domenica 26 aprile 2009

Pampuro - le foto ed i video

Sono state caricate su Facebook le foto della gita a Pampuro e Verona di settimana scorsa.

Inoltre, sul canale video di YouTube sono disponibili i video girati nell'occasione (di cui ne riporto uno in anteprima)

Per gli altri video cercare qui e qui

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martedì 21 aprile 2009

Correr o Corer?

Essendo stato a Jesolo per Pasqua, ho avuto modo di notare come la via in cui abbiamo la casa, fino a pochi mesi fa intitolata - con una certa congruenza, essendo la "zona" dei patrizi veneziani - a Correr (che sia il papa Gregorio XII Correr o Teodoro Correr come l'omonimo museo veneziano non importa più di tanto) ha improvvisamente mutato denominazione ed è spuntata una selva di cartelli indicatori (come quello in figura 1) che riportano il nome via Corer.

Poiché, sebbene con anni di frequentazione abbia cominciato a raccapezzarmi nei dialetti veneti, non sono certo quello che si può dire un professionista, qualche giorno fa ho scritto una mail all'URP del Comune di Jesolo chiedendo quale fosse la denominazione della via. Benché non ci credessi più di tanto, il comune mi ha risposto dicendomi che sì, la via è intitolata alla famiglia veneziana, che in realtà si chiama "Corer" e non "Correr". Ora, la cosa mi ha lasciato moltissimo perplesso perché, come si può vedere in figura 2, il museo veneziano ha tutta l'aria di chiamarsi con due erre, ed anche sulle varie enciclopedie che ho per casa (e su Wikipedia, pure) tutte le varie fonti sono "consistenti".

La mia opinione è che, visto che i veneti - come tutti i settentrionali - sminuiscono le doppie, il solerte funzionario che ha dato l'ordine di sostituire i vecchi cartelli di via Correr con quelli nuovi, che segnalano anche le traverse un tempo anonime, come quella in cui abito, in buona fede fosse convinto che /corèr/ (pronuncia testata in loco) vada scritto Corer. A tale tesi fa riferimento anche il post dedicato alla medesima questione sul forum ViviJesolo, che pure introduce interessanti possibilità legate all'idrografia del posto, possibilità però smentite dallo stesso comune di Jesolo.

Pur essendo tentato di scrivere alla fondazione Civici Musei Veneziani per dir loro che da sempre chiamano il proprio museo col nome sbagliato, stando al comune di Jesolo, lascerò cadere la cosa. Anche se, certo, la disponibilità di chi mi ha risposto sostenendo palesemente un'assurdità aggiunge ridicolo al ridicolo...

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lunedì 20 aprile 2009

Pampureggiando

Ogni compagnia di amici ha i suoi tormentoni. La nostra, probabilmente, ne ha di più. Si va da sciallo che sarebbe stato inventato dal Gil (sarebbe "Gilles", ma "les" non si pronuncia...) a B.O.R.S.I.N.G.L., acronimo sempre integrabile di nuove lettere (per ora siamo a Betlemme Oratori Rosciate Sarnico Insieme Nomadelfia Gandosso Libici - quelli di Ritorno al Futuro). Uno dei più celebri è Pampuro, inteso come posto fuori mano, difficile da raggiungere, e dove si invita a recarsi i propri interlocutori. Il fatto divertente è che Pampuro esiste, of course, ed è una minuscola frazione del comune veronese di Sorgà, ad un tiro di schioppo da Mantova. La vista aerea ne mette in luce l'estrema piccolezza e sperdutaggine, considerato che Pampuro sono solo quelle cinque case all'incrocio tra via Belgioioso e via Zavatta.

Il fatto ancora più divertente è che venerdì sera, davanti ad una buona birra, ci siamo finalmente risolti ad andarci; ed anche Geordie, che non era con noi, subito informato ha raccolto l'invito con entusiasmo; e, dunque, accorpando alla pampureggiata la consueta sosta a Verona per i dischi di Vibrarecords e - molto opportunamente - per una pantagruelica mangiata, subito dopo il pranzo di sabato ci siamo messi in viaggio, confidando nel navigatore (ma, dimenticandoci la via precisa e non mettendo nella giusta luce il fatto che Sorgà, pur avendo meno abitanti di Rosciate, è straordinariamente esteso) che ci ha condotti di fronte ad un negozio di strumenti musicali, fortunatamente a Sorgà capoluogo. Di lì, un po' confidando nel mio senso d'orientamento e un po' chiedendo ad un fruttivendolo che sembrava uscito, così come la località in cui eravamo, da un film di don Camillo (ma eravamo a trecento metri dal primo cartello indicatore per Pampuro, 2 km) che pronto ci chiede anche «Cercate qualche posto in particolare?» e noi quasi a scoppiare a ridergli in faccia, abbiamo raggiunto la nostra agognata meta (la foto in alto a sinistra testimonia il raggiungimento del nostro obiettivo).

Ora, poiché elencare tutto ciò che non c'è a Pampuro sarebbe troppo lungo (ma posso darvi un assaggio: per quanto ci risulta, non c'è alcuna base militare segreta), elenco dopo il "Leggi tutto" tutto ciò che c'è, aiutandomi in questo anche con un depliant ivi reperito.

Elenco di cose che ci sono a Pampuro:

  • La chiesa, in corso di restauro, dedicata a S.Gaetano
  • Un piccolo cimitero sempre aperto, di cui i residenti hanno il telecomando del cancello
  • Il "bar ostaria" La casa del vino, anche enoteca, che offre trippa e baccalà, stando ai cartelli (alle quattro del pomeriggio non ci è sembrato di dover assaggiare)
  • Un campetto da calcio
  • La pro loco, nelle vecchie scuole elementari (se vi chiedete a che serva, siamo in due)
  • Il gruppo podistico "I s'ciopadi", che organizza una marcia non competitiva per il 21 giugno: partecipate numerosi!
  • Un mobilificio (ma la showroom è a Castiglione Mantovano)
  • Un ferraiolo (vendita lavorazione e posa in opera ferro e rete elettrosaldata per c.a.)
  • Una cascina in rovina che sarebbe un bellissimo oratorio
  • Una fermata dell'autobus (linea Verona-Isola della Scala-Sorgà-Villimpenta-Nogara)
  • Un monumento ai caduti (con una notevole sproporzione prima-seconda guerra - troppi nella seconda)
  • Un fazzoletto di verde pubblico con due vecchie altalene
  • Campi coltivati, in particolare risaie (siamo nella zona di produzione del riso vialone nano veronese, insomma!)

Dovrebbe esserci anche il fiume Tione, ma - pur avendolo visto da Google Earth - avendolo cercato invano, deduco sia una truffa mediatica.

Ad ogni modo, ora dobbiamo trovare un altro paese-feticcio

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giovedì 16 aprile 2009

QFT

Per ribadire il minipost di Twitter, non vuole più vedere una teoria φ-3 da rinormalizzare in vita sua, in qualsiasi numero di dimensioni. Pertanto (anche se non ha capito alla perfezione il meccanismo di valutazione) si accontenta del miserrimo 26.

E da domani (mettnedo tra parentesi Fisica Teorica) si occupa - almeno per un po' - di quello che gli piace: geometria, meccanica, and so on

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lunedì 13 aprile 2009

OrsInfo a Pasquetta

Orrendo neologismo nel titolo per significare la Gita informale degli Oratori di Scanzorosciate Insieme; informale perché era semplicemente una gita senza pretese, degli Oratori eccetera eccetera perché, appunto, siamo andati con un gruppo, ristretto ma bello, dei nostri Oratori; un venticinque persone con cui stavamo larghi nel pullman piccolo.

Dopo che la primitiva ipotesi per meta, cioè le isole di Murano Burano e Torcello nella laguna veneta, era tramontata di fronte all'insormontabile problema del costo, per una settimana abbiamo fatto a gara a chi proponeva la gita più fattibile; ed alla fine, tra le mille proposte messe in campo, l'ha spuntata - eh eh - una delle mie, cioè l'abbazia di Bobbio (PC), anche se poi - per riempire la giornata - al programma si sono aggiunte Piacenza e l'improbabile Grazzano Visconti.
Ma ora ecco una cronaca minima (con il corsivo enfatico perché già immagino che minima lo sarà ben poco.

Considerato che eravamo tornati da Jesolo la domenica sera, la sveglia del lunedì di Pasqua alle sette meno venti non è stata del tutto indolore. Fortunatamente si era in buona compagnia, di quelli che domenica avevano fatto bello, e che si presentano in ritardo all'appuntamento, ore 7.30 piazzale della farmacia di Scanzo. Pochi adolescenti, perlopiù giovani - tra i quali abituées assortiti e personaggi improbabili; alcuni mascherano il sonno con le stupidaggini o - meglio - avendo sonno il loro cervello non mette filtro alle parole; ma è solo quello che credo, e quasi una speranza: la situazione, più che altro, è che l'uscita informale permette anche a quelli che solitamente sono compassati educatori di dar fuori di matto. E così, tra un "Fischi!" ed una risata ci mettiamo in moto, attraversando la pianura padana e, in un paio d'ore abbondanti, risalendo l'appennino - le collinette che qui chiamano montagne, per essere precisi - arriviamo a Bobbio, che ad onor del vero non ci si presenta col suo lato migliore (per intenderci, quello nella foto), ma piuttosto con quello di un noioso paesotto moderno. Superato l'infelice impatto iniziale, ci inoltriamo nel paese e nel centro storico e facciamo un giro a vuoto intanto che individuiamo una chiesa - tra le quattro-cinque presenti - il cui orario delle messe coincida con le nostre esigenze. Troviamo la messa della Cattedrale (già, perché la diocesi è Piacenza-Bobbio) durante la quale ci godiamo la Sequenza di Pasqua cantata in buon latino, e con ottima voce solista, dal celebrante ed un organo con un ripieno finale clamoroso, che quasi Notre Dame a Parigi. Dopo Messa ci inerpichiamo al castello (come? già finita la montagna?) per pranzo, e dopo una rapida visita al monastero rimontiamo sul pullman. E sveliamo perché mi sia venuto in mente di proporre Bobbio ed il monastero di San Colombano (uno dei più antichi del nord Italia, se non il più antico, finché non si abbatté la scure napoleonica); la causa della gita va ricondotta al mio famoso romanzo (Illa Diva de eis qui eam quaeritant, sul sito la riscrittura del primo libro e qualcosina del secondo, ad avere il tempo...) i cui ultimi capitoli e la catastrofe finale sono appunto ambientati al Monasterium Columbani Hiberni, cioè al monastero dell'irlandese Colombano...e volevo vedere un po' dal vivo i luoghi, e mi sa che qualcosina, se mai arriverò a rivedere anche il terzo libro, andrà toccato.

Seconda tappa della gita doveva essere, in teoria, soltanto una mera curiosità turistica, il borgo di Grazzano Visconti, segno di come possano essere folli e geniali i nobili, con questo paese finto quattrocentesco deliberatamente costruito a copiare un inesistente borgo medioevale, costruito ad inizio '900 con botteghe artigiane, case vere (dalla villa di ricchi svizzeri a più modesti appartamenti) ed inspiegabile attrazione turistica (la maggiore attrazione turistica del piacentino, pare) - quando abbiamo visto la folla che ne percorreva le vie abbiamo avuto la tentazione di girare il pullman e fuggire - per un'umanità variegata, dalla solita famiglia di milanesi al gruppetto di gothic-dark-doom-metallari che avrebbero fatto sembrare intonato un novello savonarola a caccia di streghe. Visto che era metà pomeriggio, ci stava una birrettina, ma abbiamo faticato mezz'ora per trovare posto e farci servire all'affollatissima taverna del biscione (perché i fondatori/proprietari del paese - e proprietari da ben prima che il paese avesse la forma attuale - sono, se non lo si fosse capito, i milanesi Visconti) da sofferenti cameriere in pedagnù pseudorinascimentale. Il fornitore di birra del locale è il parmense birrificio del Ducato, cui noi abbiamo pensato di far onore provando...tutte le birre di loro produzione, e trovando alcune chicche veramente degne di nota.

Decisamente soddisfatti ce ne siamo andati, per raggiungere la meta finale, cioè Piacenza cui siamo arrivati nel tardo pomeriggio. L'idea originaria non comprendeva la visita alla città anche perché - non me ne vogliano i piacentini - non è che ci sia chissà che da vedere (a parte sapere del wifi in piazza, ed alcune piacentine passeggianti che però, a occhio, erano sul limitare del Codice Penale) - nonostante noi ci sia messi d'impegno e si siano visitate cattedrale e chiesa di Sant'Antonino.

Rinfrancati in corpo da un frappé con troppo poco gelato ed in spirito da un manifesto della Democrazia Cristiana (non quella schifezza di Rotondi con la bandiera, ma proprio il caro vecchio scudocrociato con tanto di Libertas) che credo sia di Pizza, siamo dunque ripartiti per Scanzorosciate - schivando sbrufì e sbrufù di pioggia e grandine, ma purtroppo beccandoci in pieno tutte le idiozie che menti stanche da una giornata di allegro turismo possono partorire (Guaranita per dirne una, ma anche Starsky e Accy, e troppe - ad ogni modo - per registrarle tutte. Fischi.)

L'unica riflessione è che se noi educatori dobbiamo anche metterci a tirare il "gruppo info", mai nato ente organizzatore di questo genere di attività, stiamo freschi o, come dicevo nell'ultima riunione, mettiamo su un Ordine Secolare e prendiamo tutti quanti i voti (o, visto che va di moda di questi tempi nella Chiesa - e io credo sia colpa degli ambrosiani, è sempre colpa loro - facciamo una congregazione laica che se cambiamo idea siamo sempre a tempo). Ma io lo faccio solo se prima mi precedono tutti gli altri.

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giovedì 2 aprile 2009

Overrated

Esame di Teoria Quantistica dei Campi. Già non tutto va come vede all'inizio, perché ero rimasto che saremmo stati in due a sostenerlo oggi ed invece mi trovo solo ad attendere il docente davanti alla porta chiusa dell'ufficio.

Mi consegna un foglio scarabocchiato con il testo di alcuni esercizi, tra cui alcuni di indicibile (almeno, per me stamattina) difficoltà: «Non sono domande standard, ma ho fiducia in lei».

Morale: «Vedendola in classe durante il semestre pensavo ne sapesse una più del diavolo. Invece mi delude. Torni dopo pranzo, che vediamo che fare»

Dopo due domande per evitare l'imbarazzo de non so che voto darle, il verdetto - preceduto dall'offerta di una tazza di caffè decaffeinato, che declino perché...decaffeinato?? - «Io le devo dare ventiquattro, e lei deve rifiutare il voto. Ci vediamo la settimana dopo Pasqua»

Tra due settimane, ossia. Sperando che il concorso combinato di aver capito cosa diavolo vuole quando scrive: teoria phi-qualcosa e l'abbassamento delle sue aspettative serva ai miei fini.

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domenica 29 marzo 2009

Benvenuto al vescovo Francesco

Poiché non riesco ad inserire il lettore video direttamente sul blog, vi rinvio al sito dell'Eco di Bergamo a cui si trova il video realizzato per dare il benvenuto al nuovo vescovo, proiettato sabato sera alla presentazione del CRE (io, per fortuna, ero assente, così non mi sono fatto problemi. Per capire perché me li sarei fatti, aspettate fin verso la fine...)

Eriberto me la paga...

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mercoledì 25 marzo 2009

Quarta Fase - La vendetta


Dal Corriere della Sera di oggi, articolo di Maria Teresa Meli. Fonte: Rassegna stampa PD

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sabato 21 marzo 2009

Catechetica

Riporto (una versione lessicalmente corretta e sintatticamente riordinata de) la riflessione che ieri sera ho proposto al gruppo adolescenti di quinta superiore degli Oratori di Scanzorosciate. Soprattutto perché è la prima volta che affronto da solo il gruppo, in quanto il curato cui di solito assisto era impegnato con i giovani.

Il brano evangelico su cui è stata costruita la riflessione è, come di costume quaresimale, Il Vangelo di Domenica, cioè la seconda parte del dialogo tra Gesù e Nicodemo.
Alla riflessione degli adolescenti è anche stato proposto il misterioso ed affascinante testo della lotta tra Giacobbe e Dio (Gn 32,23-33) e l'episodio dei serpenti velenosi nel deserto richiamato da Gesù stesso (Nm 21,5-9).

Nicodemo è un uomo colto, saggio, religioso. Capo di quei farisei - Giovanni usa, genericamente, Giudei - che già, dopo il difficile episodio della cacciata dal tempio, che Giovanni racconta poche righe prima, hanno in cuor loro di ucciderlo (Mc 11,15-18), esce di notte per confrontarsi con Gesù. Per discutere con lui; e non è una discussione facile. Il dettato spezzato del brano di Giovanni ci dipinge una vera e propria diatriba, un lungo confronto in cui si scontano incomprensioni e Gesù pone Nicodemo davanti alla verità poco per volta. Una lotta, come quella di Giacobbe con l'uomo/l'angelo/Dio raccontata in Genesi. Dio ha appena promesso a Giacobbe terra e pace tra lui ed il fratello Esaù, ma poco prima di attraversare il torrente Giacobbe viene fermato. Questo Dio incomprensibile, che sembra non lasciar realizzare ciò che promette (ci ricordiamo del Sacrifico di Isacco?), contro cui titanicamente cerchiamo di batterci e che non riusciamo a vincere. Non ci sono scappatoie. Le "cose terrestri", che pure Nicodemo e noi con lui fatichiamo a capire (nella prima parte del racconto di Nicodemo) sono le scintille di verità cui gli uomini, dal basso, riescono ad accedere. Si tratta dell'Alleanza (figurata dalle nozze di Cana), del Tempio, dei Profeti (i primi due momenti sono presentati nel capitolo precedente) e dello Spirito che soffia e fa rinascere dall'alto (confronta il brano magnificamente icastico e barocco di Ezechiele). In questo passo Gesù fa un salto radicale. Non si tratta più di "cose terrestri", ma di "cose celesti" (chi se non chi è sceso dal cielo ha visto il Padre?). "Cose celesti" che interrogano il problema radicale dell'uomo, quel Male, quella morte che ci tiene da Adamo ed in Adamo e contro cui, spesso cerchiamo di opporci con le nostre forze salvo poi prendercela con Dio se non ci riusciamo (Andrea P.). E sotto i riflettori finiamo noi, Popolo di Dio che perennemente vaghiamo nel deserto mormorando contro di lui, affamati ed esposti alle insidie; ad insidie contro cui non abbiamo soluzione. Soluzione se non quella di levare lo sguardo verso Colui che è innalzato. Per sopravvivere, non funziona concentrarsi sulla propria sopravvivenza tenendo lo sguardo in basso cercando di evitare i serpenti, ma guardando in alto. Guardando Dio che, in Gesù, non cancella il male - non accusiamo noi forse Dio perché non cancella il male dal mondo? - ma lo assume su di sé con tutto il suo obbrobrio. L'espressione agnello di Dio e l'infelice traduzione italiana di qui tollis peccata mundi ci allontanano dal senso originario di capro espiatorio che porta su di sé i peccati del mondo; è nell'assumere la più negativa delle condizioni umane, la morte, che Dio salva il mondo, ripurificando con il suo amore quello che con la nostra libertà abbiamo insozzato.
Il Figlio dell'Uomo non è venuto a giudicare il mondo, perché il giudizio di condanna è già l'incredulità di chi non accoglie la Luce. È l'indisponibilità a farsi incontrare dalla Luce ed a farsi amare (perché amare non è facile, ma farsi amare è tremendo), è la diffidenza ed il cadere nel peccato di Adamo ed Eva, che si sono fatti ingannare a credere che Dio sia contro l'uomo e la sua elevazione - come diceva il serpente - la condanna e l'inferno già in vita. Venire alla Luce, rinascere dall'alto, è quello che Gesù ci offre; è rinascere in Lui.

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giovedì 19 marzo 2009

Filaressa '09

Lentamente riprendo il ritmo delle escursioni in montagna, poiché il programma camminatorio per quest'estate si preannuncia intenso ed è bene arrivarci ben preparati (e il lunedì di Pasqua si ha in programma un'escursione tutt'altro che leggera); così, dopo un'uscita propedeutica sui colli d'Argon la settimana scorsa, ieri ho approfittato di un due ore e mezza-tre del pomeriggio per sgranchirmi le gambe su una delle cime più rapide dei dintorni, quella Filaressa che, pur sfiorando spesso nella celebre Selvinata (il segnavia 533 CAI-BG da Monterosso a Selvino, appunto) ho salito solo una volta in una torrida mattina di fine maggio del 2006; ben prima di avere questo blog, dunque, e quindi immagino che i miei lettori non ne siano informati.

Il sentiero parte da Nese di Alzano, ad onor del vero, ma penso che sia veramente insensato chi, salvo doversi allenare alla corsa in montagna, non inizi a calcare il sentiero dal forcellino di Monte di Nese, frazione di Alzano sugli 800 metri di quota, nei pressi del quale c'è un ampio e comodo parcheggio (quasi sempre vuoto, credo di averlo visto pieno solo un 25 aprile). Il segnavia è il numero 511 CAI-BG che in decisa salita punta all'insellatura tra il monte Filaressa sulla destra ed il monte Cavallo sulla sinistra, insellatura presidiata da una chiesetta e per la quale, oltre ad incrociare il già citato sentiero verde che porta a Selvino, passa anche il sentiero che scende a Poscante di Zogno (considerato il luogo d'origine del leggendario Pacì Paciana, non il discusso Centro Sociale di Bergamo ma ol Robin Hood dé la 'al Brembana). Evitando di scervellarsi cercando di interpretare i vetusti cartelli indicatori del CAI di Bergamo, quasi illeggibili, subito dopo la forcella dapprima si sale a sinistra seguendo le indicazioni poste dal CAI della Val Seriana, più recenti (511 Filaressa, mentre il 533 Selvino, ammesso che lo troviate, va ignorato in quanto raggiunge, stando basso, il Castello di Monte di Nese e prosegue di lì per Salmezza), per una strada bianca dalla pendenza notevole al cui termine si percorre a mezza costa una traccia di terra che attraversa dei pascoli.

A questo punto sono passati venti minuti scarsi dalla partenza, ma si ha un po' di fiatone perché si è macinato più di metà dislivello. Fortunatamente, nonostante il giallo di questa stagione che suggerisce come non sia poi molto che la neve s'è sciolta, questa pausa oltre a permettere di tirare il fiato è anche sufficientemente amena, e permette di osservare ad un tempo le ultime propaggini della Val Seriana a sinistra (e peccato per la foschia di ieri) e gli affioramenti rocciosi che caratterizzano la Val Brembana basse a sinistra (si riconoscono pieghe, guglie, anche una grotta).

Il sentiero riprende a salire stando sul crinale del monte, ma presto il segnavia, molto marcato, si stacca a destra e punta verso una rada macchia boscosa. Tradizionalmente io proseguo sul crinale, anche se mi rendo conto che la versione "ufficiale" del sentiero è più agevole e porta comunque, nel giro di cinque minuti, al bivio del sentiero. In questo tratto è sempre più evidente la natura dolomitica della Filaressa, con guglie rocciose che affiancano il sentiero e tra le quali talvolta ci si deve inoltrare. Il bivio non è di immediata identificazione. Il cartello metallico segna a sinistra per Salmezza, mentre su un sasso è segnata, con vernice sbiadita, una freccia, mentre si intravede l'indicazione Filaressa.

Io, seguendo la cosiddetta (da me) "Via Salmezza", seguo le indicazioni che portano ad abbassarsi velocemente lungo il dirupato versante nord della Filaressa, dove in questi giorni si trovano ancora rari depositi di neve; si rivolge un pensiero ed una preghiera al povero decenne precipitato e perito durante una colonia estiva degli anni sessanta, di cui il ricordo è mantenuto vivo da una lapide e si arriva all'evidente valico tra la Filaressa ed il Costone di Salmezza. Lungo questo tratto vengo distratto da alcuni fischi di rapaci, e riesco ad immortalare, come il servizio fotografico in allegato testimonia, una coppia - ok, se ne vede solo uno, ma ce n'erano due - di probabili falchi che volteggiano tranquilli e feraci. Qui inizia la parte più divertente della salita: ignorando le indicazioni per Salmezza di sale, aiutati da uno dei soliti cartelli indicatori, per il ripido sentierino che, sulla destra, rimonta l'arido versante; sentiero talmente ripido per cui, a volte, non si disdegna l'uso delle mani. La croce della Filaressa si vede spuntare sopra la nostra testa tra gli ultimi contrafforti rocciosi, ma il nostro sentiero preferisce lasciarla a sinistra fino ad infilarsi in un intaglio tra due rocce affioranti e, aiutati da una superflua corda metallica, tornare sul crinale a poche decine di metri dalla vetta, che si raggiunge in breve voltando a sinistra. L'attacco diretto alla vetta sembra - ma io non sono un arrampicatore - possibile, benché risulti non banale uscire in vetta per via dell'eccesso di zelo del gruppo escursionistico Paleocapa di Alzano che negli anni '70, oltre ad erigere la croce, ritenne anche di utilizzare la corda metallica a mo' di parapetto tutto attorno alla vetta.

La discesa lungo il sentiero standard è rapida e banale, ed in poco tempo si torna alla Forcella da cui all'auto. Tempo richiesto per il breve giro, considerato che non sono ancora al pieno della forma, un'ora e mezza.

Su Facebook (Facebook è il nuovo Space) ho caricato alcune delle foto della passeggiata, mentre come al solito metto a disposizione il tracciato di Google Earth per chi volesse replicare.

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domenica 15 marzo 2009

Dall'imagine tesa

Dall'imagine tesa
vigilo l'istante
con imminenza d'attesa -
e non aspetto nessuno:

nell'ombra accesa
spio il campanello
che impercettibile spande
un polline di suono -
e non aspetto nessuno:

fra quattro mura
stupefatte di spazio
più che un deserto
non aspetto nessuno:

ma deve venire,
verrà, se resisto,
a sbocciare non visto,
verrà d'improvviso,
quando meno l'avverto:

verrà quasi perdono
di quanto fa morire,
verrà a farmi certo
del suo e mio tesoro,
verrà come ristoro
delle mie e sue pene,
verrà, forse già viene
il suo bisbiglio

Clemente Rebora

E vorrebbe farmi credere che in realtà l'aveva scritta per una donna...

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sabato 14 marzo 2009

Su scomuniche, diritto canonico ed altre amenità siffatte/2

Un paio di mesi fa s'era scritto argomentando alla luce delle norme del diritto canonico a proposito della questione del ritiro della scomunica ai quattro presuli ordinati da Lefebvre, e sopratutto nei commenti avevo espresso dubbi sulla validità dell'atto (o meglio, più che sulla validità, sull'immediata riscomunica che, essendo latae sententiae, avrebbe dovuto avvenire). La lettera del Papa che tanto scalpore ha fatto sulla stampa dovrebbe chiarire la questione; alcuni commentatori hanno equiparato l'atto alla remissione delle reciproche scomuniche che papa Paolo VI ed il Patriarca Ecumenico Atenagora hanno concesso nel 1965.

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giovedì 12 marzo 2009

IDOLO!


Non vorrei portargli sfiga, come si dice, e probabilmente è un po' troppo irruente rispetto al mio modo di vedere la politica, ma Matteo Renzi ha tutte le carte in regola per diventare il mio idolo.
Benché faccia molto piacere che Franceschini e con lui il PD e con lui - si spera - l'Italia abbia riscoperto La Pira.

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martedì 10 marzo 2009

Malignità

Questa è una buona idea...

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