inattivo in camera mia - come da ordini - annoto ed annoto, né verrà perduta una sola loro parola. E ci si addormenta per l'ultima notte.

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Cronache dal Campo: Day 9 - 7 agosto

Altra mattinata radiosa; sembra che si concentrino nei giorni nei quali non andiamo in montagna. La colazione, che segue la sveglia come da timetable giornaliera, e cioè alle otto, è come al solito caratterizzata da composta sobrietà; ossia, da marmellatine a volontà (composta) ma poche fette biscottate (sobrietà). La notte era stata combattuta, ed abbiamo constatato quanto, in effetti, le polemiche sulla piccolezza delle camere ed il loro affollamento fossero pretestuose; a meno che, come suggeritomi, tutti - i maschi, almeno - avrebbero preferito letti in meno ed armadi in più. Per cominciare, abbiamo ritenuto che uno non avrebbe più avuto bisogno del proprio letto, od almeno delle proprie lenzuola. Si accorgerà della sottrazione solo a notte fonda. Dopo colazione e servizi, l'attività della mattinata è definitiva e - perciò - abbastanza pesante. Oltre ad essere una violenza abbastanza efferata su Platone.

In effetti, può essere che il tempo inizi a far sentire il proprio perso, perché le attività sono sempre meno partecipate ed accolte con più passività ed anche questa, incentrata sul dualismo anima-corpo, rimbalza contro un muro di gomma di abbiamo capito, ok. Poi, ha un bel dire la suora che, comunque, hanno fatto bene l'ora di deserto, perché non è il silenzio ad indicare qualcosa; perché anche le formazioni del Fantacalcio, che in quresti giorni vanno per la maggiore, si possono scrivere in silenzio.

Il pomeriggio si profila libero; in particolare, il don vuole scendere a Campo Tures per visitare il castello, e si tira dietro un gruppetto. Io, allora, ricordando che, ad un quarto d'ora sopra il maso, c'è nei paraggi un parco sospeso, di quelli in cui ti appendi via e cerchi di passare, con tecniche sempre più diaboliche, da un albero all'altro, racimolo un mio gruppetto di impavidi (o, per meglio dire, di impavide, in quanto, a parte noi tre educatori d'accompagnamento, io Epo e Fabio, le interventue sono solo ragazze - o, per dire ancora meglio, non proprio di impavide, o almeno non tutte) ed andiamo a sfidare la forza di gravità. Per dirla alla bergamasca, il percorso è stato un cinema; tra quante mangiano con gli occhi l'istruttore, ma subivano le attenzioni del garzone, attenzioni pesantemente ricambiate in un primo momento, salvo poi rimangiarsi atteggiamenti inequivocabili perché equivocabili, crisi d'isteria dovute all'albero, alle formiche, alla corda, ai moschettoni...e poi i novelli Tarzan e Jane che si allontanano per vie oscure e solitarie, e dove andassero solo Dio sa, e noi maligniamo. Tornati belli sdernati, ed abbondantemente ricoperti di resina, viene il momento della messa e della cena. Nel dopocena, mentre da un lato, scuotendo la testa osservo lo sfuggire alla Peter Pan di alcuni di loro dalla responsabilità dei loro anni e delle loro azioni, dall'altro aspetto sotto la pioggia, ché la bella giornata ha preparato violenti temporali, che il don prepari la propria Bariccata, in modo di andare a dormire, ché per la montagna dell'indomani la sveglia sarà alle 5.30. Mentre si legge una storia sul bambino Platone, una dopo l'altra cadono addormentate le teste degli astanti, benché ormai si sappia che è solo una finta, e che appena si dirà "a letto", tutti salteranno su come molle, per finire il sudoku, salutarsi gli uni gli altri (e quindi $((69),(2))$ volte), andare a prendere il caricatore del cellulare, o della PSP, o della batteria dell'auto; o c'è la terzultima, la penultima o l'ultima sigaretta, e le ultime chiacchiere, e i pettegolezzi che, nelle 18 ore di veglia precedenti non si è proprio riusciti a diffondere.

Dopo tanti giorni, passo alle cattive. In particolare, non tanto con quelli che sono in giro, ma con quelli che lo ritengono un loro diritto. Forse troppo con le cattive, nel senso che può essere che qualcuno si sia trovato aggredito con meno preavviso di quello d'ordinanza (chi va là?pausa-chi va là?pausa-chi va là?pausa-sparo) ma solo chi va là?sparo, magari senza avergli dato tempo di rispondere. Ma, alla fine, pur tra mugugni e polemiche, sono stati infilati a letto. Notte tremenda, sotto il profilo meteorologico, e levata ancor prima delle cinque per tener sotto controllo l'evoluzione dei temporali. Ma è già domani...

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Cronache dal Campo: Day 8 - 6 agosto

Doveva essere una giornata di decompressione, e per i più probabilmente lo è stata. Comunque, nonostante le aspre premesse, al mattino non molti si lamentano per il mal di gmabe o di ginocchia; ma, tanto, the best is yet to come, come si dice. Abbiamo ancora la quota massima da raggiungere. Dopo la colazioni, per i miei standard decisamente abbondante, ma che Spormaggiore era tutta un'altra cosa, come serpeggia il malcontento, ed il servizio di sparecchiatura, abbiuamo intrapreso quella che doveva essere la breve attività del mattino, una specie di riflessione mediata da canzoni su quale sia la natura dell'uomo. Attività con cui ho avuto qualche polemica, prima perché basta con Jovanotti, insopportabile guru delle banalità, e poi perché interroghiamoci sull'Uomo, e non su questi uomini che parlano di sé. E perché nemmeno i peggiori adolescenti dicono - come mi è capitato nel gruppo - questa canzone mi piace perché mi ci sono rispecchiato. Mentre tutti i gruppi svolgevano diligentemente il proprio compito e stavano diligentemente nei tempi, quello del don divaga ed approfondisce, lo commuove e ci fa perdere tempo. Partendo quasi con un'ora dopo l'orario convenuto da casa, per scendere a Lutago via Wasserfall, e rimandando al mittente sia gli insulti perché il sentiero era ripido, sia i complimenti perché era bello, siamo arrivati in paese per il rotto della cuffia, peccato che le incoprensioni con l'ATB di quassù ci avevano fatto prenotare l'autobus successivo, ed abbiamo recuerato una mezz'ora-aperitivo. Impagabile la scena, allorché quando, dopo aver ordinato due calici di Traminer, così - in italiano (avevo già notato che se dici calice ti guardano con un gigantesco punto interrogativo stampato in faccia), la barista si mette a preparare due caffelatte. Momenti di panico, ma poi la colazione (alle 12.30!) viene servita a due avventori al tavolo.

Arriviamo a Campo Tures attorno all'una e mezza, e bisogna combattere con le cucine dei vari ristoranti per farsi preparare qualcosa; ma tanto, non è di cibo che siamo affamati; ed una Weizer media (chissà perché non una Weiss, come si dice da noi, tanto più che è Weissbier anche sulla bottiglia) ed una grappa di ginepro soddisfano il fabbisogno di alcol per il giorno, il precedente ed il successivo. Dopo pranzo ci trasferiamo a Gais, o meglio al lago di Gais, o meglio ancora alla pozza di Gais; un'attrazione tipicamente crucca, mezzo metro di acqua limacciosa invasa di bagnanti e prendisola. In mezz'ora mi sono ricordato perché odio il mare. E per la restnate ora e mezza ho rimpianto il vento sferzante e le gambe stanche del giorno prima. Tra l'altro, più interessante del pomeriggio è stato il metapomeriggio, cioè la riflessione attorno al pomeriggio. Un breve sondaggio mostra che nessuno conosce il termine lascivo, ma allo stesso modo tutti sono pronti a giurare di non esserlo, incuranti del ghigno beffardo, non solo sul mio volto, che accompagna alcuni dinieghi. Intanto, nel pomeriggio è stata sperimentata l'unità di crisi in caso di smarrimento di persone. In sostanza, la suora non si è fatta trovare per mezz'ora, per vedere quando ce ne saremmo accorti; ce ne siamo accorti entro dieci minuti, e ce ne siamo immediatamente fatti una ragione. Al suo ritorno, con lamentele, le è stato placidamente risposto che ci saremmo comportati allo stesso modo anche se si fosse perso un adolescente. Mentre tutti, al ritorno a casa, si affrettano alla doccia, il tempo passa e ceniamo ad un orario significativamente indicibile, dopo la messa facoltativa che ha riscosso ottimo successo di pubblico. A cena, evidentemente si festeggiava qualcosa perché dalle cantine del don è uscito un po' di Montalcino, e così la giornata ha avuto il titolo di migliore per quanto riguarda il consumo moderato e responsabile di alcolici.

Dopo cena, mentre pioveva e ci si interrogava sulle previsioni del tempo, si organizza una serata di giochi musicali, ed è inutile dire che noi giovani, anche alla luce di una maggior esperienza di cartoni animati, ne usciamo indiscussi trionfatori - sebbene sia alcuni di noi che molti adolescenti abbiano preso il gioco un po' troppo seriamente, neh. Man mano che la fine del cmapo si avvicina, le serate e le nottate diventano più difficili. Quasi due ore tra la ritirata ed il silenzio. Ma sarebbe un peccato lamentarsi troppo, perché - comunque - non c'è paragone con la guerra aperta dell'anno scorso. Forse sto davvero diventando più buono; credo che dovrò rifarmi distruggento la psiche di una o due adolescenti che ho adocchiato (nel senso, che sembrano forti da fuori ma intimamente fragili); sarebbe una cosa oggettivamente malvagia, e meramente inutile. Il più elegante tipo di male. Ma boh, perché se poi questa attenzione potesse implicare interesse da parte mia? Meglio evitare, vitanda sunt bonis; e non tutto ciò che piace è cattivo. Ma cosa non lo è?

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Cronache dal Campo: Day 7 - 5 agosto

Il rifugio Porro del CAI di Milano si raggiunge brevemente (in 1h30') dal Lago di Neves, e molto meno brevemente da Riobianco. Essendo, però, che Riobianco è - praticamente - ad uno sputo sopra di noi, non c'è scelta per quanto riguarda l'itinerario, il che ci permette una sveglia abbastanza tarda, alle ore 7.00. Come al solito, ci sono persone che mancano completamente l'obiettivo-abbigliamento: ci sono ragazze con shorts così short da essere poco più che mutande; considerate le ragazze, noi non avremmo di che lamentarci, non fosse che avrebbero mangiato del freddo allucinante; e quei due tre riottosi che, scalassimo l'Everest, comunque verrebbero con scarpettine che li metterebbero in difficoltà anche a camminare in un giardino. Le prime maledizioni mi arrivano quando, in luogo della comoda strada fortestale che da Rio Bianco doveva portarci alla Malga Göge (2048 m), lavori di costruzione di una condotta forzata ci costringono a tagliare strada e tornanti, e si sale decisi e stringendo i denti nel bosco. Più su, ripresa la strada, c'è ancora la possibilità di tagliare, ma chissà perché nessuno mi segue nella mia impresa; e, quando arrivo a Gögealm, vedo, lungo i ripidi zoccoli glaciali che ci separano dall'evidente insellatura dove deve trovarsi il rifugio, i nostri corridori che, cascasse il mondo, devono metterci metà del tempo segnato sulle guide.

Io, in realtà, sto salendo ben poco in salute. Non so se i crauti del giorno prima, perché la colazione credo di averla fatta giusta - ma in due o tre occasioni devo fermarmi e convincere il vomito ad andare o su o giù. Il colpo di grazia arriva arriva, appunto, alla sella, quando in lontananza (20', 30', ad occhio) si staglia il rifugio contro il cielo, ed il vento gelido mi schianta, costringendomi a cambiare maglietta e ad infagottarmi, causa shock termico. Arrivo al rifugio ai limiti del cadaverico, e mi precipito all'interno, a mangiare caldo, e cose calde. Ma ci vorrà comunque un'ora per riacquistare un corretto rapporto con la temperatura esterna E come facciano quelli a stare fuori, mistero. Viene il momento del ritorno, e - consigliati dal rifugista, come da programma, ma tratti in inganno da un'errata lettura della tabella dei tempi - affrontiamo la traversata (bellissima, alti tra pietraie moreniche) per il Tristensee, e poi il tuffo da 2300 a 1400 m in poco più di un'ora; il che ha spezzato gambe, distrutto ginocchia, incrinato menischi; ma miracolosamente con tutti, anche i più placidi, abbiamo disintegrato il tempo previsto di discesa e siamo riusciti a prendere al volo l'autobus - l'ultimo autobus della giornata. E poi è stato coniato il miglior insulto del campo, Casati ti strappo quelle basette da Lupin, benché sia una settimana che vado ripetendo essere da Francesco Giuseppe.

A casa, tutti distrutti, ed infatti dormono fino all'ora di cena (grosso errore da parte nostra, lasciarglielo fare) e dopo cena praticamente solo la preghiera, altro errore. La serata è la peggiore che la cronaca ricordi, fino ad oggi. Man mano che il tempo passa, sempre peggio. Sarà che siano stanchi loro di fare i "bravi", o io di non dormire, o che stessi male (per una volta, mi sarà concesso) e che fossi meno disposto a tollerare gente per corridoi e scale; o che, infine, il rispetto per i malati - il contagio è arrivato nella mia camera, attenzione - ci faceva essere più rigidi, fattosta che si è urlato parecchio. La nottata fa registrare unache una probabile rottura di amicizia di vecchia data, quando due ragazze, nel fare le stupide, hanno finito per spingersi sul pianerottolo e giù per una rampa di scale, di schiena a rotoloni. Prima notte in cui ho patito il freddo - vade retro, contagio!.

Alba tersissima.

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Cronache dal Campo: Day 6 - 4 agosto

Il giorno d'attività comincia bene, perché abbiamo il turno di riposo, e dunque niente servizi per tutto il giorno. Il mattino, ormai, è un rito. Sveglia alle sei e mezza, grazie al chiaro cielo del mattino, discesa imbacuccato (ma con sandali e calzini, da crucco vero, ma qui è un obbligo altrimenti si muore di freddo). Mi siedo davanti al computer o al quaderno, poi arrivano le signore cuoche-e-ben altro, bevo il caffè e torno alle mie carte. Sveglio i ragazzi e faccio colazione. Poi, filoattività.

Attraverso che valori passa la Verità per me, e poi per noi, e poi all'asta dei valori, per vedere cosa ciascun gruppo era disposto a mettere in gioco per ottenerli. L'asta è un capolavoro di freddezza, per noi gruppo giovani B; offerte fatte soltanto per fal alzare i prezzi, e spingere i concorrenti a spendere. In mattinata, il parroco-sprint di Scanzo, don Giampietro, arriva rombando con una delegazione di suore che, evidentemente, devono controllare la nostra suora, e questo ci porta a bere vino durante il pasto, era ora!. Pomeriggio variamente libero, e quindi di studio, e tè delle cinque con pensionata precisione. Mentre il cielo (direi finalmente, è dal primo mattino che mi puzza) si divide a cadono le prime gocce di pioggia, inizia l'ora di deserto.

Chissà se sono vere le voci, le voci che Chicco mi riferisce, ma non credo. E, se lo fossero, certamente non porterebbero a niente. E ricordare che, con settembre, sarebbero sedici anni che ci conosciamo. Sedici. Vola il tempo, perché lui era uno nuovo. Quasi venti con Pedro, per quanto negli ultimi anni siamo in polemica. Sono vecchio; e questi adolescenti troppo giovani.

Ma, a parte gli Allaricercadeltempoperdutismi, il tempo a nostra disposizione non è molto, e bisogna pararsi da tirolesi per la serata, cena tipica e balli. Mentre bisogna dire che c'erano un quattro cinque ragazzi che avevano azzeccato l'abbigliamento, il fronte femminile è stato - al solito - più deludente ma omogeneo. Così come non c'erano adolescenti riottose bardate da ultras, d'altro canto erano piuttosto uniformate al modello-zingara, ma la cosa meno condivisibile erano le trecce, che certo avrebbero riempito i sogni di un paio di miei conoscenti con questo feticismo, ma che a mio avviso mancavano completamente il bersaglio, e poi guardatevi in giro, e contate quante tirolesi con le treccine ci sono.... Ad ogni modo, le ragazze restano più gradevoli dei ragazzi, e ci mancherebbe. A cena, la riscoperta dei crauti. Non so cosa buttino dentro negli abominevoli panini che si trovano in giro da noi, ma cucinati con tutti i carismi sono certo insoliti, ma buoni al punto da aver fatto a gara con Eriberto (ha vinto lui, tewmo, perché erano finiti all'ennesimo ter (o quater)).

L'occasione dei balli poteva essere propizia per verificare la fondatezza o meno delle notizie di Chicco, ma nessuna mi ha scelto durante il ballo di corteggiamento, ma certo perché le ragazze sono nojose, ed andavano tutte dai propri uomini, mentre questi ultimi provocavano ed andavano dalle ragazze altrui. Poi ennesimo ballo delle coppie, che ho pensato di vivacizzare inserendo la clausola che chi fosse finito con la suora, al termine, avrebbe perso (questo perché la leggenda dice che si sposerà colei con la quale si finisce il gioco, e non si può sposare la suora - ma io, con tutte le volte che l'ho fatto, dovrei avere più mogli dei mariti di Tina Turner): ha perso l'Epo! Poi, balli di coppia più tradizionali - e la ragazza precedentemente nota come Galadriel deve avere un trascorso da uomo, per 'sta mania di guidare il valzer - ed intermezzo epico con Riva Balboa. Poi, al termine di tutto, si verifica la mia tesi, e cioè che i balli non stancano a dovere, ma eccitano; e, infatti, è stata la notte peggiore - che, comunque, resta meglio della migliore di Spormaggiore e del Trasimeno - e si inizia una notte in cui l'occupazione principale è digerire i crauti. Mattina discreta ma fredda. Pronti a calcare i sentieri.

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Cronache dal Campo - Le prime foto

Adesso abbiamo anche un web album di Picasa, dove ho caricato un po' delle foto che le generazioni hanno lasciato sul mio computer in questi giorni. Per ora, fin dove sono arrivato a scrivere. È ovvio che sono ancora pochissime, rispetto a quelle che sono state fatte, e che chiunque ne abbia e voglia consegnarmele - con un occhio alla pubblicazione, è abbastanza naturale che non le metta tutte - è ben accetto. Per ora, con l'account Google degli OrSI, abbiamo queste foto.

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Cronache dal Campo: Day 5 - 3 agosto

Dopo essersi coricati col Nervoso, aver dormito male di Nervoso, ed essersi alzati con il piede sbagliato, per il Nervoso della sera - e no, il nascondanno non c'entra - fortunatamente ci sono le torte a colazione che mettono di buon umore. E la mattina fredda e radiosa. Con qualche difficoltà scendono anche i ragazzi, e la nostra madame Bovary, e sale dal Mulino (ovvero, la dependance della casa) uno degli stakeholder della vicenda. Si decide di tenere il coltello dalla parte del manico, e di far raffreddare i bollenti spiriti, perché si sa cosa si dice della vendetta. E di mangiare altra torta.

Con la Messa domenicale delle nove, allungata dalla meditazione del giorno ("come mai una messa dura un'ora e mezza?"), introduciamo Socrate e l'attività odierna, che si svolgerà - però - a Brunico, praticamente la città, nel raggio di quaranta chilometri da qui. Prima a piedi e poi a staffetta-amisù scendiamo a Lutago, ed iniziamo a stipare autobus di linea - non essendo riusciti a contattare per tempo la locale ATB - fino a fondovalle. Caldo. Sole. Gente. Chi ce l'ha fare, di scendere? Ad ogni modo, la giornata è libera, fatto salvo il dovere di fare leggere interviste ai solari passanti altoatesini, in merito a "Esiste la Verità per te?" ed a "Dove la trovi?".

Nel frattempo, don suora Eriberto eccetera ed io cerchiamo un ristorante tipico, e finiamo in una sorta di locale sperimentale, dove fanno effetti speciali col ghiaccio secco, ed in una pasticceria minimal-house che vende paste mignon e piante in vaso, ed ha lo stesso arredatore che - nella mia testa - si è occupato del paradiso. E come in Paradiso ci sentivamo, dopo aver mangiato una mousse od un dolce al cioccolato, ma come in Purgatorio dopo averne mangiate quattro. Gli adolescenti, nel mentre, hanno deciso di dedicarsi alle due principali attrazioni della domenica brunichese: la sagra dei Vigili del Fuoco, con la sua birra ed i suoi crauti, ed il maestro Rigolin, sorta di poeta-santone-invasato vestito da nobile veneziano del Cinquecento, che declamava proprie poesie e dava insegnamenti spiccioli di filosofia monista.

Al rientro, duplice Odissea (o meglio, Triplice): salire da Lutago ad Innerbach, certo con la spola-amisù, ma dopo che una pattuglia di coraggiosi mi ha seguito per ripidi nascosti sentieri, più ripidi del preventivato per errore mio, sgomitare alla vasca di pietra per lavare un minimo di panni, perché questi fighetti se li lavano cotidie, ma noi dobbiamo fermarci ancora a lungo, dopo di loro, e spiegare e far capire il Grande Gioco Notturno, su Star Wars - La grande purga jedi, ad educatori che non l'avevano mai visto. Nuovo fervorino/predica/meditazione del don, che fa la rilettura dell'attività brunichese ed inaugura la prima predica ad personam della mia carriera di animatore, in merito ai fatti della notte. Quasi piangevo di commozione, o per altro. Forse il don ha ragione, ed inizio a pensarla come lui - o lui come me, molto più probabile.
Dopo quattro giorni, inizio ad averne piene le tasche della nostra sala da pranzo, ché fa ovunque freddo ma dentro è peggio di un forno crematorio, e pare che siamo solo in tre o quattro a patirlo.

Mentre calano le tenebre (qui basta che il sole giri dietro allo Schonberg che la temperatura precipita, ma il cielo rimane chiaro ancora per due ore) spiega, con tutt'altro che infinita pazienza, ai giovani alias Truppe d'Assalto Imperiali il gioco, mentre di sotto si cerca di far partire il proiettore, per l'intro del gioco. I ragazzi, dopo estenuanti spiegazioni ed un bigino "rosso: cattivo; blu: buono", sciamano alla ricerca di Yoda su Dagobah, mentre Darth Fener e l'esercito si preparano alla pugna. Quando usciamo ed andiamo all'attacco, tutti sono già forniti di scalpo, e pericolosamente vicini a Tatooine e ad Obi-Wan Kenobi. La nostra tattica, nonostante porti alcuni frutti al Lato Oscuro, non si rivela efficace, anche perché fare scalpi a terra, oltre ad essere non del tutto corretto (ma non è stato detto nel regolamento, ergo...), è molto più difficile per chi attacca che per chi difende. Mentre, scortato da Jedi coraggiosi ed alpinisti, Obi-Wan si infila attraverso le nostre linee, alcuni adolescenti ne approfittano per passeggiare, altri per farsi prendere dal panico da buio, molti per farsi coinvolgere con anima e corpo nel gioco. Alla fine vincono i buoni, disdetta!, e bisogna sopportare una serata di adolescenti eccitati dal gioco, e disorientati dalla ridisposizione delle camere dovuta all'arrivo dei penultimi ritardatatri. Adolescenti che, tutto sommato, più che dimostrarsi riluttanti a desistere dalle chiacchiere, non hanno fatto. Stasera stanchissimo, ed un po' imbarazzato per i comlimenti ricevuti a causa del gioco, è ancora minore la mia consueta poca pazienza.

Ma già mi rendo conto che questo blog è a corto di pettegolezzi. Sarà - forse - perché ormai quasi tutti conoscono quasi tutto di quasi tutti; o perché ho ancora, adesso mentre scrivo al campo, alcune armi da usare, e scrivere anche solo così, su carta, pur sapendo che, per chi legge, o le avrò già usate o non servirà più usarle, sembra di bruciarsele. Certo, ad un occhio inesperto sembra che io mi facia un sacco di fatti altrui. Il fatto che questi fatti altrui siano, di fatto, di adolescenti umorali che "cambiano gli elementi, le stagioni i presidenti", e che il Fatto del Giorno è già vecchio, e che sia nostro compito vegliare affinché we shall have peace, e che il fatto che io sappia non significhi che divulghi a caso, ma piuttosto che pieghi a mio vantaggio, ed in mancanza di ciò acché perditur, perché le amicizie che si sfaldano sono più interessanti di quelle che si formano, specie se antiche, sembra che non lo considerino. Se non fosse che questi adolescenti hanno la memoria corta, e fanno ratti la pace, anche se si sono vomitati addosso tutto l'odio possibile. E le amicizie si riformano...

E fu sera, e fu mattina. Nuvole minacciose al capo della valle di Schwarzbach, dove ci troviamo, e sole ovunque altrove.

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Cronache dal Campo: Day 4 - 2 agosto

La giornata, per l'Educatore Solerte, inizia alle 4.00, perché un rumore più forte degli altri lo sveglia, e forti rumori provengono dalla casa. Che qualche adolescente in tempesta ormonale stia intessendo relazioni interpersonali illegittime? L'accurata ronda, comunque, non porta a nulla, anche perché ci si rende conto che il frastuono è dato dalla violenta pioggia sul tetto di legno. Al contrario, miracolo!, quando alle 5.00 il nostro Educatore-Sveglia si alza e si precipita a controllare il tempo, ha smesso di piovere e si preannuncia una giornata uggiosa ma non sfortunata. Corsa contro il tempo per preparare il pranzo al sacco, e poi fino alla strada principale per non perdere l'unica autocorsa che ci porta a valle. Colazione troppo abbondante a Campo Tures, mentre si aspetta il cambio, e nuova autocorsa fino a Riva di Tures (Rein in Taufer) dove - nella nebbia - parte il sentiero per il Rifugio Roma o, come preferiscono dire qui, ed indicano su tutti i cartelli, Kasseler Hütte.

Il segnavia è il nr. 1, e le guide danno (non essendosi messe molto d'accordo) un tempo di percorrenza tra le due ore e le due ore e mezza. Avevamo sparso il terrore parlando di attacco ripidissimo, come si vedeva dalla cartina, ed in effetti così è stato, e ce ne siamo accorti soprattutto in discesa. Del tutto pessimiste, invece, le indicazioni di tempo, perché in due ore e mezza erano arrivate anche le peggiori ciofeche del campo (quelli che, dove c'è scritto due ore e mezza per il Curò, arrivano in quattro ore).

Il luogo in cui si trova il rifugio, nel Parco Naturale delle Vedrette di Riesz, non è speciale, una sorta di Coca più ad alta quota (ma si parte da 1500 m di Riva, non dagli 850 di Valbondione), con un laghetto a pochi minuti, ma è sorprendente quello che si trova dietro al laghetto. Oltre al Tristenkocl (o come si scrive), su cui un gruppo di arditi è salito sfidando vertigini e gravità, placidamente salibili e salite dal don con altri cooptati a tradimento (cioè, se sapevo che andava lì e non saliva sul monte da cui ero appena sceso, andavo anch'io), le vedrette - ma, piuttosto, questi ghiacciai, che dal basso sembrano incombere ma, di fronte e dall'alto, sembrano distese appena increspate di spuma bianca (come si vede dalla mia foto in vetta).

L'uscita del don ci ha dato qualche problema, perché eravamo vincolati all'orario della corriera, e bisognava considerare il tempo necessario per scendere, e così ho - in qualità di Responsabile della Montagna, dopo essermi consultato con gli altri educatori ed avendo, ripetutamente ed inutilmente, tentato di contattare don e compagni - spedito a valle, 2h30' prima del nostro ultimo autobus, il gruppo di quanti erano arrivati per ultimi, che risentito è sceso praticamente di corsa, e per il resto inviato staffette per i sentieri, anche perché ignoravamo dove si fossero recati (ed a ragione, essendosi loro separati ed andati ciascuno con il proprio Dio). Arrivato il don, e sentita la piccola reprimenda per aver avuto fretta, abbiamo iniziato con il mollare le briglie ai corridori, che fremevano per tornare a valle, e ci siamo messi con calma a percorrere a ritroso la via dell'andata, prima scendendo al fragoroso torrente scavalcato dal ponte di legno, poi in un lungo traverso nel bosco e, infine, il tuffo sul campo sportivo di Riva; dove avevano organizzato una grande sfida a calcio, ed adolescente al minimo sindacale d'abbigliamento rosolavano al sole, almeno per i pochi minuti che hanno preceduto il rientro.

E scoprire che c'è ancora gente (adolescente, ovviamente) che si offende pur sapendo che la cifra dei miei rapporti interpersonali è leggermente diversa dall'indigestione d'abbracci e d'amore che tutti si scambiano gli uni le altre, e non si capisce - il che è la cosa fastidiosa - non si capisce cosa, come e se fare, e se vada fatto. Perché, avendo stabilito che non farò quello che mi piace, ma ciò che è giusto, c'è il problema che, se è molto facile sapere ciò che mi piace e ciò che non mi piace, un po' meno semplice è sapere cosa sia giusto; e meno ancora, cosa sia bene. Perché il bene è ben diverso dal giusto.

Ma non c'è tempo di molcersi o macerarsi nei pensieri, perché la vita - leggasi il campo - chiama e dai massimi sistemi si passa al turno di cucina, nel quale si constata l'impossibilità di far capire a buona parte della squadra, nonostante gli insulti delle signore che ci aiutano preparandoci viveri e vettovaglie, che sulla pasta al tonno non si mette il formaggio, e si riesce - io - a rendersi conto che l'insalata non cresce già tagliata, lavata ed imbustata in soffici sacchetti Bonduelle, e che anche senza Miracle Blade i pomodori non si schiacciano quando li si affetta. A cena ho modo di sedere accanto alla piccola Vitali, figlia minore della coppia che ci accompagna ed aitua, affiancando l'ormai istituzionale signora Pezzotta nata Bergamelli, che già oggi a stento mi ha mollato e che ha un animo (animetto, a quattro anni) avverso all'autorità, e conversazione variamente leggera con i "grandi" (dal punto di vista maturativo, ancorché non esenti da stupidera) dei nostri adolescenti, e serata passata a preparare il gioco notturno dell'indomani, e prima nottata sui metodi di integrazione numerica alla Newton-Cotes. Poi, complice l'orario differenziato di riposo - abbiamo degli infermi, oggi si è camminato ed il film (facoltativo) non finisce più - il disordine si diffonde nelle camere, e sarà il sonno sarà lo scoramento ma Casati sei più buono, non ci urli più contro ma solo continui a richiamarci - ma questa politica non paga, perché ormai si stanno spegnendo gli ultimi focolai di resistenza maschile che dai piani inferiori si sale a cercarmi la nostra Bovary, ma epiteti meno oxfordiani sarebbero forse meglio usabili, e lo sono stati - usati - senz'altro in quel frangente, e come un dio vindice mi calco il cappello ed esco, a cercarla tra le fratte, o nella depandance-giovani; nessuno, né i giovani - che, in effetti, non hanno torto - né quegli omertosi di adolescenti, l'ha vista, e sì che tutti hanno controllato dappertutto. Poi la trovo, diciamo non nel suo letto; e mi sono dovuto trattenere perché avevo testimoni. E, dal nervoso mangiato, si dorme male e si medita vendetta, tanto perso nei pensieri oscuri da essere per la prima volta sconfitto, per cinque minuti, nel nascondanno in camera mia. E, non bastasse, mi sta venendo il mal di gola.

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Cronache dal Campo: la Verità

La verità e la vita
Sulle questioni attinenti al vivere civile, ci troviamo spesso a doverci confrontare con personi di opinioni e "verità" diverse, che non possiamo semplicemente bollare come "sbagliate". Se, da un lato, la mancanza di verità riconosciute potrebbe portare all'anarchia ed alla disgregazione del tessuto sociale, dall'altro questo apre alla possibilità della libertà, della politica come spazio di confronto e di accordo, di compromesso. Se, da una parte, questo rende vivibile la vita, dall'altro non siamo soddisfatti della "verità ottenuta", perché come ottenere la verità quale somma di errori?

La verità oggettiva
Un primo modo di definire la verità, che di primo acchito ci sempra seducente, è quello di aderenza alla realtà "oggettiva". Ma questo ci apre due problemi. Il primo è che il problema si sposta dall'esistenza di verità a quello dell'esistenza di una realtà oggettiva, cioè misurabile, osservabile, con il problema che l'osservazione è mediata dalle sensazioni, dai punti di vista, ed in sostanza potremmo trovarci ancora nella legittimità di verità diverse. Inoltre, il problema dell'oggettività è che quello che è ob-jectum, buttato lì, non ci dà nessuna risposta, ma è solo una somma di dati. Dobbiamo andae oltre, e dove non arrivano gli occhi può, forse, arrivare la ragione.

La verità autentica, o assoluta
Cerchiamo allora la nozione di Verità dentro la definizione di Autenticità, parola che, dalla sua origine ibrida grecolatina, ci dice che la verità è auto-ens, cioè esiste da sola. Non c'è bisogno di una somma di dati a cui appoggiarla, la Verità è al di là della natura (metafisica), nell'orbita di quello che è (ontologia) per-sé, che trova in sé, da sé e con nessun fine esterno la propria sostanza e la propria Ragione. Questa astrattissima definizione è bella, elegante, soddisfacente come un teorema. Ma non dice niente alla nostra sete di Verità.

La verità come svelamento, o rivelazione
Ci viene ancora in aiuto la lingua, ed in particolare il greco che chiama la Verità alétheia, cioè svelamento. Abbiamo, quindi, questa immagine di una verità nascosta, e coperta, che sarebbe però pretenzioso, nonché impossibile, per noi uomini raggiungere e spogliare. Dobbiamo, quindi, aspettare che sia lei a rivelarsi, e questo sappiamo che è successo

La Verità della Fede
Ché la Verità non è una rivelazione gnostica, un'illuminazione, ma una persona, un Dio-persona che a se et per se concipitur, ma che scende nella storia, si rivela migliaia di ani fa ad un popolo storico, e diventa un fatto oggettivo e che, dopo essersi fatto vedere, ci interroga ed interroga la nostra libertà di uomini: "Io sono. Tu che fai?". E la libertà nostra gioca qui la sua partita decisiva, se riconoscerla o no. E, riconoscendo in una Persona non solo la Verità, ma la Via e la Vita, getta la luce sulla nostra convivenza, illumina la nostra comprensione dei fratelli e le ragioni delle nostre scelte. Non corriamo in giro alla ricerca della verità, ma fermiamoci e facciamoci trovare. E preghiamo di riconoscerla, ed avere la forza per sostenerne lo sguardo.

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Cronache dal Campo: Day 3 - 1 agosto

Con questa mattina di sole radioso ci alziamo, ed alle otto convochiamo tutti gli educatori, per presentare l'attività che dovremo fare. La parte più divertente, sebbene non aiuti il buon umore la - consueta - improvvisazione, che poi è resa ancora più fastidiosa dal fatto che, in realtà, tutto è già stato teoricamente preparato, e quello che manca è solo, ma del tutto, il modo di metterla in pratica, è rimbalzare gli adolescenti che si presentano a colazione in anticipo, per accaparrarsi più Pan di Stelle.

Tema del giorno (centrale in generale, ed uno dei cardini del mio modesto modo di pensare il mondo), la Verità e la sua esistenza, sulla scia dei Sofisti e del rifiuto dei sofismi. Importante finto (perché tutto era già stato programmato) laboratorio per mostrare la potenza delle antilogie (In estate il mare è meglio della montagna, l'annosa questione affrontata anche dal profeta Elio), e discussione in gruppi di età, il che mi porta a confrontarmi con gli altri ggiovani, e ci porta ad elaborare il pensiero presentato nel post a parte, in gran parte (tranne l'etica, che non fa del tutto per me) derivato dalla mia impostazione.

Nel pomeriggio, libertà, il che vuol dire che in paese, a Lutago, scendiamo, per ameni sentieri, solo don suora Maria ed io, e così ci diamo alla birra ed allo shopping altoatesino impulsivo senza patemi, e sistemiamo la questione degli autobus, per i nostri spostamenti di gruppo. Dopo la messa e la cena la mia Nemesi, ovvero l'animazione di Eriberto, che invece che stancare gli adolescenti li eccita - e li fa sudare, e dunque ammalare - ed un ritardo storico di almeno tre quarti d'ora sul momento della ritirata e del riposo, che uno dice che sarà mai è vacanza, ma la cosa è meno banale di quanto si pensi perché l'indomani, per questioni di mezzi pubblici, la sveglia è alle 5.40 per loro, prima per noi. Si va in montagna vera, stavolta. Ed a letto con il dubbio, perché è tutto il pomeriggio che piove.

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Cronache dal Campo: Day 2 - 31 luglio

Le nuvole basse, che alle sei imbiancavano di una morte innaturale le case, la valle ed il mondo (che, quando si è via per un campo scuola, sono la stessa cosa), si alzano lentamente, molto più lentamente degli adolescenti. È un rito che si eterna, il risveglio. I primi, ed i gruppi, ed i ritardatari, sono sempre i soliti. Chi si deve ingozzare di Pan di Stelle, e chi farebbe a meno anche di quella mezza tazza di caffè. Dopo colazione, il Campo entra nel vivo, nella stalla-stube-discoteca-cappellina, ed attacchiamo con Amo Sofia, con il libro di Gardener (che, ad ogni buon conto, non consiglio perché ok la filosofia, ma la trama è deludente) e con il primo dei filosofi, Talete di Mileto. Poi, prima uscita escursionistica del campo, intrapresa con tutta calma e preparata in fretta e furia, riciclando una di quelle in programma per le Medie. Si parte da casa, all'alba delle undici e dieci. Viene spacciata (da me) come leggera, e lo è - se confrontata con quelle dei prossimi giorni. I ragazzi non sono del parere, ma lo saranno di più, domani. Da Innerbach Hof, dove ci troviamo, si sale brevemente a Schwarzenbach Alm, malga-posto di ristoro in vista della nostra casa, e lì pieghiamo a destra per costeggiare le pendici boscose del Monte Lupo, ma i primi metri già scatenano una mezza rivolta, perché un alpeggio pare interrompa il sentiero originario, e per aggirarlo si scende ripidi nel bosco umido. Poi si riprende a mezza costa, in pseudopiano.

In meno di mezz'ora il gruppo si sfalda drammaticamente, e quindi faccio passare la parola d'ordine della tappa intermedia, da seguire sulle indicazioni saltuariamente poste all'incrocio di sentieri (che, stranamente, per chi è usato come me ai segnavia CAI, dicono tutto fuorché i tempi di percorrenza), che è Rotbach Alm, all'imbocco della Rotbachtal, nella quale saremmo saliti. Poiché un agguerrito gruppetto di testa ci stava staccando, e poiché decine di adolescenti ed educatori procedevano alle mie spalle, ho lasciato indietro delle sorte di cartelli umani per il sentiero, ad un bivio che mi era parso piuttosto insidioso per il segnavia poco visibile, coperto dall'erba alta dei prati da sfalcio, e mi sono lanciato all'inseguimento dei primi. Alle mie spalle, intanto, si consumava il dramma della giornata. Mentre noi, diretti a Schöllberg Alm, costeggiamo il torrente con una salita a tratti impegnativa, e ad altri tratti non meno ripida, ma resa amena dalle spumeggianti cascate del Rio Rosso (Rotbach, appunto) ad un bivio, che a mio avviso - e di tutti quelli che mi precedevano un po' alla cieca - era ovvio, essendoci una pletora di cartelli indicatori, che praticamente non mancavano di indicare i sassi, il grosso del gruppo si incaglia, non sapendo scegliere tra 23 e 23A, e dicendo che non era chiaro dove si sarebbe dovuti arrivare, e che - avendo un informatore fedigrafo seminato falsità e panico, e mancavano trentacinque minuti - ci sarebbero volute più di due ore, e che moriremo tutti, e che maledetto Casati!, per fortuna che era leggera, e perdiamo i cinque o sei pantofolai, che ben altro che calci si sarebbero meritati, accampati su un ponte a scavalcare il torrente. Con gli altri si arriva a Schöllberg, purtroppo - o per fortuna - aperta solo nei fine settimana, e ci si ferma per pranzo; e per fortuna che tutti vogliono - vanitosi - prendere il sole, ché nessuno mi contende il metro quadrato di ombra. Dopo pranzo, con i responsabili saliamo alla vicina Daimer Alm, che invece è aperta, a mangiare strudel e bere birra cruda.

Nel ritorno scelgiamo la strada bianca, molto più agevole, per recuperare i nostri figli perduti ed essere tranquilli in caso della pioggia che sembrava prepararsi. E poi, dopo Rotbachalm, su strada asfaltata, tre tornanti in discesa e poi una placida traversata in piano; fermatici ad aspettare ed indirizzare gli ultimi, scegliamo di tagliare per recuperare gli altri, e così facendo lasciamo indietro un gruppetto che non sa nemmeno contare i tornanti, e fa avanti ed indietro tre volte prima di decidersi a chiamarci ed a farsi individuare. Al termine, tesi per l'attesa, si sfogano - anche con troppa violenza verbale - le recriminazioni per l'andata, e facciamo (il don, ma io avevo preparato il terreno, credo) sciogliere in lacrime una delle più giovani (e brave, temo) delle nostre adolescenti. Docce e merenda, amorevolmente approntata dalla Signora, ed una messa facoltativa, con i canti da coro di voci bianche, che - visto che non canta quasi nessuno - vengono trasformate, da me e pochi altri, in cose baritonali.

Cena, lunghissima e fracassona, ma forse è colpa del soffitto basso, e serata semilibera - abbiamo proposto un film, ed è passato, dopo acceso dibattito, l'ottimo Le vite degli Altri, che mi commuove - quasi - come sempre. Ed, ancora, la notte - ancora più tranquilla della precedente, bene bene. Ed una mattina e chiara e luminosa e fredda, ed un caffè nero.

Qui il file di GoogleEarth con il percorso della passeggiata.

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venerdì 15 agosto 2008

Cronache dal Campo: Day 1 - 30 luglio

Tutto inizia come al solito, una lunga teoria di portatori dalla cucina dell'oratorio al pullman, per l'occasione dotato di appendice portabagagli, e la difficile decisione di quello che mai starà sul nostro mezzo, e andrà lasciato a casa - risolta con la peggiore delle decisioni, lasciare a casa il vino e portare due casse, pur sapendo che la casa ha un suo impianto di amplificazione interna ed esterna.

Siamo partiti, ed il programma ha previsto la visita ad ArteSella, sorta di esposizione permanente di Nature Art a Borgo Valsugana (TN), drammaticamente fuori strada rispetto alla nostra meta. Abbiamo visto la chiesetta dove spesso si ritirava in preghiera il grande Alcide De Gasperi, che appunto di Borgo Valsugana è originario, e poi questi strani tentativi di fare arte della natura, con la natura, che tornerà natura, ed occasione per la prima impegnativa discussione, se (ma il se non è mio) abbia senso, pur concedendo che l'uomo è tale per la sua facoltà di giudizio, usare come giudizio di valore la nozione di bellezza - perché sì, alcune opere erano belle, ma non per questo più significative - e mai lasciar parlare gli artisti delle loro creazioni, perché la maggior parte delle volte parlano a vanvera.

Dopo la prima parte d'esposizione, per placido sentiero abbiamo raggiunto la baita centro del parco, in clamoroso ritardo (erano le 14.30) abbiamo mangiato, e siamo stati a bere caffè e grappa (più grappa che caffè) in questo bar-ristorante-locanda che a buona ragione potrebbe chiamarsi la Festa degli Uomini (nome mutuato dall'omonima festa paesana), perché tre (barista, cuoca e cameriera) ragazze giovani e mediamente carine sopra i 1000 metri di quota sono di sicuro un fatto notevole. Facciamo rientro al pullman sotto le prime gocce di pioggia (già prevista dal nostro servizio meteo personale ore prima) e ci rendiamo conto che arriveremo tardissimo alla meta finale, Lutago in Valle Aurina. Ci inoltriamo in Alto Adige alle ultime luci del giorno, soverchiati da un cielo grigio solcato dai fulmini, e tutto si fa cupo, con gli aculei aguzzi dei campanili, dita scheletriche della terra. Ma è un'impressione dovuta al tempo ostile, credo. Dopo mille manovre sulla stradina che porta al nostro maso, e tre ore e mezza-quattro dalla partenza da Borgo Valsugana, prendiamo possesso delle camere, ed affrontiamo una rivolta perché sì, le camere sono belle, pulite, e ciascuna con il proprio bagno; ma sono piccole, e dove mettiamo i bauli che ci siamo trascinati dietro, e come facciamo a ricevere le amiche o gli amici?

Giusto la cena, servita alle ventitré, perché le cuoche sono professioniste e comunque devono preparare manicaretti deliziosi, costi quel che costi, placa la ribellione sotto chili di torta. Ed andiamo a letto, con moderata tranquillità, e con la politica di disseminare gli educatori per la stanza. Che, dal punto di vista del riposo, è forse un male, ma dal punto di vista disciplinare non è per niente male.

E fu sera, e fu mattina. Una mattina fredda, umida e nebbiosa.

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Cronache dal Campo - Introduzione

«Sono tornato!»

Era un po' che volevo scrivere, o meglio dire, una cosa del genere, anche se non c'è nessuna Rosie Cotton ad aspettarmi a casa, ed anzi sono solo, almeno fino a domani sera - il che non è del tutto male, perché dopo quasi venti giorni di vita comunitaria la solitudine diventa un'esigenza irrinunciabile, tanto che stasera rinuncerei volentieri alla mia prima presenza, in ventitrè anni di vita, alla Sagra di Rosciate, per stare a casa da solo, sistemare quello che devo, e riprendere il contatto con il senso del mio, che in questi giorni ho quasi perso. Senza ombra di dubbio la migliore delle vacanze (se si può dire così, ma senz'altro si può) della mia vita. Montagna, montagna, montagna. Scendere dal letto e calcare un sentiero, svegliarsi al mattino con la neve nuova sui monti dell'intorno, avere sempre qualcuno con cui parlare e con cui tacere.

Si sapeva da subito, anzi da prima di partire, che sarebbe stato memorabile; che, come scrivevo nel post precedente, subito le nubi si sarebbero sciolte, come fanno al sole i vapori della notte; e, anche se ci sono stati momenti seri, e momenti tesi, valeva la pena di ogni singolo istante. Ho anche, addirittura, due nuove frasi-simbolo, una per ciascuno dei campi cui ho partecipato: adolescenti e giovani in primo luogo, dal 30 luglio al 9 agosto, e medie in quest'ultima settimana. Frasi che, però, concluderanno le cronache, e non le inizieranno. Perché, non per farmi bello, ma dal primo giorno ho tenuto un blog "in differita", su carta. E sono pronto a riversarlo. E, ancora, so che c'è chi non vede l'ora di leggerlo.

Quindi, iniziamo con le operazioni preliminari. Riportiamo, cioè, il frontespizio del quadernetto marrone degli Or.S.I., che ha raccolto cronache, riflessioni, ed anche qualche piccola perla (peerla?) che difficilmente potrà trovare posto su questa pagina, ma non si sa mai. E siamo pronti per iniziare. Ovviamente, ci sono anche caterve di foto, e moltissimi video. Con calma, con calma, documenteremo il più possibile. Perché sono venti giorni che valgono forse un anno, senz'altro tutta l'estate.

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